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Un po’ di pace tra gli ulivi: in Cisgiordania attivisti israeliani aiutano i palestinesi nella raccolta

Un gruppo di volontari israeliani aiuta i contadini palestinesi a raccogliere le olive per evitare che esercito o coloni vengano ad allontanarli o minacciarli 
Nei Territori l’economia di molte famiglie in Cisgiordania è legata alla coltivazione dell’ulivo. Attività oggi pericolosissima a causa dei coloni e dei soldati di Tel Aviv. A meno che… Reportage
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Jaba (Cisgiordania). «Dai ulivo / rendi i tuoi frutti come limoni. / Dai ulivo, rendi i tuoi frutti come melograni». Sotto il sole ancora infuocato di ottobre, a metà strada fra Betlemme ed Hebron, arabi e israeliani cantano insieme, ridono e bevono caffè. E già questa, nel cuore di una terra che da un anno non vede che sangue e violenza, sarebbe una notizia. Ma non è quello per cui siamo venuti fin quaggiù e che vorremmo raccontare. O, almeno, non solo. Ottobre è tempo di olive in Palestina, è così dai tempi dei tempi, lo racconta l’Antico Testamento, lo canta in alcuni dei suoi versi più celebri Mahmud Darwish, palestinese, uno dei più grandi poeti del Novecento: «Se gli ulivi conoscessero le mani / che li hanno coltivati / il loro olio si trasformerebbe in lacrime». Mai tanto copiose come quest’anno.

Non è un ottobre normale, questo, e non è una raccolta normale, questa: un anno fa, nel pieno della bufera post 7 ottobre, su questa terra rossa non c’era nessuno. Gli alberi erano rim…

Jaba (Cisgiordania). «Dai ulivo / rendi i tuoi frutti come limoni. / Dai ulivo, rendi i tuoi frutti come melograni». Sotto il sole ancora infuocato di ottobre, a metà strada fra Betlemme ed Hebron, arabi e israeliani cantano insieme, ridono e bevono caffè. E già questa, nel cuore di una terra che da un anno non vede che sangue e violenza, sarebbe una notizia. Ma non è quello per cui siamo venuti fin quaggiù e che vorremmo raccontare. O, almeno, non solo. Ottobre è tempo di olive in Palestina, è così dai tempi dei tempi, lo racconta l’Antico Testamento, lo canta in alcuni dei suoi versi più celebri Mahmud Darwish, palestinese, uno dei più grandi poeti del Novecento: «Se gli ulivi conoscessero le mani / che li hanno coltivati / il loro olio si trasformerebbe in lacrime». Mai tanto copiose come quest’anno.

Non è un ottobre normale, questo, e non è una raccolta normale, questa: un anno fa, nel pieno della bufera post 7 ottobre, su questa terra rossa non c’era nessuno. Gli alberi erano rimasti solitari, carichi di olive: le autorità israeliane avevano vietato ai palestinesi di avvicinarsi agli ulivi in buona parte della Cisgiordania. Sono stati bloccati 96 mila chilometri quadrati in tutto, quelli nelle aree vicino al muro, alle colonie o controllate da Israele. Motivando la decisione con l’impossibilità di proteggerli dagli attacchi dei coloni. E con la necessità di evitare qualunque altro focolaio di tensione.

Profondo rosso

Il risultato è che il 2023, per le centomila famiglie palestinesi che dipendono dalle olive per vivere, è stato un anno ancor più catastrofico. Secondo i dati dell’ufficio emergenze delle Nazioni Unite, l’Ocha, la metà degli agricoltori palestinesi nel 2023 non è riuscita a raccogliere le olive, con un ammanco di 1.200 tonnellate di olio e di dieci milioni di euro. Una perdita gravissima per un’economia sempre traballante come quella palestinese: resa ancora più drammatica dal fatto che anche le altre due fonti di reddito nei Territori – i lavori governativi e quelli in Israele – lo scorso anno sono state paralizzate, a causa del blocco al trasferimento di fondi internazionali a Ramallah imposto dal governo Netanyahu e dal divieto ai palestinesi di attraversare il muro per lavorare in territorio israeliano.

Nel mirino

Ibrahim Altos è un caso tipico. È sulla sua terra che ci troviamo oggi. Fino allo scorso anno fra i 450 alberi di olivo e un lavoro edile in Israele, riusciva a mantenere la numerosa tribù di cinque figli e tanti nipoti. Oggi non è più così: «Abbiamo subìto una perdita del 60 per cento del nostro reddito» ci racconta mentre prepara il caffè. «Abbiamo guardato le olive marcire senza poterci avvicinare: troppo pericoloso». Nel 2023 l’ong israeliana Yesh Din ha contato 113 attacchi durante la stagione della raccolta contro gli agricoltori palestinesi da parte dei coloni o dei soldati israeliani con loro. E 10 mila alberi danneggiati: per il 2024, siamo già a 36 episodi di violenza solo in ottobre. Incluso quello in cui una donna è stata uccisa a Jenin nei campi di famiglia. «Le nostre donne sono rimaste a casa» sospira Altos, «è troppo pericoloso». L’uomo ce lo dice senza rabbia, come una delle tante cose della vita.

