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Massimo Cantini Parrini: intervista al costumista più richiesto dal cinema

Massimo Cantini Parrini ritratto tra gli abiti da lui creati per il film Le déluge nella storica Sartoria Tirelli di Roma che ha realizzato i costumi (Luigi Narici/Agf) 

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Due volte candidato agli Oscar, lavora in tutto il mondo, soprattutto quando si tratta di rievocare il passato: «il presente mi stressa, un tempo si immaginava di più»
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Se gli prendesse lo sghiribizzo di fare il regista manderebbe in rovina i produttori. Perché Massimo Cantini Parrini è ossessionato dai dettagli, pignolo – e anche molto ansioso: gli devono togliere gli abiti dalle mani. Quando rivede i film a cui ha collaborato, non è (quasi) mai contento. Ma gli altri, spettatori e addetti ai lavori, invece, lo sono moltissimo. Quindi, è bene che continui la professione che ha intrapreso da ragazzo: il costumista. E che costumista: due nomination agli Oscar (per Pinocchio di Matteo Garrone e per Cyrano diretto da Joe Wright), cinque David di Donatello, in un mestiere che definisce «il più bello che ci sia perché non è il cinema a servirsi di me ma io a servirmi del cinema per ricreare mondi».

Dal 21 novembre sarà in sala Le déluge. Gli ultimi giorni di Maria Antonietta di Gianluca Jodice, film che racconta gli ultimi giorni di Luigi XVI e Maria Antonietta prima della ghigliottina. A gennaio usciranno su Sky gli episodi di M. Il figlio del secolo con…

Se gli prendesse lo sghiribizzo di fare il regista manderebbe in rovina i produttori. Perché Massimo Cantini Parrini è ossessionato dai dettagli, pignolo – e anche molto ansioso: gli devono togliere gli abiti dalle mani. Quando rivede i film a cui ha collaborato, non è (quasi) mai contento. Ma gli altri, spettatori e addetti ai lavori, invece, lo sono moltissimo. Quindi, è bene che continui la professione che ha intrapreso da ragazzo: il costumista. E che costumista: due nomination agli Oscar (per Pinocchio di Matteo Garrone e per Cyrano diretto da Joe Wright), cinque David di Donatello, in un mestiere che definisce «il più bello che ci sia perché non è il cinema a servirsi di me ma io a servirmi del cinema per ricreare mondi».

Dal 21 novembre sarà in sala Le déluge. Gli ultimi giorni di Maria Antonietta di Gianluca Jodice, film che racconta gli ultimi giorni di Luigi XVI e Maria Antonietta prima della ghigliottina. A gennaio usciranno su Sky gli episodi di M. Il figlio del secolo con Luca Marinelli nei panni di Mussolini ed arriverà nelle sale anche Maria di Pablo Larraín, con Angelina Jolie che interpreta Maria Callas.

Due film e una serie, ambientati rispettivamente a fine Settecento, negli anni Venti e negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che mettono in mostra tutto il talento e il perfezionismo di Massimo Cantini Parrini. Al momento è sul set di un film italiano, quello di Andrea De Sica sul delitto Casati Stampa, gli interpreti sono Jasmine Trinca e Filippo Timi, l’ambientazione fine anni Sessanta.

Lei è stato allievo della storica del costume Cristina Giorgetti e del costumista Piero Tosi, il preferito di Luchino Visconti, infine assistente del premio Oscar Gabriella Pescucci. Che cosa ha fatto scattare in lei la scintilla: questo sarà il mio mestiere?

«Avevo una nonna sarta. Si chiamava Silvana e io passavo molto tempo nella sua sartoria. Pensavo che mia nonna e le sue collaboratrici fossero delle maghe perché prendevano questi enormi rotoli di stoffa unidimensionali, li aprivano e dopo poco avevano creato un abito che prendeva già vita addosso al manichino. Erano come origami giganti per me, restavo incantato. Più avanti, verso i dodici anni, ho trovato un armadio di famiglia pieno di cose vecchie, quasi antiche. Poiché i miei bisnonnni erano ancora vivi, cominciai a interrogarli: quando te lo sei messo? in quale occasione? Le loro storie, raccontate davanti ai miei occhi, erano meglio di un film visto al cinema».

Il primo set su cui ha lavorato?

«Come assistente di Gabriella Pescucci, il film era I miserabili di Bille August. Nel cast c’erano Liam Neeson, Geoffrey Rush, Uma Thurman, Claire Danes. Arrivai per portare delle valigie di capi richiesti da Gabriella e non andai più via fino alla fine delle riprese. Volevo imparare tutto, capire tutto».

Che cosa ha capito in questi anni del rapporto tra costumista e attori?

