Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Carissima Natalia, per suo tramite vorrei rispondere al Sig. Nicola riguardo la domanda che si pone alla fine della sua lettera del 1° novembre: “Come riportare la sessualità nella stanza dei giochi, con la consapevolezza che l’età avanza?”. Ma chi ce la vuole riportare la sessualità nella stanza dei giochi (giochi per i maschietti e non sempre per le donne)? Sono una che non accetterebbe mai l’abuso o l’uso del proprio corpo, fatto sta che a soli e ripeto soli, 60 anni, ora ne ho 78, decisi che era giunto il momento di dire basta, sì basta a questa ripetizione di ginnastica da camera, gesti che non mi piacevano più poiché mi sentivo inadatta a quel gioco. Dissi a mio marito la mia decisione, ne avrei pagato le conseguenze, qualora mi avesse tradita (sicuramente l’avrà fatto) o addirittura lasciata. Non accadde, ricordo che eravamo su una panchina al Central Park, certo rimase male…
Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o Il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125 Milano.
Carissima Natalia, per suo tramite vorrei rispondere al Sig. Nicola riguardo la domanda che si pone alla fine della sua lettera del 1° novembre: “Come riportare la sessualità nella stanza dei giochi, con la consapevolezza che l’età avanza?”. Ma chi ce la vuole riportare la sessualità nella stanza dei giochi (giochi per i maschietti e non sempre per le donne)? Sono una che non accetterebbe mai l’abuso o l’uso del proprio corpo, fatto sta che a soli e ripeto soli, 60 anni, ora ne ho 78, decisi che era giunto il momento di dire basta, sì basta a questa ripetizione di ginnastica da camera, gesti che non mi piacevano più poiché mi sentivo inadatta a quel gioco. Dissi a mio marito la mia decisione, ne avrei pagato le conseguenze, qualora mi avesse tradita (sicuramente l’avrà fatto) o addirittura lasciata. Non accadde, ricordo che eravamo su una panchina al Central Park, certo rimase male, ma non oppose nessuna resistenza, andava bene anche a lui? Non credo, in fin dei conti aveva solo 68 anni, ma accettò. Mi amava anche senza sesso. Questa fu una dimostrazione di immensa considerazione della mia persona, non come moglie e strumento di piacere, ma come compagna di vita, che diciamocela tutta, il sesso è come l’appetito, c’è chi si strafoga, e chi si accontenta di una mela. Io sono frugale e vivo bene con poco. Siamo insieme da 54 anni. Signor Nicola, il ridicolo di due corpi flaccidi nella penetrazione è deprimente, non divertente…
Simona Rosato
Gentile signora, io credo che senza litigare, nei matrimoni piacevoli, c’è sempre il momento in cui uno dei due, quasi sempre lei, non ne può più dell’infinito identico modo di fare l’amore dopo vent’anni, trent’anni, e magari dopo un giorno. Si può inventare un altro modo di renderlo carino? Non me ne intendo, non lo so. Oppure non me lo ricordo più. Se ci si sposasse solo per fare l’amore sarebbe una stupidaggine: oggi ci si sposa per fare una famiglia, intendendo, con quello, anche le piacevoli notti lunghissime facendo l’amore. Lei è stata molto brava, anche perché suo marito non se l’aspettava. Lui ha accettato certamente con dispiacere, ma ha accettato la sua decisione giusta, giustissima. Quel tempo era finito almeno per lei, e lei gli offriva tutto il conforto di essere una moglie, una vera moglie, una vera compagna di vita. Mi piace, l’approvo, chi non lo fa non stima affatto l’uomo che l’ha sposata ma non per questo se ne crede il padrone.
Ha ragione Sorrentino, non ci resta che l’ironia
Simpatica Signora, uno degli aforismi più interessanti che ci regala Parthenope, il film di Paolo Sorrentino, è questo: «Alla fine della vita ci resterà solo l’ironia». A volte alla fine della vita, insieme all’ironia ci rimangono pure il dolore, il rimorso, la tristezza, la malinconia, la soddisfazione, la gloria, la noia, l’affetto, l’amore e tante altre cose. Cosa resti alla fine di una vita non lo so, ma so che un pizzico di ironia dovrebbe entrare in tutte, o quasi tutte, le sfaccettature della nostra esistenza. Insomma, cara Aspesi, lei che, anche quando risponde in modo sibillino o perentorio alle nostre domande usa sovente la sottile arma dell’ironia, saprà sicuramente che l’umanità si prende troppo sul serio. Oscar Wilde diceva che, se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso. Quindi, non so se ha ragione Sorrentino quando dice che alla fine della vita resterà solo l’ironia, però, cara Aspesi, è cosa ovvia e risaputa che l’ironia aiuti a vivere meglio. Anche in momenti come questo in cui, purtroppo, ci sarebbe poco da ridere.
