Mumbai Social Club: come l’India sta mettendo il bavaglio alla rete
di Maurizio Di FazioIl numero delle persone che utilizzano i social media è salito a oltre 4,15 miliardi nel 2024 e una su quattro viene dalla Cina. La leadership però è destinata a cambiare di mano presto: dopo essere diventato il Paese più popoloso del pianeta con più di 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, sarà infatti l’India il più grande mercato social da qui al 2029. Lo dice in uno studio il gruppo di ricerca Statista. Nei prossimi cinque anni 445 milioni di indiani in più rispetto a oggi saranno sui social network, un aumento del 51 per cento. E non basta: nello stesso periodo, quelli che creeranno profili TikTok, Facebook, X e simili da Mumbai, Delhi e Varanasi saranno il doppio dei nuovi iscritti cinesi e americani messi insieme.
Già negli ultimi tre anni, d’altronde, l’utilizzo delle p…
Il numero delle persone che utilizzano i social media è salito a oltre 4,15 miliardi nel 2024 e una su quattro viene dalla Cina. La leadership però è destinata a cambiare di mano presto: dopo essere diventato il Paese più popoloso del pianeta con più di 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, sarà infatti l’India il più grande mercato social da qui al 2029. Lo dice in uno studio il gruppo di ricerca Statista. Nei prossimi cinque anni 445 milioni di indiani in più rispetto a oggi saranno sui social network, un aumento del 51 per cento. E non basta: nello stesso periodo, quelli che creeranno profili TikTok, Facebook, X e simili da Mumbai, Delhi e Varanasi saranno il doppio dei nuovi iscritti cinesi e americani messi insieme.
Già negli ultimi tre anni, d’altronde, l’utilizzo delle piattaforme social in India è lievitato vertiginosamente: dai 2,6 miliardi di ore del gennaio 2020 ai 5,5 dell’anno scorso. Il perché è presto spiegato: quasi il 90 per cento degli internauti indiani è attivo sui social ogni giorno. Mediamente – rivela un’indagine dell’Indian Institute of Management Ahmedabad – ogni utente ci passa 194 minuti, più di tre ore sulle 24 che compongono la giornata.
Le piattaforme preferite sono Facebook e Instagram: già oggi l’India ha la più alta percentuale globale di utilizzatori di Facebook (intorno ai 450 milioni), mentre il 75 per cento delle persone che accede alla rete sceglie di andare su Instagram, che conta su una platea complessiva di 517 milioni di persone.
Non solo Bangalore
I motivi del boom, sostengono gli analisti, sono molteplici. Per cominciare, la proliferazione di smartphone e piani a prezzi popolari ha reso il web fruibile da chiunque. Non a caso a spingere la corsa negli ultimi anni sono state le sterminate campagne, che a lungo erano rimaste indietro rispetto ai grandi centri urbani: soprattutto a quelli che – vedi Bangalore e la sua Silicon Valley – da decenni sono uno dei cuori tecnologici del mondo. Dall’India vengono anche alcuni dei migliori esperti high tech del mondo, cresciuti a chapati e tecnologie: l’influsso della loro visione progressivamente si è allargato al resto del Paese.
Un fenomeno non nuovissimo – secondo uno studio firmato The Nielsen Company, già nel 2011 in India si trascorreva più tempo sui social che sulla posta elettronica – ma che ora sta arrivando a maturazione, portando con sé risvolti politici che non possono essere sottovalutati. Da anni il governo di Narendra Modi – primo ministro dal 2014, riconfermato per la terza volta consecutiva dalle elezioni dello scorso anno – ha fatto del controllo della rete una delle sue priorità. In India sono attivi sistemi di monitoraggio che consentono di intercettare i messaggi, bucare la crittografia e chiudere le reti di telecomunicazione nei momenti di tempesta politica. Ci sono poi i provvedimenti presi ufficialmente per arginare l’avanzata di fake news e frodi, bloccare contenuti violenti o considerati minacciosi per la sicurezza nazionale: ma che invece, secondo le denunce di centinaia di attivisti indiani, nascondono la volontà ferrea del governo di controllare la rete e ogni forma di dissenso che potrebbe passare attraverso essa.
