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La sinistra ha vinto. In libreria

(Getty images) 

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Giustizia fiscale, salari più alti, più diritti per chi lavora, tasse per i ricchi. Temi considerati tabù per tanta politica, ma che vanno fortissimo in studi e saggi. Ecco alcuni titoli
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Il socialismo va forte. In libreria. Non senza sorpresa, me ne sono accorto alla terza ristampa in un un mese del mio Hanno vinto i ricchi (Einaudi). Ma i grandi lettori, categoria magniloquente per dire di quelli che leggono almeno un libro al mese, restano piccoli elettori. E infatti al governo abbiamo Meloni che continua a ripetere che «la cultura della destra non è quella di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Quello lo fa la sinistra». Cosa doppiamente falsa dal momento che, dal punto di vista fiscale, Berlusconi e Renzi – dalle tasse sulle case ai limiti per i contanti – sono stati quasi indistinguibili. Ma soprattutto perché senza prendere i soldi da qualcuno (possibilmente i ricchi) non si possono dare i soldi a qualcun altro (auspicabilmente i poveri) e chiunque vi dica il contrario vi sta prendendo in giro. Il florilegio di libri appena usciti o che stanno per uscire, e che vanno in direzione contraria, si spiega forse da una parte con la crescente insopportazione p…

Il socialismo va forte. In libreria. Non senza sorpresa, me ne sono accorto alla terza ristampa in un un mese del mio Hanno vinto i ricchi (Einaudi). Ma i grandi lettori, categoria magniloquente per dire di quelli che leggono almeno un libro al mese, restano piccoli elettori. E infatti al governo abbiamo Meloni che continua a ripetere che «la cultura della destra non è quella di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Quello lo fa la sinistra». Cosa doppiamente falsa dal momento che, dal punto di vista fiscale, Berlusconi e Renzi – dalle tasse sulle case ai limiti per i contanti – sono stati quasi indistinguibili. Ma soprattutto perché senza prendere i soldi da qualcuno (possibilmente i ricchi) non si possono dare i soldi a qualcun altro (auspicabilmente i poveri) e chiunque vi dica il contrario vi sta prendendo in giro. Il florilegio di libri appena usciti o che stanno per uscire, e che vanno in direzione contraria, si spiega forse da una parte con la crescente insopportazione per queste menzogne. E dall’altra dalla constatazione di una disuguaglianza economica sempre più intollerabile. Come che sia, qui proviamo a mettere a confronto alcuni di questi titoli.

Quella curva pericolosa

Partiamo da Giuseppe Civati, ex parlamentare e oggi editore, e dal suo Socialismo tascabile (People). Titolo ripreso da un’idea di Arturo Bertoldi che alla fine degli anni 80 battezza il primo album degli Offlaga Disco Pax, gruppo reggiano che rimpiange la tradizione progressista di quelle parti. Il volume mette a confronto la turbo-crescita del capitale e la caduta a picco del lavoro, incapsulato nel famigerato grafico dell’Ocse (protagonista principale anche del mio libriccino) che mostra come, tra tutti i Paesi europei, l’unico in cui i salari medi siano andati indietro negli ultimi trent’anni è… rullo di tamburi: l’Italia! Civati insiste sulla giustizia fiscale. Racconta di quel giorno in cui, intorno al tavolo di un albergo di Washington, si ritrovano Donald Rumsfeld, capo di gabinetto del presidente Gerald Ford, Dick Cheney, futuro vice di George W. Bush e l’economista dell’Università di Chicago Arthur Laffer. È lui a disegnare su un tovagliolo la curva che dimostrerebbe come, al di sopra di un certo livello, la tassazione riduce il gettito. Tanto vale, dunque, abbassare le imposte. Una teoria presto screditata che tuttavia diventa la colonna sonora del neoliberalismo. Scrive l’autore: «In Italia il tovagliolo di Laffer è diventato una tovaglia. Da noi è stata la lunga stagione di “Meno tasse per tutti”. Le tasse, invece, furono ridotte a Totti, e nel corso degli anni è emersa l’idea di far pagare a tutti la stessa aliquota (flat). Il meme ha quindi sostituito la realtà». Fino all’odierno dibattito sugli extraprofitti e allo scandalo quando Elly Schlein osa dire che si può ragionare di patrimoniale. Come invece accade in Francia, col governo conservatore di Barnier. O in Gran Bretagna, con quello moderatamente laburista di Starmer. E come ci consiglia di fare l’Ocse, notoriamente non affiliata alla Quarta internazionale.

