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as1one: una boyband per conquistare la pace

La banmd al completo. Ross Haifin 

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Sono un gruppo con cantanti e ballerini israeliani e palestinesi. Vogliono essere il simbolo della convivenza, ma la loro favola americana è iniziata nel giorno sbagliato: era il 6 ottobre 2023. Intervista
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New York. «Dovevamo essere il simbolo della convivenza possibile. Ne andavamo fieri. E infatti siamo venuti in America, a Los Angeles, per registrare il primo album mai realizzato da una “boy band” israelo-palestinese: era il 6 ottobre 2023. Eravamo eccitatissimi e nonostante il volo di 16 ore sulle spalle siamo usciti subito. Mangiavamo burritos quando i nostri cellulari si sono messi a suonare tutti insieme. A casa era già il 7 ottobre. Abbiamo ricevuto in diretta le notizie orribili di quel che stava accadendo e ovviamente quella notte nessuno di noi ha dormito. Chiaro, ne siamo stati devastati. E infatti il giorno dopo il manager ci ha detto che potevamo tornare a casa se volevamo. Qualcuno di noi è stato tentato. Ne abbiamo discusso, a lungo. Alla fine ci siamo detti che il nostro sogno non poteva finire ancor prima di iniziare. E che la nostra band aveva ancora più senso di prima».

Il discorso più complicato tocca ad Ohad Attia, 22 anni, ebreo israeliano nato a Tel Aviv, chitarr…

New York. «Dovevamo essere il simbolo della convivenza possibile. Ne andavamo fieri. E infatti siamo venuti in America, a Los Angeles, per registrare il primo album mai realizzato da una “boy band” israelo-palestinese: era il 6 ottobre 2023. Eravamo eccitatissimi e nonostante il volo di 16 ore sulle spalle siamo usciti subito. Mangiavamo burritos quando i nostri cellulari si sono messi a suonare tutti insieme. A casa era già il 7 ottobre. Abbiamo ricevuto in diretta le notizie orribili di quel che stava accadendo e ovviamente quella notte nessuno di noi ha dormito. Chiaro, ne siamo stati devastati. E infatti il giorno dopo il manager ci ha detto che potevamo tornare a casa se volevamo. Qualcuno di noi è stato tentato. Ne abbiamo discusso, a lungo. Alla fine ci siamo detti che il nostro sogno non poteva finire ancor prima di iniziare. E che la nostra band aveva ancora più senso di prima».

Il discorso più complicato tocca ad Ohad Attia, 22 anni, ebreo israeliano nato a Tel Aviv, chitarrista e vocalist degli as1one. La band è composta da sei ragazzi e a turno prendono tutti la parola. Gli altri sono Sadik Dogosh, musulmano palestinese di 20 anni arrivato da Rahat, un passato da attore. Neta Rozenblat, ebreo israeliano di 22 anni che studiava informatica a Tel Aviv. Aseel Farah, cristiano palestinese di 22 anni, il rapper del gruppo e il più introverso, che arriva da Haifa. Nadav Philips, ebreo israeliano di Tel Aviv che si esibiva come cantante di matrimoni. Niv Lin, 22 anni, ebreo israeliano di Sapir, nel Negev, che giocava a basket da professionista. Messi insieme a tavolino da un duo di producer navigati, Ken Levitan (Kings of Leon) e James Diener (Maroon 5). Che nel 2021 hanno condotto una serie di casting in città e piccoli centri all’interno di Israele (ma non in Cisgiordania e tanto meno a Gaza, per motivi di sicurezza, spiegano) col progetto dichiarato di creare una versione mediorientale degli One Direction. Si sono presentati in mille: i sei che mangiavano burritos – a Los Angeles – belli, muscolosi, intonati – sono quelli che ce l’hanno fatta.

Con background così diversi, come siete riusciti a superare quel momento tanto difficile che ha portato a immense sofferenze e a una guerra ancora in corso?

