Siamo tutte Gisèle Pelicot
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI. Cinquant’anni di vita insieme, con tre figli, sette nipotini, pranzi di famiglia come se niente fosse. Fino alla terribile scoperta di essere stata offerta dal marito a un branco di uomini. Violentata non una volta, ma decine di volte. Lei è Gisèle Pelicot, casalinga di Mazan, piccolo comune nel Sud della Francia. E lui Dominique Pelicot, fino a qualche anno fa dipendente della società di energia Edf. Il regista di una «barbarie», come ha detto Gisèle. Una barbarie premeditata, organizzata, documentata per dieci lunghissimi anni. Al tribunale di Avignone sono state dettagliate le violenze sessuali che il marito ha fatto subire alla moglie, addormentandola con potenti sedativi per poi farla stuprare nel sonno chimico da sconosciuti invitati a casa.
Un padre premuroso
Per la forza e la dignità con cui sta affrontando il processo, Gisèle è diventata un’eroina nazionale. Viene accolta all’ingresso del tribunale da applausi di militanti femministe che vedono nel processo un simbolo…
PARIGI. Cinquant’anni di vita insieme, con tre figli, sette nipotini, pranzi di famiglia come se niente fosse. Fino alla terribile scoperta di essere stata offerta dal marito a un branco di uomini. Violentata non una volta, ma decine di volte. Lei è Gisèle Pelicot, casalinga di Mazan, piccolo comune nel Sud della Francia. E lui Dominique Pelicot, fino a qualche anno fa dipendente della società di energia Edf. Il regista di una «barbarie», come ha detto Gisèle. Una barbarie premeditata, organizzata, documentata per dieci lunghissimi anni. Al tribunale di Avignone sono state dettagliate le violenze sessuali che il marito ha fatto subire alla moglie, addormentandola con potenti sedativi per poi farla stuprare nel sonno chimico da sconosciuti invitati a casa.
Un padre premuroso
Per la forza e la dignità con cui sta affrontando il processo, Gisèle è diventata un’eroina nazionale. Viene accolta all’ingresso del tribunale da applausi di militanti femministe che vedono nel processo un simbolo della “cultura dello stupro”, ancora troppo radicata nelle nostre società. Il suo ritratto è apparso in diversi murales in giro per la Francia, le sue parole sono state stampate su magliette e cartelli. “Merci Gisèle”. “Je suis Gisèle”. Mentre la politica si concentra sulle aggressioni in cui il colpevole è un immigrato, il processo in corso ad Avignone è la dimostrazione che gli stupratori spesso sono il vicino di casa, il parente, il “marito modello”. «Abbiamo condiviso risate e dolori», ha raccontato Gisèle. «L’ho sostenuto nei suoi problemi di salute e di lavoro. Pensavo di finire i miei giorni con questo signore, questo padre premuroso».Gisèle, settantenne minuta, caschetto rosso, è diventata un’icona contro le violenze sessuali, contro un patriarcato che non è mai scomparso. «Pensavo che fosse tutto normale, visto che c’era in casa suo marito», si è difeso uno dei violentatori. La vittima ha chiesto che il dibattimento fosse pubblico perché i riflettori si accendessero sulla “sottomissione chimica”, fenomeno in aumento negli abusi sessuali: può essere un drink in discoteca, ma anche a casa, dove si pensa di essere al sicuro. «Spero che il giorno in cui una donna si sveglierà al mattino senza ricordare cosa ha fatto il giorno prima, forse penserà alla mia testimonianza» ha spiegato Gisèle che ormai chiama il marito per cognome, «Monsieur Pelicot». «L’amavo moltissimo, Gisèle non se lo meritava», ha detto lui piangendo in aula, e chiedendo perdono. «Non si nasce perversi, lo si diventa» ha azzardato nella sua difesa. «Avevo dei bisogni che ho soddisfatto da egoista. E me ne vergogno. Sono uno stupratore. Lo sono, quanto loro» ha concluso Pelicot rivolgendo lo sguardo agli altri coimputati. «Conoscevano lo stato di mia moglie prima di venire a casa, sapevano tutto, non possono negare».