46 giorni di sciopero

Il sottotitolo di Soldi!, dell’ex vicedirettore dell’Unità Rinaldo Gianola, è Il capitalismo dei predatori. È su questo gioco a somma zero, dove l’arricchimento di un manager diventa impoverimento di moltitudini di lavoratori, che il libro dà il suo meglio. Scartavetrando la retorica della sostenibilità, «il magico acronimo ESG (Environmental, Social, Governance) su cui la finanza internazionale misura la sua credibilità» ma spesso è solo «una mano di vernice fresca, per apparire più moderni, giusti, innovativi, solidali e inclusivi». Bagliori di speranza, Gianola li intravede negli Stati Uniti, dove il sindacato sta conoscendo un’inaspettata seconda giovinezza. Con Shawn Fain, presidente del sindacato United Automobile Workers, che ha chiesto aumenti salariali del 40 per cento. Quasi una provocazione se non fosse stata pari a quella che gli amministratori delegati del settore si erano già assegnati a fronte di performance quasi mai stellari. Sta di fatto che, alla fine di uno sciopero lungo 46 giorni, andando in tv con una t-shirt che diceva Eat the rich, lo UAW ha portato a casa aumenti tra il 20 e il 25 per cento. Un risultato che non si vedeva da decenni. Complice la solidarietà del vecchio Joe Biden che si è presentato ai picchetti di Detroit. Un’onda nuova, fa notare l’autore, che non si è propagata in Europa dove l’amministratore delegato di Stellantis, Tavares, guadagna come «12.000 lavoratori metalmeccanici di terzo livello» mentre i salari degli operai, considerata l’inflazione, hanno messo la retromarcia.

GKN, per esempio

Che poi non è del tutto vero che da noi la resistenza non sia pervenuta. Basta avventurarsi fino a Campi Bisenzio, tre quarti d’ora di macchina da Firenze. È ciò che ha fatto Gea Scancarello, combattiva giornalista di La7, per Questo lavoro non è vita, illuminante conversazione con Dario Salvetti, l’anima della lotta della Gkn. I cui 422 operai finiscono il turno notturno sapendo di lavorare per una proficua fabbrica di semiassi salvo ricevere un’email poche ore dopo che li avverte che la sede è stata chiusa e la produzione delocalizzata nella più economica Slovenia. Quel 9 luglio 2021 perdono tutto, tranne se stessi. E da lì ripartono, organizzando l’assemblea permanente più lunga della storia italica. L’intuizione geniale di Salvetti, operaio laureato in sociologia, è di allargare la lotta. Con i freelance pagati pochi euro a pezzo che vanno a intervistarlo credendo di andare a raccogliere le lacrime di uno sconfitto, lui ribalta la domanda: «E tu come stai?».

Perché, con molti distinguo, rispetto al capitale i lavoratori sono tutti sulla stessa barca. Quelli che una volta erano inamovibili oggi sentono la terra tremare sotto i piedi. Il libro cita un celebre, ma mai abbastanza interiorizzato, passaggio di Antonio Gramsci sull’indifferenza: «Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare». Ci piace chiamarla «fatalità», ma è solo per assolverci. E quando i nodi vengono al pettine «alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?». Una domanda alla quale Salvetti – che una sinistra astuta proverebbe a candidare oggi, anzi ieri – e le sue centinaia di compagni possono serenamente rispondere “noi ci abbiamo provato”.

La decrescita non è sfigata

Ci prova anche Kohei Saito, filosofo giapponese, a svecchiare Marx in chiave ambientalista. In Il capitale nell’antropocene (Einaudi) di cui il Venerdì si era occupato quasi due anni prima del suo lancio italiano. La cui scommessa fondamentale – vittoriosa a giudicare dalle vendite – è togliere la patina di sfiga al concetto di “decrescita”.

Underdog, quelli veri

Il principale punto in comune degli ultimi due libri è di concentrarsi sulle comunità lasciate indietro, nel tentativo di tracciare una specie di cartografia sociale della precarietà. Mai frutto di calamità naturali ma di decenni di politiche pro-ricchi. Così l’economista di Oxford Paul Collier, racconta in Poveri e abbandonati (Bocconi University Press) la spirale negativa dei vecchi buoni lavori sostituiti da tanti lavoretti. Un viaggio nella deindustrializzazione che, passando dalla Colombia allo Zambia, arriva nel South Yorkshire. Dove l’aristocrazia operaia delle acciaierie si è riciclata in call center e magazzini, trasformando la zona in una delle più derelitte d’Inghilterra. Un tracollo che provoca frustrazione e rabbia e spiega fenomeni come la Brexit che, se da lontano liquidiamo come masochismo, per chi si sente in trappola han pur sempre il fascino del cambiamento. E dai nodi evocati da Gramsci arriviamo a quelli citati dal giornalista Matthew Desmond in Povertà in America (La nave di Teseo) quando la descrive non come una semplice mancanza di denaro ma come un «nodo stretto di malattie sociali», dalla crisi abitativa al difficile accesso alla cure mediche, tutte endemiche nel modello economico dominante.

Il premio Pulitzer denuncia il «diversivo della scarsità», per cui non si potrebbe fare più di tanto contro le disuguaglianze perché le risorse sono limitate. Argomento che Desmond demolisce spiegando che le risorse sono poche perché si decide che lo siano. Tipo quando, nel suo Paese, Trump ha varato il più potente programma di tagli alle tasse per i ricchi dai tempi di Reagan. O quando, tanto repubblicani che democratici, chiudono entrambi gli occhi di fronte alla colossale elusione fiscale delle grandi aziende. Porre fine alla povertà, si chiede, è al di là delle nostre capacità? Risposta: «Potremmo permettercelo se consentissimo al fisco di fare il suo lavoro. Potremmo permettercelo se i più abbienti tra noi ricevessero meno dal governo». Peccato che, né a Washington, né a Londra, né a Roma, accada. Per quello servono più lettori che, al momento giusto, si ricordino di cosa hanno letto.

Sul Venerdì dell’8 novembre 2024

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