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Kamala Harris, se vince lei...

Kamala Harris, 60 anni, attuale vicepresidente e candidata democratica alla Casa Bianca,in una foto di marzo 2024 (Getty images) 
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Prima donna. Un’aspirazione. E un’accusa. Se il 5 novembre Kamala Harris vincerà le presidenziali americane sarà la prima donna (e seconda persona di colore dopo Barack Obama) a entrare alla Casa Bianca. Aggiungendo un nuovo primato al suo curriculum già zeppo di prime volte: prima donna e nera Procuratore Generale della California, prima senatrice del suo Stato di origini indiane (e seconda di colore). E prima vicepresidente donna, nera, indo-americana. Talmente consapevole dei suoi record da averli riassunti nel nome in codice da lei stessa scelto “pioneer” – la pioniera – con cui la chiamano gli uomini dei servizi segreti che ne garantiscono la sicurezza da quando è parte dell’Amministrazione. Ma nei suoi confronti la parola “primadonna” è stata usata anche in senso dispregiativo. Dagli avversari repubblicani, certo, che per lei hanno redatto una lunga lista di insulti. Donald Trump, per dire, per anni l’ha chiamata «dumb», stupida. Salvo dover alzare il tiro quando se l’è ritrovat…

Prima donna. Un’aspirazione. E un’accusa. Se il 5 novembre Kamala Harris vincerà le presidenziali americane sarà la prima donna (e seconda persona di colore dopo Barack Obama) a entrare alla Casa Bianca. Aggiungendo un nuovo primato al suo curriculum già zeppo di prime volte: prima donna e nera Procuratore Generale della California, prima senatrice del suo Stato di origini indiane (e seconda di colore). E prima vicepresidente donna, nera, indo-americana. Talmente consapevole dei suoi record da averli riassunti nel nome in codice da lei stessa scelto “pioneer” – la pioniera – con cui la chiamano gli uomini dei servizi segreti che ne garantiscono la sicurezza da quando è parte dell’Amministrazione. Ma nei suoi confronti la parola “primadonna” è stata usata anche in senso dispregiativo. Dagli avversari repubblicani, certo, che per lei hanno redatto una lunga lista di insulti. Donald Trump, per dire, per anni l’ha chiamata «dumb», stupida. Salvo dover alzare il tiro quando se l’è ritrovata come temibile avversaria: chiamandola addirittura «assassina e trafficante di droga». Il New York Post, tabloid proprietà del magnate conservatore Rupert Murdoch, le ha invece schizzato fango addosso rispolverando una lettera del 2019 di un suo ex stagista, che la descriveva come «bulla» in ufficio. Insinuazione rilanciata pure nel suo stesso partito, invisa com’era ai veterani della politica del cerchio magico e iperprotettivo di Joe Biden, che ne consideravano stile e amicizie hollywoodiane un po’ troppo pop (salvo poi scoprire che è la sua forza): tanto da averla dipinta a lungo come incapace a gestire i dossier a lei affidati. E pure con un brutto carattere: per via delle lamentele di certi suoi collaboratori, secondo cui s’infuriava con chi non rispondeva prontamente ai suoi quesiti. Storie negative date in pasto ai giornali e che hanno varcato l’Oceano, rendendola una figura così insulsa agli occhi dei molti europei, che faticano a comprendere perché i dem siano alla fine tanto entusiasti di lei.

Ritratto di signora

La realtà è che Kamala Harris, 60 anni appena compiuti, è una donna più complessa di come è stata dipinta. Non per niente i conservatori la accusano di voler essere una “presidente Dei” – acronimo di Diversity, Equality, Inclusion (diversità, eguaglianza, inclusione) – valori della cosiddetta cultura Woke (che poi sta per risveglio) detestata dalla destra Usa. Eppure, proprio per questo fa breccia, soprattutto fra le giovani donne che ne condividono le battaglie. Sostenendola su tutte, in quella a favore di quell’aborto che la Corte Suprema a maggioranza conservatrice ha reso pressoché impossibile in 21 Stati. E rispecchiandosi anche nel suo messaggio, inclusivo e multirazziale come la sua identità che tanto si contrappone al bigottismo repubblicano.

Per dire: la sua è una famiglia “aperta” come alla Casa Bianca non si sono mai viste. Sposata all’avvocato ebreo Doug Emhoff da dieci anni, ha contribuito a crescerne i figli Cole ed Ella, 29 e 25 anni, in accordo con l’ex moglie di lui, Kerstin. E infatti i ragazzi la chiamano “Momala”, un po’ mamma un po’ Kamala e pure un po’ “mamele”, “mammina” in yiddish. D’altronde, in passato si credeva che le due anime della sua storia personale – l’attivista e la super poliziotta – l’avrebbero danneggiata sia da destra che da sinistra. Invece, nel corso della campagna si sono bilanciate, diventando la sua forza.