«Prima di vestire un personaggio, io incontro una persona. Ed è importantissimo ascoltare quello che ha da dirmi, cercare di sentire anche la sua visione. Bisogna saper essere un po’ sarti e un po’ psicologi. Gli attori lavorano con il loro corpo e lo conoscono, punti deboli compresi. Noi dobbiamo esaltare il meglio e coprire i difetti, esattamente come un tempo facevano le sarte e gli stilisti quando realizzavano gli abiti su misura».

Facciamo qualche nome. Melanie Laurent, la Maria Antonietta di Le déluge.

«È stata bravissima e paziente, ha sopportato un busto che era un’armatura per giornate intere. Durante le pause la slacciavamo in modo che non soffrisse troppo».

Angelina Jolie, la Maria Callas di Pablo Larraín.

«Per lei mi sono molto documentato su come si è vestita la Callas negli anni, a partire dal periodo in cui Biki la trasformò da ragazza in diva sofisticata. Quindi c’è la Callas in couture di Dior e Balenciaga, poi tutta Saint Laurent e caftani negli anni 60. Uno dei dettagli più importanti da azzeccare sono stati gli occhiali. Pablo ci teneva moltissimo. Ne ho fatti realizzare parecchi e alcuni li ho comprati vintage fino a trovare quelli giusti, con le lenti spesse, per dare lo sguardo da miope, un po’ sognante».

Lei ha lavorato a film ambientati un po’ in tutte le epoche. A quale è più affezionato?

«Mi affeziono a ogni epoca nel momento in cui la tocco. Non ho un periodo preferito, ma se devo scegliere un film del cuore da citare, cito Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Nel nostro lavoro c’è sempre bisogno di un grande regista che ti dia la possibilità di farti conoscere. Per me è stato Matteo. Di tutti i film che ho fatto con lui vado molto orgoglioso».

Proprio nel Racconto dei racconti, Salma Hayek indossa un celebre abito rosso pesantissimo. Trenta chili di vestito, si disse all’epoca. Possibile?

«Salma è simpaticissima, una donna meravigliosa, spiritosa, è il mio amore. Disse a un giornalista che l’abito pesava trenta chili con lo stesso tono con cui potremmo dire che caldo che fa, ci sono 60 gradi all’ombra. L’abito era pesante, lo ammetto, ma non così pesante!». (ride)

Le propongono un film, qual è la prima cosa che fa?

«Chiedo di leggere la sceneggiatura. E poi comincio a parlare con il regista di colori. I colori sono emozionanti, come la musica, creano l’atmosfera. Per esempio, in Le déluge, con Gianluca Jodice ci siamo detti che io dovevo immaginare di essere l’ultimo stilista dei re di Francia e ipotizzare che cosa avrebbero indossato in quella circostanza. Arrivano nella Tour du Temple, questa fortezza lugubre in attesa del loro processo, ancora vestiti come semidei: la regina e la figlia d’argento, il re e il figlio d’oro. Poi, durante la prigionia, giorno dopo giorno, vengono spogliati delle loro ricchezze e frivolezze: via i gioielli, poi le parrucche, via i diversi strati dei vestiti, come se ogni volta dovessero lasciare andare un pezzo di pelle, un pezzo della loro identità e del loro potere. Più si avvicina la morte, più li scopriamo vulnerabili, umani».

In M. Il figlio del secolo ha lavorato di nuovo con l’inglese Joe Wright, con cui aveva già fatto Cyrano. Anche questo sembra un bel sodalizio.

«È uno dei registi ideali con cui lavorare per un fanatico di stoffe come me: è uno stilista mancato, gli piace tantissimo l’abbigliamento, ci farei un contratto a vita».

Luca Guadagnino dice che, diversamente dalla vita, al cinema l’abito fa sempre il monaco. È d’accordo?

«Sì, assolutamente: faccio mia la frase di Guadagnino. Al cinema, spesso la forza iconica di un film o comunque il carisma di un personaggio arriva proprio dai vestiti, sono parte integrante di ogni racconto. Qualunque sia l’epoca raccontata».

Quando le capita di lavorare su un film ambientato oggi, è molto influenzato dalla moda corrente?

«In quei casi, uso raramente capi forniti da sponsor, piuttosto compro tantissimo vintage e lo trasformo. In pratica, lavoro sempre come si trattasse di un film in costume. Ma il contemporaneo mi stressa perché oggi viviamo un’epoca in cui è molto difficile segnalare il passaggio del tempo attraverso l’abbigliamento. Le faccio un esempio: se in un film ambientato nel 2024 devo mostrare un flashback ambientato nel 2012 mi trovo in difficoltà, perché in questi 12 anni poco è cambiato. Se invece, in un film ambientato nel 1950, ho un flashback del 1938, sono sempre 12 anni di distanza ma è subito un altro stile, un altro look, è tutto diverso».

Perché, secondo lei?

«Dal 2000 in poi viviamo in un periodo un po’ fermo, ripetitivo. Oggi i creativi di moda si ispirano molto al passato, ripropongono capi d’archivio. Un tempo, si guardava di più al futuro».

Sul Venerdì dell’8 novembre 2024

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