La difesa degli squali è ancora in alto mare
di Silvia PerdichizziUn ritmo di circa tre squali all’ora, catturati senza valutarne l’età o il livello di protezione. È una vera strage quella registrata la scorsa estate nell’Oceano Pacifico settentrionale, nell’area della catena sottomarina Hawaii-Emperor (che comprende almeno 80 vulcani) nella prima spedizione che la Rainbow Warrior, storica nave di Greenpeace, ha effettuato per indagare sulle navi che ricorrono ancora ai “palangari” per pescare in modo indiscriminato in mare aperto. Si tratta di cavi lunghi fino a cento chilometri, con migliaia di ami affilati attaccati, che fanno morire agonizzanti gli animali che vi restano infilzati, mentre i pochi che sopravvivono vengono uccisi una volta caricati a bordo.L’associazione ambientalista è riuscita a documentare l’attività di un peschereccio battente bandiera taiwanese che in 25 ore – e in cinque “calate di palangari” – ha catturato e ucciso ben 84 squali. Un record di velocità che per di più ha comportato pessime condizioni lavorative, riscontrate q…
Un ritmo di circa tre squali all’ora, catturati senza valutarne l’età o il livello di protezione. È una vera strage quella registrata la scorsa estate nell’Oceano Pacifico settentrionale, nell’area della catena sottomarina Hawaii-Emperor (che comprende almeno 80 vulcani) nella prima spedizione che la Rainbow Warrior, storica nave di Greenpeace, ha effettuato per indagare sulle navi che ricorrono ancora ai “palangari” per pescare in modo indiscriminato in mare aperto. Si tratta di cavi lunghi fino a cento chilometri, con migliaia di ami affilati attaccati, che fanno morire agonizzanti gli animali che vi restano infilzati, mentre i pochi che sopravvivono vengono uccisi una volta caricati a bordo.L’associazione ambientalista è riuscita a documentare l’attività di un peschereccio battente bandiera taiwanese che in 25 ore – e in cinque “calate di palangari” – ha catturato e ucciso ben 84 squali. Un record di velocità che per di più ha comportato pessime condizioni lavorative, riscontrate quando, con il permesso del capitano, gli attivisti sono riusciti a parlare con i lavoratori sulla nave.
Hub di biodiversità
La quantità degli animali catturati la dice lunga sul rischio che corrono le specie marine protette. Gli squali in particolare sono tra gli animali più minacciati a livello globale e per questo tutelati da trattati internazionali. Che però non paiono essere sufficienti, visto che avvistare per esempio uno squalo nel Mediterraneo – che ospita l’8 per cento delle specie al mondo – è quasi una chimera. E tra le cause del declino c’è anche un fattore “giuridico” non di poco conto, che riguarda lo spazio di “alto mare”. Sono quelle zone marine, a 200 miglia nautiche dalla costa, dove non vige alcuna regola perché non rientrano nella giurisdizione di uno Stato in particolare. E lì quindi si può pescare in modo indiscriminato, pur essendo in presenza di importanti hub di biodiversità.
“Top predator” dei mari per eccellenza, lo squalo è indispensabile al mantenimento del delicato equilibrio ambientale poiché regola le popolazioni e garantisce la tenuta degli ecosistemi marini. «Ne esistono 500 specie, di cui il 30-40 per cento è a rischio estinzione», dice Primo Micarelli, direttore del Centro Studi Squali di Massa marittima (Grosseto). Percentuale che sale nel Mediterraneo dove «gli squali hanno sette volte più possibilità di estinguersi rispetto ai mari continentali ed europei».
Vittime dello strascico
Le ragioni sono molteplici e ascrivibili ad attività umane non per forza “illegali”: l’overfishing innanzitutto, ovvero la pesca massiva che – iniziata negli anni 60-70 – ha messo sotto stress tutte le specie marine. In particolar modo quelle come gli squali che hanno un ridotto tasso riproduttivo: «Le uova fecondate si sviluppano nel ventre materno e muoiono se viene uccisa la femmina gravida, con grave danno al successo della specie», spiega Leonardo Tunesi, responsabile Area tutela biodiversità marina dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Con l’obiettivo del “pescare tanto” poi, si è soprasseduto sui metodi di pesca, divenuti sempre più aggressivi e insostenibili e che hanno generato la moria di diverse specie attraverso il bycatch. Il termine inglese indica la cattura accidentale di specie diverse da quelle che si è andati a cercare: «Si pensi alla pesca a strascico, che miete vittime tra animali che vivono a contatto o nelle vicinanze del fondo, come le razze…», conclude Tunesi. Nelle grinfie dei palangari invece finisce il 10-15 per cento degli squali e un alto numero di tartarughe.Tra queste pratiche ce n’è anche una particolarmente crudele, il cosiddetto finning, che risponde alle esigenze del mercato del Sudest asiatico, dove è richiestissima la zuppa di pinne di squalo perché ritenuta afrodisiaca. Gli squali vengono catturati, issati a bordo, privati delle pinne e rigettati in acqua. Senza poter nuotare, sono destinati a una lenta agonia. Inquinamento e cambiamenti climatici infine hanno dato il colpo di grazia a un delicato equilibrio marino con l’arrivo di specie aliene che si adattano al caldo, sono molto aggressive, e modificano l’ecosistema in cui gli squali trovavano abituale nutrimento.Negli ultimi anni i Paesi hanno cercato di darsi delle regole a tutela del mare e dei suoi abitanti. Ma è parere comune che non sia stato fatto abbastanza. E soprattutto non si risolverà mai davvero il problema «se non si affronterà seriamente la questione dell’alto mare», dice Valentina Di Miccoli che per Greenpeace segue la Campagna Mare.il trattato “30x30”Nelle acque internazionali, come ha testimoniato anche la missione Greenpeace, appunto, vige un far-west senza regole e sanzioni. Non stupisce che lì la pesca sia cresciuta dell’8,5 per cento dal 2018 al 2022 e che i palangari – con le loro catture accidentali – rappresentino oggi oltre i tre quarti delle attività di pesca. E infatti, secondo gli osservatori, anche quelle aree si stanno depauperando, come prova il fatto che «4 mila ami recuperati dal peschereccio taiwanese erano rimasti vuoti».A questo punto ricercatori e ambientalisti chiedono unanimemente l’entrata in vigore del Trattato Onu sugli Oceani, il cosiddetto “30x30” , che punta a trasformare il 30 per cento dei mari in aree protette entro il 2030. Ad oggi è stato ratificato da meno di una decina di Stati – tra cui non figura l’Italia – contro gli 80 necessari.
Sul Venerdì del 1° novembre 2024