Marco Cappato: “Io sono quello che guida”
dalla nostra inviata Claudia ArlettiMILANO. Prendere il bicchiere, avvicinarlo alla bocca, mandar giù. In Svizzera, il medico che prescrive una sostanza letale a una persona colpita da una malattia irreversibile, e sofferente oltre il sopportabile, non è punibile. A una condizione: che il malato assuma da sé il farmaco. Ma Dj Fabo – ve lo ricordate Dj Fabo? – paralizzato e percorso da spasmi continui, impossibilitato a deglutire la sua stessa saliva, cieco, provava e riprovava, e non ci riusciva. Forse sono stati quei minuti angosciosi – più ancora del viaggio fino alla clinica di Zurigo – a fissarsi per sempre negli occhi di chi, il 27 febbraio 2017, c’era. E infatti è partendo da lì che il leader dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato – nel monologo Da Marco a Marco, scritto con Alberto “Bebo” Guidetti e andato in scena al teatro Arcimboldi di Milano l’11 novembre – affronta il capitolo più contrastato della sua storia politica: l’eutanasia.
MILANO. Prendere il bicchiere, avvicinarlo alla bocca, mandar giù. In Svizzera, il medico che prescrive una sostanza letale a una persona colpita da una malattia irreversibile, e sofferente oltre il sopportabile, non è punibile. A una condizione: che il malato assuma da sé il farmaco. Ma Dj Fabo – ve lo ricordate Dj Fabo? – paralizzato e percorso da spasmi continui, impossibilitato a deglutire la sua stessa saliva, cieco, provava e riprovava, e non ci riusciva. Forse sono stati quei minuti angosciosi – più ancora del viaggio fino alla clinica di Zurigo – a fissarsi per sempre negli occhi di chi, il 27 febbraio 2017, c’era. E infatti è partendo da lì che il leader dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato – nel monologo Da Marco a Marco, scritto con Alberto “Bebo” Guidetti e andato in scena al teatro Arcimboldi di Milano l’11 novembre – affronta il capitolo più contrastato della sua storia politica: l’eutanasia.
Cappato, nella sua missione sul fine vita, a quando risale la prima, vera disobbedienza?
«Al dicembre 2016, quando Dominique Velati, un’infermiera malata di cancro, decide di andare in Svizzera e io – come gesto politico – le pago il viaggio».
Poco tempo dopo scoppia il caso Dj Fabo, e a Zurigo c’è anche lei, ma non nella “stanza accanto”, come nel film di Pedro Almodóvar, bensì dentro. Un dramma fino alla fine.
«Gli si leggeva in faccia la paura di tornare in Italia. In clinica avrebbe dovuto mordere un pulsante fissato su un braccio meccanico, collegato a una macchina, da cui sarebbe stata rilasciata la sostanza letale. Viste le sue condizioni, si fece una prova, ma andava tutto male. Chi diceva una cosa, chi un’altra, gli inviti alla calma, le frasi in tedesco che si mischiavano a quelle in italiano lo agitavano. Alzare e abbassare il letto, mettere e togliere cuscini, inclinare diversamente il braccio…. Poi si trovò il modo: fu il peso della testa a premere il pulsante. Dopo di lui, ho accompagnato in Svizzera Elena Altamira e Romano».
Chi guidava durante i viaggi?
«Sempre io. Perché fosse chiaro che la responsabilità penale era solo mia. In altri sette casi, dove gli accompagnatori erano altri, mi sono assunto la responsabilità come presidente dell’associazione Soccorso Civile».
A che cosa pensava in auto?
«A quello che stavo facendo. Dopo avere studiato tutti i dettagli , bisogna mantenersi concentrati. Per Dj Fabo ci fermavamo di continuo perché bisognava aspirare la saliva. Impiegammo sei ore per andare da Milano a Zurigo. Sua madre seduta accanto a me. Con Elena Altamira, malata terminale di cancro, fu diverso: chiacchierammo per tutto il tragitto».
Deve essere un grande peso per lei.
«S’immagina una faccenda lugubre, e certo è drammatico. Ma ho sempre percepito serenità e buonumore, anche umorismo. Ricorda la battuta di Welby? Sono un po’ nervoso, è la prima volta che muoio. Davanti a persone disperate sarei andato in crisi. Invece ogni dettaglio confermava che era ciò che volevano. Per me significa tanto».
E dopo, una volta a casa, cosa resta?
«Restano le persone. Come Mina Welby, che era già una militante. Come gli amici di Dj Fabo e Valeria, la sua compagna, che oggi coordina il numero bianco dell’associazione Luca Coscioni. Ci frequentiamo e la loro vicinanza mi dà tranquillità».
A ogni caso si autodenuncia; l’avvocato del diavolo ci vedrebbe un filo di protagonismo.
«Si dice che chi fa la carità non deve mettersi in mostra. Ma non ho agito solo per fare assistenza, e loro lo sapevano. Il trarre da questi eventi energia politica era un obiettivo condiviso».
Quali casi, secondo lei, hanno colpito di più l’opinione pubblica?
«Direi Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Dj Fabo. E sbaglia chi pensa che dopo l’evento clamoroso, dopo l’emozione, la gente dimentichi. Ieri il video di Elena Altamira, oggi il film di Almodóvar. E prima Mare dentro, l’Accabadora di Michela Murgia. Anche la gente che riempie questo stesso teatro... La tensione e l’interesse non scemano, e non per ragioni di schieramento, bensì sociali e personali: dato che il processo del morire dura sempre più a lungo, la qualità della fine è un aspetto del vivere molto sentito».
