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Che Guevara, il mistero della statua perduta

Della scultura non restano che poche immagini d’epoca 
Il primo monumento al rivoluzionario più famoso del mondo fu inaugurato in Cile nel 1970. Dopo il golpe venne rimosso: dove è finito? Nessuno se lo è mai chiesto. Fino ad oggi...
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La prima statua al mondo dedicata al Che Guevara non venne realizzata in Argentina o a Cuba, ma nella comuna di San Miguel di Santiago del Cile, e inaugurata con una cerimonia in pompa magna l’8 novembre del 1970, cinque giorni dopo l’insediamento?di Salvador Allende alla guida del Paese. Era un monumento in bronzo alto quasi dieci metri, e diventò oggetto di culto: il presidente cubano Fidel Castro le dedicò, nella sua visita cilena del 1971, un discorso appassionato. Ebbe però vita breve, esattamente quanto durò il governo socialista di Unidad Popular. Cinque giorni dopo il golpe, per ordine diretto del generale Augusto Pinochet che aveva destituito Allende, un mezzo blindato scardinò nel cuore della notte la scultura e la trascinò in un luogo che a tutt’oggi è sconosciuto. Non solo se ne persero le tracce, ma nessuno la cercò, nemmeno quando terminò la dittatura. Solo ora lo scrittore e giornalista Juan Pablo Meneses ha deciso di scriverne la storia, che è allo stesso tempo inchies…

La prima statua al mondo dedicata al Che Guevara non venne realizzata in Argentina o a Cuba, ma nella comuna di San Miguel di Santiago del Cile, e inaugurata con una cerimonia in pompa magna l’8 novembre del 1970, cinque giorni dopo l’insediamento?di Salvador Allende alla guida del Paese. Era un monumento in bronzo alto quasi dieci metri, e diventò oggetto di culto: il presidente cubano Fidel Castro le dedicò, nella sua visita cilena del 1971, un discorso appassionato. Ebbe però vita breve, esattamente quanto durò il governo socialista di Unidad Popular. Cinque giorni dopo il golpe, per ordine diretto del generale Augusto Pinochet che aveva destituito Allende, un mezzo blindato scardinò nel cuore della notte la scultura e la trascinò in un luogo che a tutt’oggi è sconosciuto. Non solo se ne persero le tracce, ma nessuno la cercò, nemmeno quando terminò la dittatura. Solo ora lo scrittore e giornalista Juan Pablo Meneses ha deciso di scriverne la storia, che è allo stesso tempo inchiesta giornalistica e fiction: il suo Revolución è stato pubblicato in Cile a settembre ed è andato a ruba nelle librerie.

Come si è imbattutto nella storia della statua e perché ha deciso di dedicarle un libro?

«Ne avevo sentito parlare, anche se molto sommariamente. A convincermi è stato il fotografo Enrique Meneses, che non è mio parente anche se abbiamo lo stesso cognome: aveva documentato le gesta dei barbudos nella Sierra Maestra per Paris Match, a quei tempi una delle riviste più famose al mondo. Li aveva fatti diventare così famosi che lo stesso Che aveva commentato:«Senza Meneses non c’è rivoluzione». Quando mi parlò della statua decisi che era venuto il momento di scriverne la storia».

Come è possibile che una statua divenuta meta di pellegrineggio da tutta l’America Latina possa essere scomparsa. E, soprattutto, che nessuno, in cinquant’anni, abbia pensato di cercarla?

«Credo ci sia stata in Cile una sorta di rimozione del Che da parte del partito socialista, dovuta al fatto che la lotta armata da lui indicata contraddiceva la via pacifica al socialismo voluta invece dal presidente Allende. Un’altra ragione potrebbe essere che i militari, che in parte controllano ancora il Consiglio dei monumenti storici, sono piuttosto omertosi: è probabile che qualcuno di loro sappia dove si trova la statua, ma non lo direbbe mai».

Ha avuto pressioni nel realizzare l’inchiesta? Minacce?

«No, ma devo dire che i grandi media dedicano di solito ampie recensioni ai miei libri: in questo caso invece non hanno pubblicato una sola riga».

In pratica la prima persona in cinquant’anni a denunciare la sparizione della statua è stato lei...

