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Al cinema arriva “Conclave”. Ma come sarà nella realtà l’elezione del prossimo Papa?

Il conclave del 2013: il 12 marzo i cardinali entrano nella Cappella Sistina e dopo cinque scrutini, il giorno successivo, viene eletto Papa il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio. Gamma-Rapho via Getty Images 
Il film di Edward Berger sta per mostrarci intrighi e lotte di potere nella Cappella Sistina. Intanto la Chiesa si prepara alla successione di Francesco… Inchiesta
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Roma. Nella realtà, c’è da giurarlo, ci saranno tensioni e polarizzazioni. «È una guerra, e ti devi schierare», intima il cardinal Bellini, al secolo Stanley Tucci, al più esitante confratello Lawrence, l’inquieto decano del collegio cardinalizio impersonato da Ralph Fiennes. Per certi versi Conclave, il film di Edward Berger prossimamente al cinema, è facile profeta. Le divergenze, rimaste a lungo sottotraccia, nel corso del pontificato di Francesco sono venute a galla.

Le aspettative dell’opinione pubblica, ormai, sono una variabile influente quasi quanto lo erano nei secoli passati le case regnanti spagnola e francese («Un conclave lungo sarebbe visto dai media come la prova che la Chiesa è in crisi» si sussurra nel film). Ed è più che plausibile che gli scandali, sessuali e finanziari, azzopperanno più di una candidatura: non è una novità nella storia della Chiesa, ma in un’era iperconnessa e ultracomunicativa, segnata da fake news e leaks, anche vatileaks, e con una epocale crisi…

Roma. Nella realtà, c’è da giurarlo, ci saranno tensioni e polarizzazioni. «È una guerra, e ti devi schierare», intima il cardinal Bellini, al secolo Stanley Tucci, al più esitante confratello Lawrence, l’inquieto decano del collegio cardinalizio impersonato da Ralph Fiennes. Per certi versi Conclave, il film di Edward Berger prossimamente al cinema, è facile profeta. Le divergenze, rimaste a lungo sottotraccia, nel corso del pontificato di Francesco sono venute a galla.

Le aspettative dell’opinione pubblica, ormai, sono una variabile influente quasi quanto lo erano nei secoli passati le case regnanti spagnola e francese («Un conclave lungo sarebbe visto dai media come la prova che la Chiesa è in crisi» si sussurra nel film). Ed è più che plausibile che gli scandali, sessuali e finanziari, azzopperanno più di una candidatura: non è una novità nella storia della Chiesa, ma in un’era iperconnessa e ultracomunicativa, segnata da fake news e leaks, anche vatileaks, e con una epocale crisi degli abusi del clero tutt’altro che esaurita, il fango, c’è da giurarlo, schizzerà lontano.

Nel Conclave di celluloide le licenze poetiche abbondano, le semplificazioni non mancano, ma tra l’attualità e l’invenzione è un corpo a corpo. I fatti si svolgono a quarant’anni dall’ultimo papa italiano, quindi, ad essere precisi, nel 2028. Certi dettagli – la distruzione dell’anello piscatorio, le procedure di voto, i candelotti di colorante per creare la fumata nera o bianca – sono ricostruiti con filologia documentaristica. Altri aspetti, a partire dal via vai di gente dentro e fuori il conclave, sono a dir poco fantasiosi. Per chi bazzica il Vaticano notare assonanze e dissonanze dalla realtà è una tentazione irresistibile, quasi un gioco di società. Fiction, descrizione del reale o addirittura premonizione? Perforazione dell’imperscrutabile o cialtronata americana? Che in Cappella Sistina oltre al soffio dello Spirito entrino in campo intrighi e lotte di potere non è un mistero della fede, e Francesco lo ha confermato pubblicamente. Quando in un recente libro-intervista dedicato al suo predecessore, intitolato El sucesor, racconta di come la curia romana tentò di bruciare il nome di Ratzinger, nel 2005, per far strada a un altro candidato (Ruini?). Ma Bergoglio, che era il secondo più votato, lanciò la volata a Benedetto XVI. Roba da film.

