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Esce il film The Piano Lesson dei fratelli Washington: ma a casa nostra comanda ancora papà Denzel

Malcolm Washinghton (33 anni, a sinistra) e il fratello John David, (40 anni) sul set di The Piano Lesson. © 2024 Netflix, Inc. 
John David è tra i protagonisti di “The Piano Lesson”, esordio alla regia del fratello Malcolm. Sono i figli dell’attore premio Oscar Denzel. E qui ci raccontano storie di famiglia
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Los Angeles. The Piano Lesson, primo lungometraggio diretto e co-scritto da Malcolm Washington (figlio di Denzel), è un adattamento dell’opera teatrale del premio Pulitzer August Wilson (1945-2005), uno dei più grandi autori letterari afroamericani (Ma Rainey’s Black Bottom, Seven Guitars, Fences, Two Trains Running e Jitney), che ha debuttato nel 1987 a Yale con Samuel L. Jackson tra i protagonisti e che nel 2022 la moglie, LaTanya Jackson, ha diretto a Broadway.

Nella versione cinematografica possiamo definire The Piano Lesson un affare di famiglia, una produzione della dinastia hollywoodiana dei Washington: oltre a Malcolm regista, c’è John David tra i protagonisti, papà Denzel come produttore (nel 2016 diresse e interpretò Barriere, con cui Wilson vinse il Pulitzer), mamma Paulette Pearson che interpreta Mama Ola, e anche le sorelle Olivia (è Mama Ola da giovane) e Katia, in qualità di produttrice esecutiva del film. Nel cast anche lo stesso Samuel L. Jackson, Danielle Deadwyler (…

Los Angeles. The Piano Lesson, primo lungometraggio diretto e co-scritto da Malcolm Washington (figlio di Denzel), è un adattamento dell’opera teatrale del premio Pulitzer August Wilson (1945-2005), uno dei più grandi autori letterari afroamericani (Ma Rainey’s Black Bottom, Seven Guitars, Fences, Two Trains Running e Jitney), che ha debuttato nel 1987 a Yale con Samuel L. Jackson tra i protagonisti e che nel 2022 la moglie, LaTanya Jackson, ha diretto a Broadway.

Nella versione cinematografica possiamo definire The Piano Lesson un affare di famiglia, una produzione della dinastia hollywoodiana dei Washington: oltre a Malcolm regista, c’è John David tra i protagonisti, papà Denzel come produttore (nel 2016 diresse e interpretò Barriere, con cui Wilson vinse il Pulitzer), mamma Paulette Pearson che interpreta Mama Ola, e anche le sorelle Olivia (è Mama Ola da giovane) e Katia, in qualità di produttrice esecutiva del film. Nel cast anche lo stesso Samuel L. Jackson, Danielle Deadwyler (Till), Corey Hawkins (Il colore viola), Ray Fisher (Justice League), Michael Potts (Rustin), e la cantante Erykah Badu.

Sarà disponibile su Netflix dal 22 novembre.

Che cos’è e che cosa rappresenta il pianoforte nella storia?Malcolm Washington: «Il film è ambientato a Pittsburgh durante la Grande Depressione e segue la famiglia Charles mentre si confronta con la propria storia e con quella di un pianoforte intagliato con incisioni fatte da un loro antenato schiavo».
J.D. Washington: «È molto più di un semplice oggetto. Il piano rappresenta il legame con i nostri antenati, la rete di storie interconnesse di noi afroamericani, che si estendono tra spazio e tempo, e includono tutti quelli che ci hanno preceduti e che ci seguiranno».

Qual è stata la parte più complessa dell’adattamento?
Malcolm:
«Nel libro i dialoghi hanno un ritmo poetico e musicale, Wilson gioca molto sulla vibrazione e la vitalità della voce delle persone. Sapevo che nell’adattamento per lo schermo avremmo dovuto rispettare la relazione tra immagine e suono, su come funzionano insieme o cosa accade quando si separano. Volevo creare immediatamente quest’immagine nel pubblico, ecco perché nei primi sette minuti del film non c’è alcun dialogo (ride), solo immagini, musica ed effetti sonori».
J.D.: «Come attore volevo onorare l’interiorità dei personaggi tipica di Wilson, che dà molte informazioni specifiche da usare per la recitazione. Ho ammirato molto la visione coesiva di Malcolm, è stato capace di interpretare ed esplorare in modo contemporaneo le parole, rimanendo fedele allo spirito di Wilson».

