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I segreti di Rombo, il nuovo reggimento italiano per la guerra tecnologica

Il cane-robot Cesare e un drone manovrati dagli uomini del reggimento Rombo nella città militare della Cecchignola a Roma. Luigi Narici
Il cane-robot Cesare e un drone manovrati dagli uomini del reggimento Rombo nella città militare della Cecchignola a Roma. Luigi Narici 

Computer che neutralizzano gli attacchi, schermi elettromagnetici, cani-robot, visori. Abbiamo passato in rassegna i baschi grigi che si preparano ai conflitti del domani

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Roma. La città militare della Cecchignola è l’icona dell’epoca della naja. Nella distesa di caserme alle porte di Roma tutto rievoca gli anni della leva e delle goffe reclute diciottenni fatte marciare per ore. Camminando tra gli edifici d’architettura littoria, però, oggi si può avere la sensazione di compiere un viaggio nel tempo: all’improvviso si incontra un robot quadrupede che si muove solitario e scruta il visitatore con occhi elettronici, subito raggiunto da una coppia di micro-droni che cominciano a volargli intorno. Non è un’allucinazione. Siamo entrati nel laboratorio dei conflitti di domani: la sede del Rombo, l’ultimo reggimento nato nella lunga storia dell’Esercito.

È stato creato soltanto un anno fa e la sua missione è inventare un nuovo tipo di guerra, che non solo tenga conto delle lezioni provenienti dalle trincee ucraine ma sappia anche anticipare i prossimi sviluppi. Insomma, un salto del futuro. Realizzato mettendo insieme le due discipline più innovative: la lotta cibernetica e quella elettromagnetica.

«Abbiamo integrato queste due sfere non in maniera concettuale ma concreta», sottolinea il colonnello Pierpaolo Caligari. Cosa significa? Prendere il controllo di ogni trasmissione radio e di ogni sistema informatico. Ad esempio interrompere le frequenze che permettono di pilotare i droni, volanti o terrestri. Oppure impedire le comunicazioni tra reparti nemici. E anche paralizzare i computer che gestiscono batterie missilistiche, centri comando, cannoni semoventi. O, meglio ancora, fare entrambe le cose in maniera sincronizzata, contando sull’assistenza dell’intelligenza artificiale.

«Per agire in questi contesti ci vogliono intuizione e innovazione», prosegue il colonnello. «Noi abbiamo anticipato i tempi e costruito una capacità operativa che adesso tutti ci invidiano. Due settimane fa abbiamo avuto una serie di incontri in Giappone, confrontandoci con i militari nipponici, che sono chiusi per carattere e molto avanzati dal punto di vista tecnologico: appena si sono resi conto di cosa sapevamo fare, si sono messi a disposizione. Hanno compreso che da noi potevano solo imparare».

All’ombra delle Dolomiti

L’idea che domina l’attività del Rombo è quella di “bolla tattica”: una cupola elettromagnetica in cui le frequenze nemiche vengono azzerate e quelle amiche restano protette. La “bolla” è invisibile ma si possono facilmente visualizzare i suoi effetti: quando entra in azione, i droni avversari precipitano al suolo mentre i “nostri” continuano a volare. In questo tipo di combattimento non è possibile separare difesa e attacco; tutto si svolge contemporaneamente in uno spazio immateriale.

«Il primo banco di prova è stato due mesi fa l’esercitazione “Stella Alpina” ai piedi della Marmolada. Lì abbiamo dovuto garantire una bolla tattica intorno alle nostre forze» ricostruisce Caligari. «Lo scenario della manovra era complesso. Lungo una strada di montagna, le nostre truppe stavano finendo in una trappola. C’erano un tank T-72 che avanzava, un nido di mitragliatrici nascosto e un plotone pronto a scattare all’assalto».

Come nelle pianure ucraine, bisogna confrontarsi contemporaneamente con minacce del passato – quali trincee, campi minati e carri armati – e con le sfide cyber per proteggere o neutralizzare sistemi automatizzati: senza i droni ricognitori gli avversari vanno avanti alla cieca e con le radio fuori uso non possono coordinare l’imboscata. Ecco che proprio lo schermo di impulsi riesce a fare la differenza.

La partecipazione al wargame è stata voluta dal capo di Stato maggiore Carmine Masiello, che è il promotore di questa rivoluzione: il Rombo è il punto di partenza per cambiare tutto l’Esercito. Non a caso, il generale Masiello ha decretato che questi soldati speciali abbiano un basco di colore grigio chiaro che li distingua da tutti gli altri: adesso lo indossano soltanto 180 donne e uomini di questo reggimento; nel giro di qualche anno saranno migliaia. «Ogni brigata dovrà disporre di una sua bolla tattica» prosegue Caligari.