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In quello di Berger il collegio cardinalizio è il campo nel quale immaginazione e realtà si mescolano di più. Alcuni personaggi sono credibili (particolarmente gustosa la figura del car- dinale nigeriano, Adeyemi), e la contrapposizione tra progressisti e conservatori plausibile – ma un po’ tagliata con l’accetta. Non perché queste categorie non esistano dentro la Chiesa, anzi. Lo si è visto plasticamente al sinodo da poco concluso in Vaticano: accanto al cardinale gesuita Jean-Claude Hollerich, lussemburghese, aperto ai preti sposati, alle donne diacono e alla pastorale con le persone omosessuali, c’era il cardinale tedesco Gerhard Ludwig Müller, ratzingeriano doc, per il quale benedire una coppia gay è una «blasfemia», «l’ideologia gender porterà al collasso del mondo occidentale», e il fatto che all’assemblea votassero anche donne e laici rendeva il sinodo, in realtà, un semplice «simposio». A pochi tavoli di distanza c’erano Fridolin Ambongo, il carismatico arcivescovo di Kinshasa che ha guidato la rivolta degli africani contro la svolta bergogliana sulle coppie gay – e al contempo gestisce con souplesse la questione della poligamia di molti fedeli del suo continente – e Victor Manuel Fernandez, l’argentino che Bergoglio ha chiamato a Roma per portare a compimento la glasnost dottrinale sui ministeri delle donne, la morale sessuale, financo la liturgia. Nella stessa aula, ancora, c’erano l’arcivescovo salesiano Charles Bo di Yangon, Myanmar, tutt’altro che un progressistone, molto critico con la Cina, e Jean-Marc Aveline, il pacioso arcivescovo di Marsiglia, una vaga somiglianza con papa Roncalli, grande frequentatore del dialogo con l’Islam. Le differenze, insomma, ci sono nella realtà come nel film. Le contrapposizioni sceneggiate nel conclave cinematografico, tuttavia, sono fin troppo schematiche, e non colgono alcune dinamiche profonde in corso nella Chiesa cattolica mondiale. Innanzitutto perché la geografia delle idee può avere, nella realtà, un ampio ventaglio di sfumature nonché una sorta di doppio fondo.

Contro la modernità

I detrattori più accaniti di Jorge Mario Bergoglio sono tradizionalisti, più che conservatori: amanti della messa in latino, ostili a qualsiasi apertura teologica o magisteriale, convinti che o la Chiesa fa muro alla modernità, e torna ai tempi precedenti il Concilio vaticano II (1962-1965), oppure scivolerà sul piano inclinato del relativismo e della secolarizzazione. Il più noto esponente di questa linea, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, trumpiano, no vax, ossessionato dall’idea che un complotto globalista muova i fili della deep Church in sintonia con il deep State, è stato recentemente scomunicato per eresia dalla Santa sede. Poi, è vero: quella dei tradizionalisti è una minoranza che porta avanti rumorosamente e in modo spesso sgangherato una battaglia di retroguardia tollerata però in silenzio, o addirittura con simpatia, da un’area ben più ampia di conservatorismo cresciuto all’ombra di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – un arcipelago che, discretamente, punta non a riportare indietro l’orologio della Storia, ma a fermarlo, o quanto meno a rallentarlo, ipotecando il prossimo conclave.

D’altro canto papa Francesco, accusato dai suoi nemici di essere un rivoluzionario, è, in realtà, un riformista, peraltro graduale e, talvolta, contraddittorio (i medici «sicari» che praticano l’aborto, per dirne una, non sono esattamente le parole di un progressista…). E lLe riforme» diceva Camillo Benso conte di Cavour «compiute a tempo, invece d’indebolire l’autorità, la rafforzano; invece di crescere la forza dello spirito rivoluzionario, lo riducono all’impotenza». Si riforma l’istituzione non per destabilizzarla, checché ne pensino quelli che Bergoglio ha bollato come «indietristi», ma per conservarla...

I nuovi porporati

Il Conclave di Berger, soprattutto, prescinde da una dinamica, meno visibile, impressa da questo papa in undici anni di pontificato. Con dieci concistori, l’ultimo il prossimo 7 dicembre, Francesco ha ridisegnato la geopolitica del collegio che eleggerà il suo successore, e ha nominato in tutto 129 cardinali, l’ottanta per cento dei porporati che entreranno in Cappella Sistina. Sbaglierebbe però chi ritenesse che quello bergogliano sia un gruppo compatto e unanime. Francesco ha sì scelto personalità dal profilo più pastorale, riducendo il peso specifico degli italiani e più in generale degli europei, lasciando senza porpora sedi tradizionalmente cardinalizie e riducendo al lumicino la fronda degli ultraconservatori (il cardinale Tedesco del film, interpretato da uno spumeggiante Sergio Castellitto, nella realtà avrebbe ben poche chance, non da ultimo perché il patriarca di Venezia, quello vero, non è mai diventato cardinale...). Ma tra i bergogliani c’è di tutto, ci sono conservatori e progressisti, atlantisti e filocinesi, cardinali aperti alla modernità e cardinali desiderosi di rimarcare un’identità cattolica distinta dal mondo.