Ha mai avuto paura di fare una versione che non rispecchiasse la visione dell’autore?
Malcolm:
«Diciamo che è stato un processo difficile, perché volevo onorare l’autore ma allo stesso tempo, come regista, fare le mie scelte, senza essere condizionato. È stato complesso trovare l’equilibrio tra i vari dialoghi, ho dovuto immergermici per capire quali usare e come usarli. Ma non ho mai avuto paura, forse perché tutti avevano paura di rompere questa cosa così preziosa, mentre io volevo fare il nostro film, volevo espandere le radici del canto, delle parole e poi arricchirle con le immagini. Abbiamo cercato di creare un’esperienza cinematografica completa, in cui si provano tutte le sensazioni possibili».

Avete ricevuto qualche consiglio particolare da vostro padre?
Malcolm:
«Il giorno in cui gli ho annunciato che mi sarebbe piaciuto fare questo film, mi ha detto che finalmente aveva imparato da me la differenza tra fare un film ed essere regista. Credo che volesse dire che a volte fai qualcosa che non è necessariamente parte della tua identità, lo fai perché sei tenuto a farlo, fa parte del tuo obiettivo. C’è qualcosa di più grande di te che ti ha messo su questo percorso per permetterti di realizzarlo».
J.D.: «Mio padre ha sempre ha avuto un rispetto enorme per l’eredità di Wilson e per il suo lavoro, e quindi ci siamo sentiti in dovere di onorare e sostenere questa eredità. Poi, papà era il produttore e... sul set comanda lui (ridono)».

Un aspetto della storia che avete voluto sottolineare?
Malcolm: «Nella nostra cultura c’è una grande tradizione di pratiche spirituali, ma anche religiose. Nel Sud degli Stati Uniti molti di noi sono cresciuti con rituali e superstizioni, che si sono infiltrati nella nostra spiritualità. È un argomento con cui Wilson ha combattuto tutta la vita, sia a livello personale che professionale. Non è facile conciliare questi due aspetti, in bilico tra sacro e profano».
J.D.: «Volevo mostrare che il legame tra rituali, pratica spirituale, fede cristiana, il legame con le storie dei nostri antenati, con la gioia e i traumi che ci hanno tramandato, è ancora molto vivo. Abbiamo ancora molte questioni irrisolte».

Il film è ambientato negli anni 30, ma la scelta della musica è contemporanea, composta da Alexandre Desplat. Perché questa scelta?
Malcolm:
«Questa è una storia che viaggia tra tempo e spazio. Wilson tratta le esperienze dei neri americani durante diversi decenni. Narra della migrazione da Sud a Nord, dall’Africa all’America. Ha esaminato molte cose in questo arco narrativo: la mia interpretazione è stata quella di collegare la diaspora e le esperienze traumatiche di noi neri, attraverso l’evoluzione musicale. Ci siamo ispirati all’Africa occidentale, al Regno Unito, alla musica nera nel Regno Unito, alla musica del nostro Sud, in modo che quando il film verrà visto da persone diverse, di diverse fasce d’età e demografiche, potranno avere una connessione spirituale ed emotiva, proprio grazie alla musica. Con questo film volevo puntare i riflettori sulla nostra comunità e onorarla. Spero di essere riuscito a farlo!».

Nel film una famiglia nera americana cerca di affrontare in modi diversi la dolorosa storia della schiavitù in America. Come viene affrontata nella società di oggi?
J.D.:
«Secondo me la viviamo tutti i giorni, la vedo nella musica rap, nel lavoro di molti atleti, nella poesia, nei libri, nei film, nell’arte, nella cucina, la vedo ripercossa in ogni forma di espressione creativa. È importante non dimenticare. E farla conoscere alle generazioni future».

Visti i temi del film, pensate che queste elezioni siano state più importanti di altre?
Malcolm:
«Ogni elezione è importante. Molti dicono che la schiavitù è un problema americano, fa parte della storia americana, ma in realtà non è così, è una questione molto più grande, globale, in cui tutti siamo coinvolti».J.D.: «Temi come schiavitù, controllo, dittatura, monopolio, odio, accettazione sono politicamene attuali. Dobbiamo continuare a parlarne non soltanto negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo».

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