La stretta del Covid
Un fenomeno che è aumentato a dismisura dopo il Covid: un regolamento governativo introdotto nel 2021 prescrive che le società di social media nominino tre cittadini indiani residenti nel Paese come dirigenti full time, così che, in caso di diatribe legali, qualcuno possa risponderne direttamente al governo. Ma non basta: una serie di misure introdotte dopo la pandemia permette alle autorità di pretendere dalle multinazionali le generalità dell’artefice di un messaggino controverso. E al governo di chiedere la rimozione immediata di contenuti considerati “pericolosi”: è in base a questa norma che lo scorso anno sono stati cancellati da X i profili di 120 fra attivisti e giornalisti dello Stato del Punjab mentre il governo lanciava una vera e propria caccia all’uomo contro un leader separatista della regione. Fra gli account eliminati, quello dell’ufficio regionale della Bbc.
L’episodio conferma che dopo vari bracci di ferro iniziali, le regole sono state accettate da tutti i gestori di social. Troppo enorme il mercato indiano per fare le barricate. «L’atteggiamento accondiscendente delle aziende tech, che hanno accettato di adeguarsi a leggi sempre più restrittive della libertà di opinione, non ha aiutato a mantenere l’autonomia della rete», ci dice il social media manager Jacopo Franchi, autore di diversi studi sul tema (il suo ultimo libro, L’uomo senza proprietà. Chi possiede veramente gli oggetti digitali?, è uscito quest’anno per Egea).
Lasciato libero di procedere senza opposizioni, il governo ha stretto il bavaglio sulla rete. E non pare destinato a fermarsi: a fine agosto è stata varata in Uttar Pradesh, la più grande regione indiana per abitanti, saldamente nelle mani del Bjp (il partito di Modi) l’Uttar Pradesh New Media Policy, una norma che prevede il carcere per chi pubblica contenuti anti-patriottici e compensi per gli influencer che propagandano i successi governativi.
L’ultimo della lista
Così, non stupisce che l’India sia al 159esimo posto nell’ultima classifica World Press Freedom di Reporters Sans Frontières. Ancora Franchi: «La Uttar Pradesh New Media Policy si inserisce all’interno di una più ampia strategia tesa a silenziare qualsiasi voce ostile nell’ambiente digitale, perseguendo l’obiettivo di censurare non solo le piattaforme in sé, ma anche coloro che hanno un importante spazio di visibilità: è un paradosso, ma quella che per decenni è stata conosciuta come la “più grande democrazia del mondo” sta diventando un laboratorio di leggi e modalità di ispezione continua dell’opinione pubblica online».
Non si salvano neanche i balletti: nel 2020 New Delhi ha radiato sine die TikTok, gettando nello sconforto 200 milioni di utenti. All’epoca del lockdown, varie generazioni si erano infatuate del social: ma la rivalità politica con la Cina ne ha decretato la condanna senza appello. Così la maggioranza dei tiktoker ha imboccato il percorso parallelo dei neonati Instagram Reels (Meta) e YouTube Shorts (Google), mentre finora non hanno funzionato le app locali di video brevi (come Moj): era già accaduto con Koo, startup lanciata nel 2019 che faceva il verso a Twitter. La sponsorizzavano pezzi rilevanti dell’establishment e dello show system indiano e fino a pochi mesi fa si professava il secondo servizio di microblogging più esteso del mondo. Ma il 3 luglio i suoi fondatori, Aprameya Radhakrishna e Mayank Bidawatka, ne hanno annunciato la chiusura per mancanza di entrate.
Sul Venerdì del 29 novembre 2024