Dieci anni prima di Dj Fabo, 2006, Piergiorgio Welby le chiese di portargli un farmaco da Bruxelles. «All’epoca ero un parlamentare europeo e feci i miei passi. Ma poi, riparlandone, cambiò idea. Ci sono aspetti poco compresi della sua storia. Due medici belgi che conoscevo diedero la disponibilità a praticargli l’eutanasia, seguendo però la procedura del loro Paese per filo e per segno, a iniziare dal fatto che deve passare un certo tempo tra la prima visita medica e l’ultima. L’avevamo pensata così: vanno a casa di Welby a Roma una prima volta, dopo un mese ritornano, fanno l’iniezione e ripartono subito, per evitare l’arresto e per fare in modo che, in caso di rogatoria internazionale da parte dell’Italia, le autorità belghe poi possano replicare che da loro la procedura è legale e quindi neghino l’estradizione».
Ma avevate già un medico italiano, Mario Riccio, disposto a correre il rischio. Perché i medici belgi? «Riccio temeva di non trovare la vena. E Welby, ormai allo stremo, per sicurezza volle anche loro. Non servì. Riccio poi fu assolto perché l’autopsia dimostrò che la quantità di farmaco di sedazione somministrata era al di sotto della soglia del rischio di overdose».
Il 2017 è l’anno di Dj Fabo ma anche quello della giovanissima Irene, malata terminale di cancro.
«Irene non ha fatto in tempo a morire come voleva. La Svizzera è un’opzione reale solo per uno su mille di coloro che vorrebbero andarci, perché la prendi in considerazione all’ultimo, quando non vedi più altre vie, ma ormai anche spostarsi è quasi sempre un problema. Si fa la domanda, si aspetta la valutazione. Passano due-tre mesi. Dj Fabo era stato in India per una terapia truffa di staminali: si tenta di tutto e di più, prima della resa».
Federico Carboni, “Mario”, 2022.
«Tetraplegico, di Senigallia. Dopo la sentenza della Consulta del 2019 è stato il primo a ottenere l’aiuto al suicidio, che poi per me è una parola sbagliata perché evoca il colpo di testa, invece che la scelta. La Asl andò a verificare che le condizioni dettate dalla Consulta ci fossero tutte. Ma lo fece due anni dopo la richiesta e solo dopo che il tribunale l’aveva condannata».
Perché due anni? Non è chiaro ciò che si può fare e ciò che non si può.
«I diritti sulla carta ormai ci sono: abbiamo sia il suicidio assistito sia il testamento biologico. Ma chi ne parla? A cinque anni dalla Consulta, i casi di aiuto al suicidio legalmente praticato sono solo cinque, che è come dire zero. Colpa del boicottaggio delle istituzioni e della disinformazione. Inoltre, manca un passaggio: l’inclusione dei malati che, pur trovandosi in una condizione irreversibile, non dipendono da un trattamento sanitario vitale».
Non si tratta comunque di vera e propria eutanasia, corretto?
«L“eutanasia”, nell’accezione etimologica e in senso stretto, è la morte che avviene per mano del medico e per scelta del paziente. Si fa in Olanda, Belgio, Lussemburgo, in Canada e in alcuni altri Paesi. Da noi, invece, lo Stato si gira dall’altra parte e il farmaco letale deve essere assunto in modo autonomo dal malato, in presenza del medico e purché ci siano alcune condizioni, come l’irreversibilità della patologia e la dipendenza da sostegni vitali. Questi ultimi aspetti li valutano le Asl».
Quindi dipende dal vento che tira nelle Regioni.
«Infatti Martina Oppelli, di Trieste, che ha la sclerosi mutipla, si è sentita dire di no sebbene sia incontestabilmente tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, con dipendenza assoluta da terzi oltre che da farmaci. Ha preso contatti con la Svizzera, ma resiste, vuole poter morire legalmente in Italia. Laura Santi, di Perugia, 48 anni, con la sclerosi multipla, ha appena avuto l’autorizzazione dopo due anni di contenzioso. Però, nel 2023 ci sono stati due casi decisivi: Gloria, in Veneto, e Anna, in Friuli. Benché non fossero attaccate alle macchine, hanno avuto l’ok. Per Gloria, malata oncologica, la Asl ha interpretato la chemioterapia come “sostegno vitale”. Anna, 55 anni, sclerosi multipla, dipendeva dall’assistenza continuativa. Queste interpretazioni ampie dell’idea di “sostegno vitale” sono stati due precedenti importanti e l’estate scorsa la Consulta ha stabilito che vanno considerate “vitali” anche forme di sostegno come l’evacuazione manuale delle feci o il cateterismo».
Tante sentenze, ma non una legge: è il nostro primato. Perché?
«Per l’ostilità della classe dirigente. L’aspirazione ad avere buoni rapporti con il Vaticano è un altro ostacolo».
Il migliore alleato?
«Tutti noi: non c’è nessuno che non sappia di che cosa si stia discutendo».A sua figlia di sei anni ha parlato della morte?«C’era un cagnolino, e ora non c’è più. Il nonno, non c’è più. Le dico che non possiamo sapere dove siano. Forse in cielo, o forse dappertutto. L’importante è che restino nel nostro cuore».
Sul Venerdì del 22 novembre 2024