E adesso, che fare con X? Restare, a costo di fare il gioco del nuovo Grande Fratello orwelliano che tutto controlla e tutto decide, comodamente seduto nello Studio Ovale insieme al presidente degli Stati Uniti del globo terracqueo? Oppure andarsene, mettendo a verbale l’ennesimo “not in my name”, da gridare in nome e per conto delle democrazie ferite e minacciate? Da quando Commander Trump ha vinto le presidenziali e Musk è diventato il suo oligarca in chief, è partita una mezza Vandea sull’ex Twitter, che Elon ha comprato due anni fa, ristrutturato con 36 licenziamenti al giorno e infine trasformato nel braccio digitale del Make America Great Again oggi al potere. Fa riflettere, la grande fuga dal “social che cinguettava”. Non solo da parte di molte celebrities americane (dall’attrice Whoopi Goldberg alla modella Gigi Hadid) o di parecchi volti noti italiani (da Elio e le Storie Tese a Francesco Guccini, da Nicola Piovani a Piero Pelù). Ma persino dell’intera redazione di un grande …
E adesso, che fare con X? Restare, a costo di fare il gioco del nuovo Grande Fratello orwelliano che tutto controlla e tutto decide, comodamente seduto nello Studio Ovale insieme al presidente degli Stati Uniti del globo terracqueo? Oppure andarsene, mettendo a verbale l’ennesimo “not in my name”, da gridare in nome e per conto delle democrazie ferite e minacciate? Da quando Commander Trump ha vinto le presidenziali e Musk è diventato il suo oligarca in chief, è partita una mezza Vandea sull’ex Twitter, che Elon ha comprato due anni fa, ristrutturato con 36 licenziamenti al giorno e infine trasformato nel braccio digitale del Make America Great Again oggi al potere. Fa riflettere, la grande fuga dal “social che cinguettava”. Non solo da parte di molte celebrities americane (dall’attrice Whoopi Goldberg alla modella Gigi Hadid) o di parecchi volti noti italiani (da Elio e le Storie Tese a Francesco Guccini, da Nicola Piovani a Piero Pelù). Ma persino dell’intera redazione di un grande giornale come il Guardian, che spiega la sua scelta con una certa coerenza: «La campagna elettorale per le presidenziali americane è servita solo a sottolineare ciò che consideriamo da tempo, cioè che X è una piattaforma mediatica tossica e che il suo proprietario, Elon Musk, è stato in grado di usare la sua influenza per plasmare il discorso politico». Impossibile dargli torto. E siamo solo all’inizio di un esperimento di rivoluzione politico-mediatica che dagli Usa sta già arrivando fino a noi. Per un attimo ho pensato anch’io di uscire, ma poi ci ho ripensato.
Proprio per il pericolo che incombe, è forse meglio stare in mezzo a quell’onda di rancore e di fango, per guardarla da vicino e provare a capirla. Si imparano un sacco di cose, al di là del fiele che ci vomitano dentro i volonterosi carnefici del trumpismo-leninismo e i famelici antropofagi del melonismo-salvinismo. Per esempio, una cosa curiosa e ignota ai più è che Musk non paga tasse. Siede comodo su un patrimonio personale di 318 miliardi di dollari, ma versa pochi spiccioli all’Erario Usa. Ha inventato un meccanismo perfetto: non prende un soldo di compenso, per il suo ruolo in Tesla, Starlink, SpaceX e X. Dalle sue aziende si fa retribuire solo con ricchissime stock option, che poi dà in garanzia alle banche per ottenere fondi da usare per le sue frugalissime esigenze personali e le sue morigerate abitudini familiari. Considerando che nella generosa America le stock option sono tassate solo quando le rivendi sul mercato, alla fine della solfa lo Jedi di Trump non paga quasi mai niente di imposta personale. Solo nel 2021, per rispondere alle critiche dei “moralisti”, ammise di aver versato 11 miliardi di tasse, ma il motivo è che nel frattempo aveva rivenduto le sue azioni Tesla. Altrimenti avrebbe fatto percorso netto anche quell’anno. È la Nuova America, bellezza, e tu non puoi farci niente. Al Capone cadde sulle tasse, il “Super-Genius” Musk non corre neanche questo pericolo.