«Il primo, e per ora l’unico. Tenga presente che a mia volta ho preso l’idea dal protagonista del romanzo, Juan, un personaggio di fantasia naturalmente, che nel libro è uno degli sceneggiatori incaricati di scrivere una serie tv sulla statua. Quando uno scrittore crea un personaggio, capita che questo prenda a un certo punto vita propria: così, nel momento in cui ho scritto che Juan avvia l’iter per denunciare la scomparsa della statua, mi è venuto in mente che avrei dovuto farlo anche io, nella vita reale. Ho deciso di imitarlo e la mia oggi è l’unica denuncia ufficiale sulla scomparsa della statua».

L’idea – e questa è storia vera – di fare la statua fu di due personaggi singolari: il sindaco socialista di San Miguel, Tito Palestro, e lo scultore Praxíteles?Vázquez: lei li paragona a Don Chisciotte e Sancho Panza.?

«Lo sono, per il furore entusiasta con cui si buttarono in quell’opera. Nel libro il sindaco di colpo si sveglia nel cuore della notte, cerca penna e foglio e scrive: “Una statua del Che, coordinare domani!”. Da lì nasce il resto».?

Questo è un episodio vero o è fiction?

«Fiction, l’ho creato io. Ma la fiction serve soltanto a riempire i vuoti informativi in cui l’investigazione giornalistica non ha accesso. Il resto del libro è su dati assolutamenti reali, a partire dalle reazioni alla notizia della costruzione: sono storia le proteste della destra e i due attentati che subì la statua nei suoi tre anni di esistenza, come quando qualcuno le staccò la testa. Per ripararla il poeta Pablo Neruda promosse una colletta tra gli intellettuali di tutto il mondo: non partì mai solo perché nel frattempo ci fu il golpe».

Nel peregrinare da un ufficio all’altro per presentare formalmente la denuncia, il suo Juàn a un certo punto incontra un certo Marambio dell’Infantería San Bernardo, il reggimento a cui si devono le operazioni più feroci del regime di Pinochet e che rimosse la statua: una persona così esiste davvero?

«Naturalmente. Solo che non si chiama Marambio: parliamo di qualcuno che era presente quando la statua fu portata nel quartier generale del gruppo. Nel libro, come nella realtà, non sa – o almeno dice di non sapere – dove la nascosero, ed è convinto ci siano solo due possibilità: che si trovasse in un magazzino dell’esercito o sotto una piscina realizzata nel 1975».

Parliamo della somiglianza tra il Guevara della statua e un Cristo crocifisso, su cui lei insiste molto: non c’è una croce, ma una baionetta stretta tra le mani, in uno slancio verso il cielo...

«Questa similitudine è importante perché riporta al modo in cui da un certo punto in poi si è cominciato a vedere il Che: una figura religiosa, a cui le famiglie di San Miguel dedicavano altari e chiedevano miracoli. E allo stesso tempo riconduce al concetto di rivoluzione che aveva conquistato negli anni Sessanta non solo la sinistra ma anche il centro: «Cristo è il primo rivoluzionario», sostenevano i giovani cattolici».?

Nel libro c’è anche il mito di Guevara, il suo essere diventato una sorta di icona pop: perfino tra chi è lontano dalle sue idee politiche.?

«È stato il primo influencer latinoamericano. Lo segui indipendentemente da quello che dice».?

Altro concetto ricorrente è “guevarista”: lei lo applica ai personaggi più diversi. Che vuol dire?

«Lo uso per indicare chi si ispira a lui. Sono i “nuovi guevaristi”: il calciatore che si fa tatuare il Che sul braccio ma anche io stesso, che mi sono occupato di Guevara diverse volte».?

Tornando all’oblìo in cui è caduta la statua e allontanandoci dalla fiction: nel suo libro di memorie, il sindaco Palestro raccontò l’arresto e il carcere dopo il golpe, le torture, l’esilio. Ma non dedicò una sola parola a quella statua, che pure era stata un motivo d’orgoglio per lui: perchè?

«Credo che la rimozione abbia a che vedere con la consapevolezza della sconfitta. Prima la grande ubriacatura guevarista. E poi il golpe che tutto cancella».?

Sul Venerdì del 22 novembre 2024

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