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La camicia insanguinata di Moro e altri misteri italiani

La camicia che indossava Aldo Moro quando fu ucciso dalle Br e ritrovata sul suo cadavere il 9 maggio 1978. La foto, inedita, è di Gigi Cifali. 
Enrico Deaglio scrive un formidabile libro sugli anni Settanta, partendo da una foto attorno a cui ruotano ancora troppi segreti. «Complottista? Metto in fila i fatti e unisco i puntini»
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TORINO. «Qui con Sartre e De Beauvoir, davanti a Montecitorio, nel ’77, la famosa intervista sulla repressione. Avevo trent’anni. Qui con Mandela, a Johannesburg, nel 1990. O era il 1991?». Enrico Deaglio, 77 anni, grande inviato nei misteri della storia, si sofferma sulle foto del corridoio nella nuova casa in corso Re Umberto, dopo dodici anni a San Francisco. È appena uscito per Feltrinelli il suo ultimo libro, 800 pagine di formidabile scrittura: C’era una volta in Italia. Gli anni Settanta.

Enrico Deaglio al tavolo con Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Bologna nel 1977 

Ha nostalgia di quegli anni?

«No, no. Anzi sì».

Perché sì?
«Ero giovane, anche se me ne sono successe di tutti i colori. C’era una speranza».

Cosa faceva allora?

«Mi sono laureato in medicina nel 1971. Militavo in Lotta continua, di cui sono socio fondatore, a Torino. La mattina presto facevo i picchetti davanti a M…

TORINO. «Qui con Sartre e De Beauvoir, davanti a Montecitorio, nel ’77, la famosa intervista sulla repressione. Avevo trent’anni. Qui con Mandela, a Johannesburg, nel 1990. O era il 1991?». Enrico Deaglio, 77 anni, grande inviato nei misteri della storia, si sofferma sulle foto del corridoio nella nuova casa in corso Re Umberto, dopo dodici anni a San Francisco. È appena uscito per Feltrinelli il suo ultimo libro, 800 pagine di formidabile scrittura: C’era una volta in Italia. Gli anni Settanta.

Enrico Deaglio al tavolo con Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre a Bologna nel 1977 

Ha nostalgia di quegli anni?

«No, no. Anzi sì».

Perché sì?
«Ero giovane, anche se me ne sono successe di tutti i colori. C’era una speranza».

Cosa faceva allora?

«Mi sono laureato in medicina nel 1971. Militavo in Lotta continua, di cui sono socio fondatore, a Torino. La mattina presto facevo i picchetti davanti a Mirafiori, e poi andavo in corsia a prendermi cura della gente. Era bellissimo».

Quando arriva il giornalismo?
«L’anno dopo, quando Lotta Continua diventa quotidiano. Adriano Sofri mi chiede di andare a Roma per dare una mano. Lascio un posto sicuro per un’avventura, peggio pagata: a volte divertente, altre dolorosa».

Perché d’istinto mi ha risposto di non avere nostalgia degli anni 70?
«Perché uccidendo Moro le Br hanno ammazzato la pietas italiana».


Il delitto segna un discrimine di umanità?
«Tutta la storia del sequestro è nel segno di questa disumanità. Perché la Dc non ha trattato? Perché le Br non l’hanno liberato dopo che gli aveva raccontato tutto?».
Gli aveva detto tutto?
«Certo, basta leggere il Memoriale, la trascrizione degli interrogatori: la nostra anatomia del potere. Non l’hanno reso pubblico, probabilmente se lo sono venduto».
Al potere?
«Quando, dopo la scoperta nel covo di via Montenevoso, nell’autunno del 1978, il generale Dalla Chiesa lo porta ad Andreotti, questi lo insabbia. E quattro anni dopo muore anche Dalla Chiesa, e prima di lui Pecorelli, Ambrosoli. Moro l’aveva previsto».
Che c’entrano Pecorelli e Ambrosoli?
«Tutta la vicenda ruota su tre assi: la mafia, Sindona, il Medio Oriente».
La mafia?
«Inizialmente si propose come intermediaria. Poi Stefano Bontate, in una riunione della cupola, informò i suoi con sorpresa: “A Roma non vogliono trattare”».
La mafia che interesse aveva?
«Voleva recuperare i soldi che aveva affidato al finanziere Michele Sindona. Moro parla di Sindona, che in quel momento è già pieno di guai, seppur protetto da Andreotti».
E il potere sa quel che sta dicendo Moro?
«È molto probabile, oppure lo suppone. Non si spiega l’indisponibilità a salvarlo».
E il Medio Oriente che c’azzecca?
«Nel 1973 Moro aveva fatto l’accordo con i palestinesi, il famoso Lodo, per evitare attentati sul nostro territorio in cambio di un occhio chiuso sui loro traffici. Nella prima lettera, a Cossiga, cita il colonnello Giovannone, che dirige il Sismi a Beirut, come l’uomo che risolverà la situazione».
Perché?
«Per invitare Cossiga a trattare. “Anch’io ho trattato per proteggere l’Italia, fatelo anche voi per salvarmi la vita”, questo è il senso».
Una trattativa Giovannone la intavolerà.
«Sì, addirittura con la mediazione di Tito, a Belgrado, per liberare tre terroristi tedeschi della Raf in cambio del rilascio di Moro. Ma le Br lo uccidono, proprio un attimo prima. Perché?».
Deaglio con Nelson Mandela in una foto affissa nel corridoio della casa torinese del giornalista. Fotografia di Concetto Vecchio 