«Abbiamo un compito molto impegnativo. Dobbiamo formare il personale, nelle competenze e nella mentalità, ossia nell’approccio innovativo che permetta loro di misurarsi con una situazione di cambiamento continuo. Le persone devono essere flessibili: tutto in questo reparto è multisettoriale, e aperte verso la trasformazione».

Il cuore in Abruzzo

Il cuore pulsante della “bolla tattica” è un furgone fuoristrada blindato prodotto dall’azienda abruzzese Tekne: trasporta una centrale di guerra elettronica e cibernetica. In uno spazio ristretto c’è un concentrato di strumentazioni che possono muoversi in ogni terreno, garantendo lo scudo e la spada: proteggono le proprie frequenze, cancellano quelle nemiche. «Il sistema viene definito passivo-reattivo», spiega il colonnello, cercando di semplificarne la complessità.

«Entra in funzione solo quando avvista una minaccia: prima non può essere scoperto. Solo allora si attiva e la identifica, che si tratti di una sorgente di onde radio o di un drone. La localizza e inizia l’attività mirata per neutralizzarla. Ovviamente disponiamo di intelligenza artificiale: ci suggerisce come colpire, quali sono gli strumenti più idonei e i bersagli prioritari».

Questa battaglia di frequenze e robot può essere condotta da una persona sola, munita di occhiali con visori speciali, che guida droni e disturbatori di frequenze muovendo mani e dita in una realtà virtuale. Sembra un direttore d’orchestra in tuta mimetica, avvolto da una nuvola digitale in cui manovra strumenti che possono fisicamente trovarsi a parecchi chilometri di distanza e lì scatenano veri attacchi. L’apparato è tutto di produzione italiana, sviluppato in simbiosi con il Rombo. «C’è il lavoro di quattro aziende diverse, tutte di nicchia: l’Esercito ha fatto da aggregatore», chiosa il colonnello Caligari.

Tra le tante missioni dei “baschi grigi” c’è quella di assistere l’industria nazionale nella concezione di nuovi sistemi: «È indispensabile per mantenere l’autonomia strategica, ossia non dipendere dai prodotti di altri Paesi nei settori che decideranno il futuro», rimarca il comandante del reggimento. Indica un drone ad ala fissa, che decolla verticalmente e resta in aria per cinque ore, trasportando dodici chili tra sensori e armi. Anche il software del cane robot, che per inciso si chiama Cesare, è italiano: viene usato come vedetta esplorante ed è particolarmente prezioso per ispezionare tunnel o cunicoli. E stanno mettendo a punto il prototipo di una loitering munition – più spesso definita “drone killer” – ad alte prestazioni.

Dietro ci sono società come Sky Eye Systems, Siralab, Veco Robotics: imprese piccole o medie, a Terni o a Pisa, che grazie alla collaborazione con il Rombo stanno crescendo. «Sono giovani e hanno sicuramente più passione che finanziamenti, ma è fondamentale tutelare il loro patrimonio di competenze o rischiamo di dovere adottare sistemi che non controlliamo fino in fondo. Nella sfera cyber non si può rinunciare alla sovranità».

Come gran parte dei “baschi grigi”, Caligari viene dal corpo delle trasmissioni: gli ufficiali sono ingegneri elettronici, uomini e donne, tutti specialisti. Anche i vecchi schemi di rete per collegare antenne, ricevitori e radio da campo sono stati stravolti: per quasi un secolo sono stati concepiti come una stella, come tanti raggi che partivano da un unico centro. Ma nella guerra elettromagnetica quel centro è troppo vulnerabile: se viene disturbato, salta tutta la catena delle comunicazioni. Per questo sono state allestite ragnatele di connessioni digitali, con una ridondanza di apparati che possono funzionare come snodo.

Fantascienza e tradizione

Nel piazzale marmoreo risuona uno squillo di tromba e una compagnia si allinea obbedendo all’ordine del “present arm!”. È la cerimonia del passaggio di consegne: il tenente colonnello Biagio Ciliberti, primo comandante di battaglione, è stato trasferito all’agenzia cyber della Nato e saluta il reparto. C’è un misto di fantascienza e tradizione, di robot guerrieri e di scarponi sbattuti all’unisono che può apparire distopico. «Tutt’altro: Questa è la nostra identità», conclude Caligari. «Crediamo in quello che facciamo, portiamo i nostri valori nel futuro».

Sul Venerdì del 15 novembre 2024

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