Fabio Fiaschi
Io sono stata molto fortunata, sono nata “ironica”, e quando i cattivi giovanotti, in gran quantità, mi piantavano, pur piangendo e vicina alla disperazione, correvo alla Rinascente, ai saldi, mi compravo due camicie con lo sconto e tutto era risolto. Del film di Sorrentino se ne è parlato continuamente, per alcuni forse anche troppo, e c’è chi ha preso questa massiccia narrazione quasi come un modo per mettere da parte il film Vermiglio già scelto per essere il candidato italiano agli Oscar. Certo, diciamo che anche quel che resta della nostra antica ironia si sta dileguando, ma noi continuiamo, con fatica, a continuare finché è possibile nel gioco.
Mia figlia cambia genere e mi chiedo: sarà felice?
Gentile signora Aspesi, le scrivo sperando di avere una sua opinione sulla situazione in cui mi trovo, relativa al rapporto con mia figlia. Cerco di essere breve anche se l’argomento avrebbe necessità di una maggiore esposizione. I fatti sono questi. A metà degli anni Ottanta, mia figlia aveva allora 15 anni, ci confidò di essere omosessuale e provare solo interesse per le ragazze. Dopo un primo sconforto, in quel periodo non era ancora facile accettare la condizione di lesbica, ora fortunatamente le cose sono molto cambiate, io e mia moglie accettammo la situazione. Nel tempo i rapporti tra mia moglie e mia figlia sono decisamente peggiorati, ma non per l’omosessualità, ma per altri motivi, e questo fa si che con mia figlia ci vediamo raramente. Ora vengo al vero problema. Un giorno mia figlia mi telefona e dopo qualche scambio di notizie mi informa di aver cambiato nome, da femminile in maschile. Intuisco cosa mi dirà di lì a poco e il respiro mi si blocca quando mi dice che non solo ha cambiato il nome anagrafico ma che dopo consultazioni con lo psicologo si è sottoposta a intervento chirurgico per farsi asportare il seno, che assume farmaci per stabilizzare la situazione e farsi crescere la barba. Resto in silenzio per qualche secondo poi, pensando che ormai la cosa è avvenuta, cerco, anche con qualche domanda, di mantenermi sereno. Adesso non passa giorno che non pensi a tutti i risvolti di questa situazione: come saranno i problemi che incontrerà nel rapporto con le altre persone? Cosa accadrà se dovesse aver necessità di un ricovero in ospedale, in che reparto sarà ospitata e come dovrà comportarsi? Non voglio immaginare quali altre difficoltà dovrà sopportare. Comunque io cerco di starle vicino perché adesso a lei sembra tutto semplice ma temo che non lo sarà sempre, e io sono ormai molto anziano. Un caro saluto.
P.s.: mi perdoni l’anonimato
Gentile Anonimato, con lei ho imparato l’esistenza degli Amab e degli Afab, cioè rispettivamente le persone a cui è stato assegnato il genere maschile o femminile alla nascita. La sua lettera, così bella, mi ha fatto pensare a queste persone, rare, che nascono col sesso sbagliato ma non lo accettano, e poi faranno di tutto per tornare ad essere, in apparenza, quanto mai simile, nel caso di una ragazza, all’uomo che non saranno mai. Mi scusi per questa crudeltà, ma la sua lettera è così piena d’amore per la figlia che sta lottando per essere l’uomo che sente di essere, da togliermi anche l’ultimo disagio verso di lei. Posso anche consolarla e guardare il figlio di Cher, brava e bella attrice, e Sonny Bono, che è nato Afab, nel 2010 ha cambiato genere diventando un uomo grassoccio, con una fitta barba e gli occhi di una persona felice. Come sua figlia, anche i tanti nuovi uomini hanno cambiato nome, hanno rinunciato al seno, prendono farmaci per poter avere la barba. Guardi signore, gli Afab sono tantissimi, e può vedere i più famosi che hanno riconquistato il corpo giusto. Non si preoccupi quindi, sua figlia, suo figlio, la sua Afab, le dice di non preoccuparsi, in ogni modo sa che lei gli-le vuole bene.
Sul Venerdì del 15 novembre 2024