Un bicchiere d’acqua
Sono cinquanta gli uomini accusati nel processo di Avignone, ma probabilmente quelli che nel tempo hanno abusato di Gisèle sono di più. Almeno un’altra ventina non sono stati identificati. Molti degli uomini rinviati a giudizio sono stati rintracciati dagli investigatori attraverso gli archivi delle conversazioni con Pelicot, che metteva annunci in alcune chat e forum online. Altri li aveva filmati, documentando le violenze sulla moglie. Un archivio informatico scoperto per caso nel 2020, dopo un banale fermo di Pelicot in un supermercato: il pensionato aveva tentato di fotografare sotto la gonna una signora. «Voglio ringraziare i poliziotti, mi hanno salvato la vita», ha spiegato Gisèle, ricordando il primo interrogatorio con il tenente del commissariato di Carpentras, dopo che il marito era stato fermato. «Il poliziotto mi ha chiesto se praticavo lo scambismo o il triolismo. Ho risposto di no, che non avrei sopportato la vista di mani sul mio corpo se non quelle di mio marito». A quel punto l’agente ha avvertito Gisèle di prepararsi a vedere contenuti scioccanti. «Mi hanno mostrato le immagini di me che giacevo inerte sul mio letto, mentre degli sconosciuti mi violentavano. Sono crollata. Mi hanno dato un bicchiere d’acqua ed è arrivato uno psicologo». Sono stati ricostruiti 92 atti di violenza dal 2011 al 2020. La banalità del male ha titolato il quotidiano locale La Provence, mettendo in prima pagina i ritratti (in parte sfumati) dei cinquanta “uomini ordinari” che avevano risposto all’invito di Pelicot. Età compresa tra i 26 e i 74 anni. Un camionista, un pensionato, un operaio, un tecnico informatico, un vigile del fuoco, una guardia carceraria, un ex detenuto sieropositivo, un ristoratore, un disoccupato, un giornalista, un infermiere. E tanti altri. Un lungo elenco che attraversa classi popolari e piccola borghesia di provincia. Alcuni imputati hanno precedenti penali, anche di aggressione sessuale, altri una fedina immacolata. C’è chi è sposato con figli, chi è celibe, chi divorziato. Uno spaccato della società. L’unica cosa che hanno in comune è l’aver frequentato siti online per scambismo e serate «libertine», secondo la loro definizione. Violentatori «a nostra insaputa», ripetono tutti adesso, sostenendo di aver creduto di partecipare a un gioco sessuale con una vittima «consenziente».
Ora basta però
Nei processi per stupro c’è sempre un momento in cui la difesa tenta di invertire l’onere della prova, di ribaltare l’accusa, frugando nel passato della vittima, indicando comportamenti poco “morali”. «Gisèle era una donna molto libera», «Gisèle aveva tradito il marito», «Gisèle fingeva di dormire». Gisèle è stata trattata da «alcolizzata», da «esibizionista». «Ora basta, da quando sono arrivata in quest’aula mi sento umiliata. Ho l’impressione di essere io la colpevole», è sbottata a un certo punto lei, messa sotto pressione da domande e allusioni sempre più scomode. «È umiliante e degradante. Ho l’impressione che le vittime siano i cinquanta uomini seduti dietro di me, o no?».Al tribunale di Avignone hanno sfilato anche le mogli degli imputati. «Pensavo di vivere una vita tranquilla e appagante, ma mi sbagliavo», ha detto la signora Emilie, che ha deciso di separarsi dopo che il caso è esploso. Ora vive nel dubbio di essere stata anche lei vittima di sottomissione chimica. La signora Cilia non invece ha più dubbi: tra il 2015 e il 2018 il marito e Pelicot l’hanno violentata una decina di volte, usando lo stesso metodo che su Gisèle. «Era una persona meravigliosa», sottolinea Cilia, rifiutando di sporgere denuncia contro il marito per «proteggere» i cinque figli. Samira ha cercato di capire perché il suo compagno abbia violentato sei volte Gisèle. Ma non lo ha lasciato e continua a sostenerlo: «Non è un caso che ci siamo incontrati, avevo questa missione».
Cinque minuti di pausa
Un’altra donna ha confidato di sentirsi responsabile per «aver sempre rifiutato» le avances del marito: «Penso che come uomo abbia avuto voglia di guardare altrove». Lucie è arrivata incinta all’udienza per difendere il compagno. «Mi ha detto che si trattava di una gioco tra marito e la moglie. E che lei era ubriaca». Gisèle è rimasta sempre in aula. Da settembre non ha perso un giorno di udienza. Solo una volta si è concessa una pausa. Cinque minuti. La “maratona” giudiziaria è ancora lunga. Il 20 dicembre è attesa la sentenza. «Sento tante donne, e anche degli uomini, che parlano del mio coraggio», ha detto. «Non è coraggio, è forza di volontà. Non voglio esprimere rabbia o odio. Solo la mia determinazione a cambiare questa società».