Non c’è cura per l’Alzheimer e la colpa è di Big Pharma
di Elena DusiA FINE ottobre il sistema sanitario inglese ha approvato un farmaco contro l’Alzheimer, il secondo in pochi mesi. Il governo ha annunciato però che non ne rimborserà il costo. Un comitato indipendente, il National Institute for Health and Care Excellence, ha stabilito infatti che i benefici non giustificano il prezzo: 32 mila dollari per ciascun anno di trattamento. Gli Stati Uniti avevano approvato lo stesso farmaco (donanemab di Eli Lilly) a luglio, ma solo alcune assicurazioni accettano di rimborsarlo.Un medicinale simile (lecanemab, delle aziende Biogen ed Eisai) a luglio aveva ricevuto il semaforo rosso dall’Ema (l’agenzia regolatoria dei farmaci in Europa) pur essendo già approvato negli Stati Uniti. Gli Usa, a giugno del 2021, avevano azzardato la controversa approvazione di un terzo farmaco della stessa classe (aducanumab, sempre di Biogen). La commercializzazione però era stata interrotta a dicembre dello stesso anno.
Dati preoccupanti
Questo confuso annaspare è lo stato dell…
A FINE ottobre il sistema sanitario inglese ha approvato un farmaco contro l’Alzheimer, il secondo in pochi mesi. Il governo ha annunciato però che non ne rimborserà il costo. Un comitato indipendente, il National Institute for Health and Care Excellence, ha stabilito infatti che i benefici non giustificano il prezzo: 32 mila dollari per ciascun anno di trattamento. Gli Stati Uniti avevano approvato lo stesso farmaco (donanemab di Eli Lilly) a luglio, ma solo alcune assicurazioni accettano di rimborsarlo.Un medicinale simile (lecanemab, delle aziende Biogen ed Eisai) a luglio aveva ricevuto il semaforo rosso dall’Ema (l’agenzia regolatoria dei farmaci in Europa) pur essendo già approvato negli Stati Uniti. Gli Usa, a giugno del 2021, avevano azzardato la controversa approvazione di un terzo farmaco della stessa classe (aducanumab, sempre di Biogen). La commercializzazione però era stata interrotta a dicembre dello stesso anno.
Dati preoccupanti
Questo confuso annaspare è lo stato dell’arte nella cura della demenza più diffusa del mondo. Hanno l’Alzheimer infatti due terzi dei 55 milioni di persone affette da confusione mentale e perdita di memoria, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ogni tre secondi si registra una nuova diagnosi e il costo della malattia si aggira attorno a 1,3 trilioni di dollari all’anno (un trilione corrisponde a mille miliardi).Chi si ritrova giustamente confuso dal caos delle terapie (o disperato, se ha un parente colpito dalla malattia) può trovare aiuto nel nuovo libro di Agnese Codignola: Alzheimer S.p.a., storie di errori e omissioni dietro la cura che non c’è (Bollati Boringhieri).
Codignola, farmacologa di formazione, giornalista medico scientifica di lungo corso, ha anche vissuto la malattia nella propria famiglia. Ha seguito in prima persona sia i progressi della scienza che i garbugli a volte avvenuti nelle sperimentazioni, citando nel libro le fonti bibliografiche degli studi di cui parla.La ricerca di una cura dell’Alzheimer, è la tesi del libro, è stata ostacolata da un «elefante nella stanza»: la teoria che la malattia sia provocata da un ammasso di due tipi di proteine (la tau e la beta-amiloide) che per cause non del tutto chiare si forma nel cervello e accompagna la degenerazione, ovvero la morte, dei neuroni. Tentare di sciogliere ed eliminare questi aggregati di proteine è la via maestra della ricerca di una cura. Secondo Codignola, però, non si tratta solo di una strada sbagliata: perseguire questa strategia ha anche consolidato un «pensiero dominante» colpevole di soffocare ogni ipotesi alternativa.In realtà – e l’autrice scende nei dettagli nella seconda parte del libro – le tesi alternative sulle possibili origini dell’Alzheimer non mancano: da quella virale a quella ambientale (legata soprattutto all’inquinamento), dall’importanza degli stili di vita e della salute cardiovascolare al ruolo negativo degli impatti che la testa subisce in sport come il football americano, ma anche il calcio.Il particolato ultrafine di cui è intrisa l’aria nei centri urbani, ad esempio, riesce a oltrepassare la barriera ematoencefalica che protegge il cervello da infezioni e contaminazioni, probabilmente sfruttando il passaggio del naso e del nervo olfattivo.
Qui provoca infiammazioni che, si sospetta, contribuiscono all’Alzheimer. «Anche gli impatti alla testa tipici di alcuni sport da contatto possono essere deleteri» prosegue Codignola. «Il mondo del football americano e dell’hockey l’ha sempre negato con forza, ma negli ultimi anni le evidenze si sono andate accumulando». Fra gli indiziati ci sono poi i virus. «Una spiegazione che ha molto senso coinvolge l’herpes labiale, che può causare un’infezione cronica localizzata nei pressi del cranio» (studio italiano condotto su topi e pubblicato su Plos Pathogens, ndr).