Le daranno del complottista.
«No, io metto in fila i fatti e unisco i puntini, però è vero che sono sempre stato un po’ detective. Per non dire quel che viene fuori su via Gradoli, mezzo secolo dopo».
Dove si trovava l’appartamento di Mario Moretti, il capo delle Br, durante il sequestro.
«Si scopre – e lo scopre la procura di Bologna indagando sulla strage del 2 agosto 1980 – che via Gradoli era una strada privata, dove i nostri servizi avevano costruito un comprensorio. Nel quale sono passati tutti, le Br, i Nar, uomini dello Stato».
I servizi avevano affittato l’appartamento alle Brigate Rosse?
«Su YouTube c’è un documento audio che trovo sensazionale: l’interrogatorio di Domenico Catracchia, l’amministratore del condominio: “Moretti pagava regolarmente l’affitto”, dice tra le tante cose incredibili, in verace romanesco. Curioso che nessuno l’avesse mai interrogato prima».
Moretti è la grande sfinge di quegli anni?
«Basta citare che nel 1979, un anno dopo Moro, braccato da tutte le polizie, noleggia uno yacht e se ne va in Libano a prelevare indisturbato un grande carico di armi». I nostri anni Settanta restano insondabili?
«Molte risposte mancano. Oppure, oggi, ci paiono incomprensibili. Però Leonardo Sciascia nell’Affaire Moro aveva capito prima e meglio di altri. Ho trovato illuminante anche Esterno Notte, la serie di Marco Bellocchio: lui ci arriva da artista».
Il suo libro è anche una fotografia dei mutamenti di costume del decennio.
«L’ho scritto con Ivan Carozzi. Ivan ha una grande sensibilità per le storie laterali, i personaggi, le pieghe della società, vede cose che io non vedo o che ho dimenticato. È come il tenente Colombo quando arriva in una casa di ricchi a Los Angeles».
L’anno scorso era uscito il suo libro sugli anni Sessanta.
«E siccome ha fatto quattro ristampe abbiamo deciso di andare avanti. L’anno prossimo uscirà quello sugli anni Ottanta».
Perché si è infilato in questo cantiere?
«Voglio finire la mia carriera con una storia che conosco bene, perché io quelle stagioni le ho vissute da cronista. Anzi, da testimone privilegiato».
Pasolini l’ha conosciuto?
«Sì, noi di Lotta Continua ci andammo a presentare dopo la poesia su Valle Giulia».
Quella nella quale parteggia per i poliziotti.
«Pasolini era un esteta, che gettò il suo corpo nella mischia».
Un esteta?
«Animato da spirito di contraddizione. Quando c’è lo stupro del Circeo e le femministe, mobilitate da Lotta Continua, vanno a manifestare ai Parioli, dove vivevano i tre aguzzini, lui scrisse: “Non avete idea di quanto siano misogini i maschi proletari”».
Non era anche questo vero?
«Sì, ma poi in Salò dipinge i fascisti come misogini e maschilisti. E poi lo ammazzano, mentre sta ultimando Petrolio. L’Italia l’aveva capita».

L’Italia di oggi le piace?
«Per niente. Mi sembra senza speranza».
Non è troppo severo?
«Discutiamo di quanto era bravo Mussolini. E per distrarci parliamo continuamente di Chiara Ferragni, di Totti, di identità. Per fortuna c’è Sinner».
Sulla copertina del suo libro c’è la camicia insanguinata di Moro.
«È una foto inedita di un artista, Gigi Cifali, che si è posizionato a trenta centimetri dalla camicia, la stessa distanza dalla quale gli spararono».
È un documento forte.
«Infatti abbiamo discusso a lungo se metterla. Ma resta un documento di quella disumanità di cui parlavo all’inizio. La nostra Sindone».
La Sindone della Repubblica.
«Sì, per chi vuol vederla».

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