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Vietnam un inferno italiano

Una immagine esposte al Museo della guerra di Rovereto (Trento) fino al 31 agosto 2025 (info: museodellaguerra.it) e contenute nei libri di Luca Fregona 1 Gruppo di legionari italiani a Cam Lo, marzo 1949 2 Sul delta del Fiume Rosso, dicembre 1952 

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Trentini, siciliani, piemontesi. Tra il 1946 e il 1954 in diecimila si arruolarono nella legione straniera francese contro i vietminh. Una mostra a Rovereto alza il velo su una tragedia dimenticata
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Nel suo romanzo “indocinese” L’americano tranquillo, appena riedito da Sellerio, Graham Greene scriveva: «Ormai abbiamo chiuso con le favole e niente risorge dalle proprie ceneri». Nel Novecento, quella porzione di Sudest asiatico fu in effetti teatro di cruente favole finite in polvere: sogni di colonie al crepuscolo, brame neoimperiali, feroci utopie egualitarie. Sempre pessime notizie dall’Indocina. O Vietnam che dir si voglia.Le ultime ce le racconta una lodevole mostra al Museo della guerra di Rovereto: Vietnam dimenticato. Legionari italiani in Indocina 1946-1954. Prorogata fino ad agosto 2025, l’esposizione andrebbe vista col supporto di due libri usciti rispettivamente nel 2020 e nel 2023 dalle edizioni Athesia: Laggiù dove si muore e Soldati di sventura. Li ha scritti Luca Fregona, caporedattore del quotidiano Alto Adige nonché autore di un formidabile lavoro di ricerca storica tra ricordi, documenti, reduci italiani di una guerra che si concluse settant’anni fa e della quale…

Nel suo romanzo “indocinese” L’americano tranquillo, appena riedito da Sellerio, Graham Greene scriveva: «Ormai abbiamo chiuso con le favole e niente risorge dalle proprie ceneri». Nel Novecento, quella porzione di Sudest asiatico fu in effetti teatro di cruente favole finite in polvere: sogni di colonie al crepuscolo, brame neoimperiali, feroci utopie egualitarie. Sempre pessime notizie dall’Indocina. O Vietnam che dir si voglia.Le ultime ce le racconta una lodevole mostra al Museo della guerra di Rovereto: Vietnam dimenticato. Legionari italiani in Indocina 1946-1954. Prorogata fino ad agosto 2025, l’esposizione andrebbe vista col supporto di due libri usciti rispettivamente nel 2020 e nel 2023 dalle edizioni Athesia: Laggiù dove si muore e Soldati di sventura. Li ha scritti Luca Fregona, caporedattore del quotidiano Alto Adige nonché autore di un formidabile lavoro di ricerca storica tra ricordi, documenti, reduci italiani di una guerra che si concluse settant’anni fa e della quale conservano opposte memorie quasi solo gli allora contendenti: francesi e vietnamiti. Pochi sanno che tra i primi combatterono, inquadrati nella Légion étrangère, «almeno diecimila italiani. Un migliaio i morti e dispersi. Diverse centinaia i feriti. Incisa nel corpo e nella mente si sarebbero portati dietro quell’esperienza per tutta la vita» dice Fregona.

Com’erano finiti laggiù?

«Nel secondo dopoguerra almeno 60 mila italiani, talvolta minorenni, andarono in Francia come clandestini in cerca di lavoro. Utilizzando spesso gli stessi passi dei migranti di oggi, arrivavano dalla Sicilia, dalle zone depresse del Piemonte, del Trentino, dell’Alto Adige, del Friuli. Se venivano presi dalla gendarmeria francese era frequente che sotto minaccia di carcerazione li si convincesse ad accettare l’ingaggio nella Legione straniera. Oltre a questi, che erano stati bambini negli anni del conflitto, c’erano gli sconfitti della guerra, fascisti, prigionieri che non sapevano più dove sbattere la testa e approdarono nel corpo militare francese. L’arruolamento dei più giovani però poteva avvenire anche in Italia, tramite appositi reclutatori che attiravano i ragazzi operando illegalmente. Contro questi “adescatori” si levarono proteste, interrogazioni parlamentari del Pci, denunce di esponenti come Gian Carlo Pajetta e Umberto Terracini».

Oggi la Légion è un corpo d’élite ultraselettivo e dai ranghi molto contenuti. Allora invece era circonfusa di un’aura romantica, esotica.

«Qualcuno di quei disgraziati avrà pure visto film o letto libri che alimentavano quella leggenda, ma ad arruolarsi per spirito di avventura fu una ridottissima minoranza».

Quello della Legione straniera come rifugio dei vinti della Storia, i “proscritti”, quanti avevano combattuto “dalla parte sbagliata” ne ha fatto un mito dell’estrema destra.

