Vive la France (e l’Afrique)!
di Daria GalateriaLuigi XVIII di Borbone, restaurato sul trono di Francia, decise di restituire ai Paesi alleati i beni artistici trafugati da Napoleone, ma ne incaricò Vivant Denon, creatore di Senza domani, il più elegante racconto libertino di tutti i tempi, e del Louvre. Proprio Denon, al seguito dell’Imperatore nelle battaglie, aveva diretto vaste e sapienti requisizioni in Germania, Spagna, Italia. Con i commissari per le restituzioni, e con gli ambasciatori, Vivant Denon difese quadro per quadro, con argomenti speciosi, i “suoi” capolavori: erano doni delle municipalità a Napoleone, o frutto di regolari acquisti; la famosa Venere Medici, sostenne, era stata ceduta con legale contratto da Ferdinando IV di Napoli. Il commissario italiano, che era Canova, la spuntò a fatica, tanto che, mentre caricavano la Venere su un carro nel cortile del Louvre, singhiozzava, tra le urla e le ingiurie dei parigini infuriati.
Luigi XVIII di Borbone, restaurato sul trono di Francia, decise di restituire ai Paesi alleati i beni artistici trafugati da Napoleone, ma ne incaricò Vivant Denon, creatore di Senza domani, il più elegante racconto libertino di tutti i tempi, e del Louvre. Proprio Denon, al seguito dell’Imperatore nelle battaglie, aveva diretto vaste e sapienti requisizioni in Germania, Spagna, Italia. Con i commissari per le restituzioni, e con gli ambasciatori, Vivant Denon difese quadro per quadro, con argomenti speciosi, i “suoi” capolavori: erano doni delle municipalità a Napoleone, o frutto di regolari acquisti; la famosa Venere Medici, sostenne, era stata ceduta con legale contratto da Ferdinando IV di Napoli. Il commissario italiano, che era Canova, la spuntò a fatica, tanto che, mentre caricavano la Venere su un carro nel cortile del Louvre, singhiozzava, tra le urla e le ingiurie dei parigini infuriati.
Due secoli dopo, Emmanuel Macron, parlando agli studenti di Ouagadougou, nel Burkina Faso, dichiarò che intendeva procedere, in cinque anni, alla restituzione “temporanea o permanente” del patrimonio africano a Benin, Senegal, Nigeria e Mali. Affidò l’inventario a due donne, la storica dell’arte Bénédicte Savoy e l’economista senegalese Felwine Sarr: un anno dopo, il 2018, il rapporto sui beni sottratti all’Africa era già pubblicato – per lo sconcerto del Museo del Quai Branly, che, delle 90 mila opere di arte subsahariana presenti in Francia, da solo ne detiene 70 mila.
Da leggere, nell’animato saggio di Dipo Faloyin L’Africa non è un paese (ora da Iperborea), che smonta le idee correnti di un’Africa povera e corrotta, il racconto delle donne Mino (“Nostre Madri” nella lingua fon, e “Amazzoni del Dahomey” per gli esploratori bianchi) che per due secoli, a piedi nudi, e spesso adolescenti, armate di spade di un metro, assicurarono la difesa del sovrano e, all’epoca del colonialismo, dei beni dell’attuale Benin. Insensibili al dolore (potevano arrampicarsi su acacie spinose di 120 metri), volontarie o instradate da padri e mariti, roteando la spada potevano tagliare un uomo in due; erano perciò seguite da un gregario che, suonando una campana, avvisava di “liberare la strada, tenersi a distanza e guardare dall’altra parte”. La milizia nel 1890 lottò contro i colonizzatori francesi; sconfitto, nel 1892 il sovrano Behanzin fuggì dando fuoco al suo palazzo, perché i beni più preziosi – statue reali, troni, porte intagliate – non finissero in mani francesi; le Mino si impegnarono ancora in operazioni segrete di salvaguardia, ma molti manufatti sono di fatto in Francia: per la restituzione, il “furto” deve essere comprovato.
Sul Venerdì del 1° novembre 2024