«A dirla tutta ci ha reso più forti», risponde il palestinese Dogosh. «Intanto quando c’è stato l’attacco del 7 ottobre lavoravamo insieme già da due anni. La scelta finale dei componenti della band era stata fatta in base alla chimica che c’è fra noi, non solo al talento. All’inizio alcuni di noi non avevano mai parlato con un palestinese e viceversa: ci siamo scoperti con tante cose in comune e ora siamo davvero amici. Certo, abbiamo discusso. E ci sono stati momenti di dolore e di tensione. Lo vedrete nel documentario su di noi che uscirà fra poco con Paramount. Non nascondiamo nulla. Eravamo ancora molto confusi, quando siamo entrati per la prima volta nello studio di registrazione. Il piano iniziale era lavorare a una canzone pop allegra, nello stile di Bruno Mars. Ma non ci riuscivamo: “Dobbiamo elaborare quello che stiamo vivendo”. Con noi c’erano i producer musicali Jenna Andrews e Stephen Kirk, che hanno scritto diversi brani di un’altra boy band, i BTS. Li conoscevamo già e ci hanno aiutato a incanalare le emozioni del momento trasformando in musica le orribili notizie che continuavano ad arrivare».

Come avete fatto?

«Le prime sessioni sono state dure, non c’è dubbio, ci sentivamo sulle montagne russe. Il miglior momento della nostra vita era diventato anche il peggiore», dice l’informatico Rozenblat. «Tutti abbiamo scoperto che avevamo amici che erano stati uccisi. E per Niv anche di più: lui viene da un villaggio vicino a dove si teneva il Supernova Festival. Fosse stato in Israele, sarebbe andato sicuramente là. Ha scoperto che fra i morti c’era pure una ragazza con cui usciva. È stato surreale, una sorta di terapia di gruppo. Abbiamo toccato con mano come la musica può lenire il dolore e speriamo che questo sia percepito anche da chi ascolta. Insomma, alla fine ne siamo usciti con una canzone».

Il vostro primo singolo si intitola All Eyes on Us, tutti gli occhi su di noi. Un titolo duramente criticato: ricorda lo campagna social per attirare l’attenzione sulle sofferenze dei civili palestinesi a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza...

«Il significato per noi è molto più semplice: significa tipo “Ok, siamo pronti”. Questo è il nostro momento di farcela, di mostrarlo a tutti, ed è il momento in cui tutti gli occhi sono puntati su di noi», afferma Philips. «Ci preme molto sottolineare che non siamo politici. Certo, abbiamo tutti delle opinioni, ma non abbiamo una soluzione. Se avessimo soluzioni, ci saremmo dedicati alla politica, non alla musica. Come musicisti, sentiamo di poter svolgere una piccola parte nell’unire le persone, ricordando loro che siamo tutti umani. Vogliamo unire le persone e aiutarle a dimenticare per un po’ ciò che accade. E usare la nostra amicizia per dire che un mondo diverso è possibile».

È poi Attia a riprendere la parola: «Tutte le nostre canzoni hanno un doppio significato: possono sembrare canzonette d’amore, ma magari dicono che ci manca casa. E parlano a modo nostro del conflitto. Non c’è dubbio che prima del 7 ottobre eravamo una cosa e dopo è cambiata anche la nostra musica. Ci abbiamo messo dentro tutte le nostre emozioni. Ha un significato».

È passato più di un anno: siete mai tornati a casa? E com’è la vostra vita a Los Angeles?

«Qualcuno di noi lo ha fatto, non tutti. È una cosa molto personale, ma di sicuro tutti abbiamo voluto continuare a lavorare a questo progetto pensando che la musica è più forte della guerra e il nostro messaggio è chiaro: non importa da dove veniamo e a quale religione apparteniamo, vogliamo tutti la pace», risponde anche per i suoi compagni Farah. «Qui stiamo bene, siamo sereni. Viviamo in due diversi appartamenti gemelli e di sicuro i vicini sono molto scontenti. Effettivamente facciamo rumore, suoniamo, cantiamo, mettiamo moltissima musica. Per il resto, ognuno cerca di avere la sua vita: c’è chi va in palestra, chi studia, chi si è fatto nuovi amici. Siamo un gruppo, sì, ma al nostro interno rispettiamo anche molto le individualità».

Avete lavorato anche col leggendario Nile Rodgers, produttore, chitarrista e fondatore degli Chic.Com’è stato?

«La miglior esperienza della nostra vita. Quella canzone ha una storia complessa, abbiamo iniziato a lavorarci a Tel Aviv, poi abbiamo registrato una parte a Londra nei mitici studi di Abbey Road e poi qui a Los Angeles abbiamo incontrato Nile. Una leggenda, ci ha insegnato molto. Già solo vederlo suonare, con quel suo modo di sentire la musica».

Le boy band non hanno solitamente vita lunga. Voi cosa vi aspettate dal futuro?

«Noi abbiamo trovato nella musica un linguaggio globale e pacifista. Ci aspettiamo di continuare a fare della musica la nostra bandiera. Possibilmente, insieme».

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