«Degli ex fascisti abbiamo detto. Ma a confluire nella Legione furono soprattutto moltissimi tedeschi, ex Waffen SS o semplici soldati della Wehrmacht. Spesso vennero ingaggiati direttamente nei campi di prigionia. Numericamente, i tedeschi furono la prima nazionalità tra i legionari d’Indocina. La seconda erano gli italiani. Certo, non mancavano fanatici ed esaltati fuori di testa, però a quella generazione rabbiosa di vinti subentrò presto la successiva, che non era animata da nessuna motivazione ideologica e non aveva alcuna esperienza militare. Scappavano da un solo nemico: la miseria».

Si ritrovarono di fronte i combattenti vietminh. Un osso durissimo.

«Molti dei legionari non sapevano nemmeno che nel Sudest asiatico la Francia fosse impegnata in una delle ultime guerre coloniali. Furono travolti dagli eventi e finirono intrappolati in quel pantano».

Tra il marzo e il maggio di settant’anni fa, la disfatta francese di Dien Bien Phu. Sul campo, sarebbe stata l’atto finale del conflitto. È ancora studiata come un modello di idiozia militare.

«In quella carneficina caddero anche degli italiani. Per esempio un veneziano che a 17 anni era fuggito in Francia dopo un brutto voto preso a scuola. Finì legionario in Laos, poi nel maggio ’54 morì a Dien Bien Phu difendendo “Isabelle”, l’ultima delle otto ridotte con nomi di donna ad essere espugnate dal nemico. Tra i reduci che ho potuto ritrovare quasi tutti la ricordano come una guerra che i francesi non avrebbero mai potuto vincere, un’impresa persa in partenza, un’incredibile sequela di errori. Era il prologo di un secondo disastro, quello statunitense».

Sul versante francese, il bilancio delle perdite fu notevolmente appesantito da quanti non sopravvissero all’atroce prigionia vietminh.

«Ai prigionieri vanno sommati i disertori. In quel macello la diserzione divenne presto endemica, non solo tra i legionari e non solo tra gli italiani. A chi fosse passato dall’altra parte la propaganda vietminh prometteva che a guerra conclusa sarebbe stato rimpatriato attraverso i Paesi alleati: Urss, Cina. Oppure li si allettava con l’idea di partecipare all’edificazione di un nuovo, radioso Vietnam socialista. Qualcuno passò a combattere con i Vietminh. Ma in genere dei disertori non ci si fidava per impiegarli negli scontri. D’altronde non era gente preparata alle condizioni della giungla, alla guerra di movimento praticata dalla guerriglia. Aggiungiamoci poi che i Vietminh disponevano di poco cibo e medicinali. Risorse minime che non avrebbero certo elargito ai disertori. Ciò detto, molti tra gli ex legionari ricordavano con ammirazione la resistenza dei “Viet” e l’eccezionale mobilitazione popolare che la sostenne vittoriosamente».

Quei disertori furono tre volte sventurati: miserabili, sconfitti e poi marchiati d’infamia.

«Prima che venisse decretata l’amnistia, quelli che furono ripresi dai francesi finirono davanti alla corte marziale, scontando pene carcerarie pesanti. Ci furono ammutinamenti, fughe. Disertori o meno, i legionari italiani ebbero tutti vite da romanzo. O da tragedia. Il reinserimento fu duro. E quei trascorsi vennero taciuti, rimossi, non furono mai rielaborati. Quando ho ritrovato gli ultimi reduci ancora in vita, o documentazione su quelli che non c’erano più, si è aperta una voragine.

Dopo il primo libro, discendenti, familiari hanno cominciato a scrivermi da tutta Italia e ho dovuto farne un secondo».

Invece come si comportò la Francia con i legionari che non l’avevano “tradita”?

«Per i francesi solo in tempi recenti l’Indocina ha cessato di essere un tabù. Comunque a chi avesse concluso regolarmente la ferma venivano assicurati la cittadinanza, un lavoro, la pensione. Un ragazzo di Trento era passato in Francia da clandestino a 17 anni perché in conflitto con la famiglia. A Dien Bien Phu perse un braccio, venne salvato da un medico francese. Una volta rientrato gli trovarono un impiego alla Simca».

Scomparso nel 2001, il bolzanino Beniamino Leoni passò da Buchenwald a Dien Bien Phu. Una vita troppo avventurosa per essere riassunta qui. Della guerra d’Indocina le disse però: “Lascia addosso un odore che non va più via: di merda, paura e sangue”.

«Altri suoi commilitoni avrebbero potuto dire lo stesso. E tuttavia proviamo a metterci nei panni di quei ragazzi. Legio Patria Nostra è qualcosa di più di un motto ad effetto dipinto sulle caserme. Nel bene e nel male, la Legione rappresentò per quegli sbandati una dimensione totalizzante, l’unica casa, bandiera, famiglia. Qualcosa che, malgrado tutto, dava senso alle loro vite perdute».

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