Non è stata l’omogeneità l’obiettivo del primo Pontefice latino-americano della storia, ma il riequilibrio e l’ampliamento. Riequilibrio, perché oggi ci sono molti più porporati che provengono dal global south, coerentemente con un cristianesimo tanto vitale in Asia, Africa e America Latina quanto fiacco nel Vecchio continente: episcopati che oggi dicono la loro, senza soggezione, al pari di altre Chiese più blasonate, come quelle italiana, spagnola, tedesca o statunitense. E ampliamento, perché erano 48 i Paesi rappresentati nel conclave che elesse Bergoglio nel 2013, oggi sono 73.

Fare sintesi sarà difficile, ma è l’unica condizione che secondo Francesco può ridare slancio alla Chiesa. Per questo è improbabile, come invece avviene nel film, che in pole position ci saranno figure così marcate come un tradizionalista, un ultraprogressista, ma anche un curiale intrigante o un outsider africano. Possibile invece che emergerà una personalità di caratura internazionale, che conosce però bene Roma, e con un cursus honorum senza macchie – per evitare gli schizzi di fango; probabile che si imponga chi è navigato nella mediazione: difficile che, dopo undici anni di terremoto bergogliano, il successore sia altrettanto se non più pirotecnico – ma vai a sapere cosa combina, questa volta, lo Spirito Santo.

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La salute non è tutto

Di certo Francesco, 88 anni il prossimo 17 dicembre, di dimettersi non ha intenzione, e gode di una salute perennemente cagionevole con la quale affronta però fatiche inenarrabili. Lo si è visto durante il viaggio di settembre in Asia e Oceania, 12 giorni di agenda fitta, spostamenti aerei a raffica, bagni di folla col 93 per cento di umidità, e non ha perso un colpo, non ha mancato un appuntamento, non ha saltato un discorso. Tutti i grandi network statunitensi avevano mandato al seguito un corrispondente, più curiosi di vedere se il Papa ce la faceva o no, e alla fine si sono dovuti occupare delle intemerate di Bergoglio contro l’estrazione dei minerali in Papua Nuova Guinea. Ha semplificato il rituale delle esequie pontificie – niente esposizione del corpo alla devozione dei fedeli, niente catafalco – ma governa con mano ferma. «Sono ancora vivo», dice lui sottintendendo ironico la delusione dei suoi nemici. «Alcuni mi volevano morto», ha raccontato più esplicitamente dopo un ricovero nel 2021, «preparavano il conclave». Quello vero, per Francesco, può attendere.

Attrazione fatale

L’altra certezza è che il cinema contemporaneo continuerà ad avere nei confronti del Vaticano un’attrazione irresistibile. Conclave conferma una regola inaugurata in questi anni da Habemus Papam di Nanni Moretti (l’esempio di un film che spoilera la realtà), The Young Pope di Paolo Sorrentino, I due Papi di Fernando Meirelles. La scenografia indubbiamente si presta, le volte affrescate e i giardini rinascimentali, le vesti liturgiche e i riti antichi, il potere che si esercita nell’ascesi e nella dissimulazione, e che dopo duemila anni ancora muove e smuove milioni e milioni di persone alla faccia della secolarizzazione e della sguaiatezza di altri poteri più appariscenti ma in confronto evanescenti. E se la vocazione del cinema è quella di svelare, quale luogo più seducente del palazzo apostolico? «A tanta segretezza», diceva Benny Lai, decano dei vaticanisti, «la dietrologia risponde con i suoi talenti».

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Ma c’è di più. Tra il ritmo veloce del cinema e i tempi lenti delle sacre stanze sembra esserci un legame misterioso e decisivo per il mondo, come se dietro quelle mura ci fosse la più spettacolare delle misure del Tempo. Se la sabbia ha bisogno di una clessidra per scorrere, il cinema misura i cambiamenti epocali sullo sfondo di un riferimento immobile, e quel punto è il Vaticano. Che poi, a conoscerlo bene, è tutt’altro che immobile, e non è neppure così stabile, ma indubbiamente ha una notevole resistenza. «Io distruggerò la vostra Chiesa» disse Napoleone. «Maestà», gli rispose il cardinale Ercole Consalvi, «sono venti secoli che noi stessi ci proviamo, e non ci siamo riusciti».

Sul Venerdì del 29 novembre 2024

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