Autobiografia di una nazione

Che storia, la sua: «Mia madre, Shyamala Gopalan, arrivò dall’India a 19 anni col sogno di sconfiggere il cancro nel mondo», ha raccontato lei stessa. «All’Università di Berkeley incontrò mio padre, Donald Harris, arrivato dalla Giamaica per studiare economia. Si innamorarono nel più americano dei modi: alle manifestazioni per i diritti civili. Mamma rifiutò il matrimonio combinato e non rientrò in patria. La relazione naufragò e lei crebbe me e mia sorella Maya da sola».

Le sue prime marce – contro la guerra in Vietnam – Kamala le fa sul passeggino. A dieci anni frequenta una scuola de-segregata: «C’era una bambina, in California, che fu fra le prime a salire sui bus scolastici misti, primo passo verso l’integrazione. Quella bambina ero io» disse nel 2020, durante uno dei dibattiti delle primarie dem. Mamma Shyamala fu aiutata a crescere le figlie da altri attivisti: i frequentatori del Rainbow Sign, un centro culturale dove passavano i più interessanti artisti black degli anni 70: lo scrittore James Baldwin, la cantante Nina Simone, la poetessa Maya Angelou e Shirley Chisholm, prima nera eletta al Congresso e prima a candidarsi alle presidenziali nel 1972. «La famiglia non è fatta solo di legami di sangue ma di chi ti aiuta a crescere», ha dichiarato Harris chiamando sul palco della Convention democratica a Chicago gli anziani amici di sua madre. Da grande studia Scienze politiche alla Howard, celebre università afroamericana di Washington, dove entra nella sorority di donne afroamericane Alpha Kappa Alpha, ancora oggi la sua arma segreta: un network potente che si batte per portarla alla Casa Bianca. Nel 1989 si laurea in Giurisprudenza all’Hastings College di San Francisco. Inizia una rapida carriera Law and Order: procuratrice distrettuale a San Francisco, si occupa di omicidi, traffico di droga, reati a sfondo sessuale. Impara la tecnica che la rende dura negli interrogatori, come dimostrato più volte nelle commissioni in Senato.Ok, ma peseranno gli elementi biografici su un suo potenziale governo? Time l’ha definita «un aggiornamento iOS dell’attuale amministrazione: il sistema operativo resterà lo stesso, con nuove funzionalità e un packaging migliore».

Di sicuro è più pragmatica di Biden, da cui si differenzia in diversi ambiti. Su tutti: parla costantemente (e da prima di essere candidata) di aborto, parola che aveva sempre messo Biden, cattolico praticante, a disagio. Firmerà già il suo primo giorno da presidente una legge che lo ripristini a livello federale, ha promesso. Ha messo la classe media al centro della campagna elettorale: promettendo aiuti a chi acquista una prima casa e sussidi sanitari da finanziare con un’imposta sulle plusvalenze a lungo termine per chi guadagna più di un milione di dollari.

Guardiamo avanti

Intanto prepara la squadra: più giovane e mista di quella di Joe. Il sito di informazione politica Axios ha dato un’occhiata alla lista. Non è definitiva: ma dà un’idea delle intenzioni a tratti rivoluzionarie. Capo di gabinetto potrebbe essere un afroamericano, l’ex Procuratore generale Eric Holder che ha curato pure il vetting – la selezione – del vice. Il posto di Segretario di Stato oggi di Antony Blinken – che ha sì viaggiato tanto, ma portando a casa pochi risultati – passerebbe al consigliere alla Sicurezza nazionale Jake Sullivan, o al direttore della Cia Bill Burns. Alla Difesa vuole una donna: Michèle Flournoy, obamiana di ferro, proprio come Rahm Emanuel che con lui fu Chief of Staff, oggi papabile consigliere alla Sicurezza nazionale. Posto di riguardo poi, per l’attuale ministro dei Trasporti Pete Buttigieg: il suo talento ha spinto Harris, che gli è molto amica, a considerarlo come vice, ma la omosessualità dichiarata, con marito e figli, l’ha frenata. Potrebbe affidargli il compito di ambasciatore Usa all’Onu: ruolo che un giorno potrebbe portarlo alla Casa Bianca. Insomma, non è un caso che il motto di Harris sia Forward!, Avanti!, contro il nostalgico Make America Great Again di Trump. Futuro vs. passato: tra poco sapremo dove guardano gli americani.

Sul Venerdì del 1 novembre 2024

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