Il signor Ibrahim Altos, proprietario degli alberi, con uno dei volontari di Rabbis for Human Rights 

Consapevole, come tanti, che da queste parti raramente la rabbia porta cose buone. Un’idea che Avi Dabbush condivide pienamente: se Altos è qui oggi a raccogliere le sue olive, è grazie a questo signore alto e alla ventina di persone che insieme a lui cantano e sorseggiano caffè. Dabbush è un rabbino: ed è anche il presidente di Rabbi for Human Rights, un’organizzazione di rabbini e studenti religiosi impegnata per la pace. Che, fra le tante attività, pratica quella di organizzare “scorte umane” per i palestinesi, accompagnandoli a raccogliere le olive in modo da proteggerli, con la loro stessa presenza, dagli attacchi dei coloni. «La maggior parte del discorso pubblico israeliano in questi mesi gira intorno al fatto che sarebbe impossibile parlare di pace e lavorare con i palestinesi dopo il 7 ottobre. Noi siamo qui per dimostrare l’esatto contrario», ci dice scendendo da una scala per asciugarsi il sudore dalla fronte.

Il sabato nero

Fino a un anno fa Dabbush viveva con la famiglia a Nirim, nel Sud di Israele, uno dei kibbutz attaccati il 7 ottobre da Hamas. Quel giorno, ha passato otto ore nella safe room della sua casa mentre fuori si sparava: quando ne è emerso, sette abitanti del villaggio erano stati uccisi, cinque rapiti. Tre di loro sono ancora prigionieri a Gaza. Oggi il rabbino è sfollato a Beersheva, nel deserto del Negev, a quasi tre ore di auto da qui. E non ha cambiato idea: si è alzato alle quattro del mattino per essere a Jaba a raccogliere olive, e lo farà di nuovo nei prossimi giorni. «È un dovere umano e religioso. Sono un rabbino: i valori ebraici non sono certo quelli dell’uso della violenza. So bene che è pericoloso stare qui. Ma trovare una strada per vivere insieme è l’unica maniera per fermare il sangue che continua a scorrere su queste terre».

Mentre parliamo con Dabbush e con Altos, degli occhi ci scrutano: fissi, costanti, precisi. Lo sanno loro, lo sappiamo noi, come tutti quelli che girano intorno alle piante. A duecento metri da noi, alle spalle dell’asino della famiglia palestinese, c’è una postazione dell’esercito israeliano. Dalla torretta, i militari fotografano e prendono nota di tutto quello che accade. Quando ne escono e si avvicinano, nel nostro gruppo sale il nervosismo. Che non sparisce del tutto quando si allontanano. Poi scopriremo il perché.

Dall’altra parte, a qualche chilometro, ben visibile a occhio nudo, c’è la colonia israeliana di Bat Ayin: vicino alla terra occupata, la famiglia Altos ha alcuni ulivi, ma quest’anno ha deciso di non avvicinarsi. «Non vale la pena di morire per le olive», ci dice il signor Altos, spiegandoci che i coloni dell’area sono particolarmente violenti e non fanno distinzioni fra giovani, vecchi, donne, bambini. O palestinesi, ebrei, o giornalisti stranieri. «Non voglio che rischino anche loro» spiega indicando i volontari «gli sono grato per essere qui: per le olive certo, ma anche perché la loro presenza dimostra che arabi e israeliani possono lavorare insieme». È con questa idea e con un po’ di speranza che lasciamo il campo per tornare a Gerusalemme.

Sorpresa finale

Ci vuole poco, pochissimo, a riportarci alla realtà. A tre chilometri dagli alberi della famiglia Altos, c’è il checkpoint che segna l’uscita dai Territori palestinesi e l’ingresso in Israele. La nostra auto non fa in tempo ad avvicinarsi che viene bloccata. Ci è subito chiaro che non è un controllo a caso: la presenza di giornalisti e del loro autista (arabo israeliano) era stata segnalata dai soldati dell’avamposto vicino agli ulivi. Siamo accusati di aver voluto fotografare i militari (è vietato) e, con la nostra presenza, di appoggiare i palestinesi. L’auto è stata perquisita, i computer scannerizzati e i documenti controllati: tutti meno che la tessera stampa del governo israeliano, che ci autorizzava ad essere lì. «Un giorno arriveranno anche da voi e verrete a chiederci aiuto. Ma sarà troppo tardi», ci ha detto pieno di rabbia l’uomo senza divisa che per un’ora si è tenuto i nostri passaporti (senza qualificarsi). «Ma di chi parla?», abbiamo provato a chiedere: nessuna risposta.

La stessa sorte, ma in versione light perché è cittadino israeliano, è toccata al rabbino Dabbush, arrivato poco dopo: ripartendo dal check point ci ha regalato un gran sorriso: «Welcome to Israel!».

Sul Venerdì dell’8 novembre 2024

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