Il problema, secondo la studiosa, è che la ricerca su questi temi è soffocata dallo strapotere delle grandi aziende farmaceutiche desiderose di far approvare farmaci costosi, dall’efficacia incerta e non privi di rischi. E qui torniamo ai medicinali citati all’inizio.I dubbi sul reale ruolo di tau e beta-amiloide nell’Alzheimer non sono nuovi nel mondo della ricerca. «Basti pensare ai pazienti che sviluppano la malattia senza avere aggregazioni di queste proteine nel cervello o, viceversa, a quelli che ne hanno in grandi quantità ma non mostrano sintomi» dice Codignola. Anche se non tutti gli aspetti di tau e beta-amiloide sono chiari, però, il loro legame con l’Alzheimer sembra difficilmente contestabile. «Su questo la scienza ha raggiunto un consenso» conferma Pietro Calissano, neuroscienziato che si occupa di Alzheimer, per quarant’anni collaboratore di Rita Levi Montalcini e fondatore con lei di Ebri, lo European brain research institute, o Istituto europeo per la ricerca sul cervello, a Roma. «Tau e beta-amiloide» spiega lo scienziato «sono la firma della degenerazione in atto fra i neuroni. Più difficile da spiegare è perché il processo di neurodegenerazione si inneschi. Fatichiamo a capire anche perché tau e beta-amiloide, due proteine che sono sempre presenti nel nostro cervello e di solito lavorano senza dare problemi, a un certo punto inizino a funzionare male. Cosa scatena il cambiamento? Scoprirlo è difficile perché i sintomi dell’Alzheimer, la morte dei neuroni e l’accumulo delle proteine malfunzionanti, diventano visibili solo 10-15 anni dopo che il meccanismo si è innescato».
Le cellule più complicate
Le vere cause della malattia andrebbero studiate molto prima di quando i sintomi, descritti per la prima volta da Alois Alzheimer all’inizio del ‘900, diventano evidenti. Aiutandosi soprattutto con i pazienti che ricevono diagnosi precoci.
«Una metafora spesso usata» prosegue Calissano «è quella del grilletto e della pallottola. Amiloide sarebbe il grilletto, ma è tau che svolge il ruolo della pallottola: rappresenta cioè la causa finale della degenerazione neuronale». Le due proteine non agiscono isolatamente, anche se molti dettagli della loro interazione ci sfuggono: «Sappiamo cosa succede nel cervello colpito da Alzheimer» sintetizza il neuroscienziato «ma non perché». Sui farmaci dai benefici incerti anche Calissano esprime scetticismo: «Non si sono rivelati all’altezza delle aspettative». E più che strizzare i dati delle sperimentazioni perché ne esca un qualche risultato pallidamente incoraggiante, le case farmaceutiche – sostiene Codignola – dovrebbero rimettersi a lavorare in laboratorio e cercare di capire i meccanismi di base della malattia. «Invece molte aziende dal 2015 hanno iniziato a chiudere le loro sezioni dedicate allo studio delle demenze. Le Big Pharma, che hanno budget pari a quelli di alcuni Stati, determinano il corso della ricerca. E nel caso dell’Alzheimer hanno dimostrato di voler seguire solo le idee prevalenti, senza esplorare ipotesi diverse. Nonostante questo, resto ottimista. La verità con il tempo riesce sempre ad affermarsi. Se i farmaci introdotti oggi non sono efficaci, nel lungo periodo i loro problemi verranno a galla» conclude.Lontano da Big Pharma, anche Calissano e i suoi colleghi dell’Ebri stanno lavorando a un farmaco: un anticorpo monoclonale (cioè sintetizzato in laboratorio) che riconosce e attacca un frammento della proteina tau. Brevettato, il medicinale ha dato buoni risultati sui topi, ma per ora non ha potuto iniziare le sperimentazioni sull’uomo per mancanza di finanziamenti adeguati . «Passare dalla ricerca di base a quella clinica vuol dire passare da spese di qualche decina di migliaia di euro a qualche milione» spiega. «Sono salti che solo un’azienda farmaceutica o una grossa struttura pubblica possono permettersi».Altre malattie all’apparenza inattaccabili alla fine sono state abbordate dalla medicina. «Come il cancro, l’Alzheimer non è un’unica malattia, ma può essere causato da molti fattori» riflette Calissano. «Ed è più facile distruggere una cellula malata di un tumore che rigenerare una cellula nervosa, o impedire che degeneri, in una demenza. I tempi per trovare una cura dell’Alzheimer si stanno purtroppo rivelando lunghi, ma vorrei ricordare che i neuroni, destinati ad accompagnarci per tutta la vita, sono le cellule più complicate che abbiamo nell’organismo».
Sul Venerdì del 22 novembre 2024