Roberto Saviano racconta vita e morti del Kalashnikov: «È lo specchio dell’umanità contemporanea»
di Gianluca Di FeoRoma. Un viaggio nel lato oscuro della Storia, quello che ha tormentato il nostro passato e minaccia il futuro, attraverso uno dei simboli più letali: il Kalashnikov. Roberto Saviano scatena la sua curiosità vulcanica e le sue conoscenze enciclopediche in un racconto senza precedenti: 650 al minuto, un podcast di dieci puntate disponibile dal 16 dicembre su Audible.it. «È la storia della nostra follia letta attraverso la canna di questa arma, tra vette di genio e di orrore» spiega mentre completa la registrazione in un piccolo studio sotterraneo di Roma, «sono convinto che farà capire qualcosa di noi stessi». Il fucile automatico AK-47 diventa lo specchio in cui si ritrae l’umanità contemporanea. A partire dal titolo, 650 al minuto, che nasce dall’impressionante volume di fuoco del Kalashnikov – una capacità solo teorica perché in realtà ogni caricatore contiene trenta colpi – ma che trasmette allo stesso tempo un senso di angoscia e di noia, sottolineato subito nell’introduzione: non…
Roma. Un viaggio nel lato oscuro della Storia, quello che ha tormentato il nostro passato e minaccia il futuro, attraverso uno dei simboli più letali: il Kalashnikov. Roberto Saviano scatena la sua curiosità vulcanica e le sue conoscenze enciclopediche in un racconto senza precedenti: 650 al minuto, un podcast di dieci puntate disponibile dal 16 dicembre su Audible.it. «È la storia della nostra follia letta attraverso la canna di questa arma, tra vette di genio e di orrore» spiega mentre completa la registrazione in un piccolo studio sotterraneo di Roma, «sono convinto che farà capire qualcosa di noi stessi». Il fucile automatico AK-47 diventa lo specchio in cui si ritrae l’umanità contemporanea. A partire dal titolo, 650 al minuto, che nasce dall’impressionante volume di fuoco del Kalashnikov – una capacità solo teorica perché in realtà ogni caricatore contiene trenta colpi – ma che trasmette allo stesso tempo un senso di angoscia e di noia, sottolineato subito nell’introduzione: non c’è il rumore di una raffica ma il suono ipnotico di una catena di montaggio. È la ripetitività che in qualche maniera lega la produzione infinita di questi ordigni, che prosegue da oltre 75 anni in dozzine di Paesi, alla frenesia omicida di tanti che lo hanno impugnato per fare strage: dalle Olimpiadi di Monaco all’omicidio del presidente egiziano Sadat, dalle incursioni dei guerrieri mistici dell’Uganda al Bataclan. «Del Bataclan parlo con Daniel Psenny, il giornalista di Le Monde che abitava dietro il teatro parigino. Quando ha sentito la sparatoria è corso verso l’ingresso e ha tentato di trascinare fuori una donna stesa a terra. L’aveva appena afferrata, restando all’esterno, ed è stato colpito al braccio. Ricorda di avere sentito soltanto un pizzico, senza rendersi conto della gravità della ferita, perché il proiettile gli ha tranciato i nervi…».
Corno di capra
Quella di Psenny è una delle diciannove interviste che scandiscono i 400 minuti di narrazione: ci sono storici come Gastone Breccia; studiosi di terrorismo come Lorenzo Vidino, di gang latino-americane come Dennis Rodgers, di narcos come Gabriela Polit Dueñas o dei trafficanti d’oppio asiatici come Patrick Winn. Ma anche esperti di moda, «perché il Kalashnikov è un’icona, riconoscibile dalla forma a banana del serbatoio: i messicani lo chiamano Cuerno de chivo, corno di capra. È l’unico fucile entrato nelle bandiere nazionali – quella del Mozambico lo mostra intrecciato a una zappa – nei simboli di miliziani come Hezbollah o di movimenti politici». Politica è anche la saga del suo inventore, che Saviano ricostruisce in ogni sfaccettatura: «Michail (Misha) Kalashnikov non ha avuto una vita facile. Veniva da una famiglia di kulaki, ossia di piccoli proprietari terrieri deportati in Siberia durante la collettivizzazione sovietica. Molti dei suoi sedici fratelli sono morti di fame, freddo, malattie: non ti immagini che un ragazzo così possa andare a combattere con l’Armata Rossa con tanta passione mentre è costretto a mentire sul suo passato per non finire nel mirino dei commissari di Stalin.
Il suo Avtomat Kalašnikova presentato nel 1947, da cui la sigla AK-47, resta incredibile: è controintuitivo, semplice, realizzato in materiale povero. Pure i suoi difetti, come i pezzi che non combaciano perfettamente, si trasformano in vantaggi perché gli permettono di funzionare persino quando viene infilato nella sabbia. Non si inceppa mai. Poi resta da capire fino a che punto sia stata tutta opera di Misha o di un’équipe più vasta. E soprattutto quanto hanno contato nella fama internazionale il marketing e lo storytelling del regime comunista che aveva bisogno di inventare nuovi eroi per mobilitare il consenso popolare».
Gli antenati
Saviano inizia la via crucis calibro 7,62 millimetri dalle figure di Richard Gatling e Hiram Maxim, i predecessori di Kalashnikov che a metà Ottocento progettarono le prime armi automatiche, marchingegni talmente disumani da apparire infernali: «La mitragliatrice di Gatling aveva tante canne allineate e per questo veniva chiamata “l’organo orizzontale”. Durante le rivolte del 1863, l’editore del New York Times ne acquistò una con cui respinse l’assalto della folla alla sede del giornale: in pratica la rese cool. Quando all’inizio delle guerre combattute fra il 1823 e il 1900 gli inglesi nel Ghana si sono trovati davanti le tribù Ashanti, appostate dietro un fiume, hanno sparato una lunga raffica d’avvertimento con la Maxim sollevando una montagna d’acqua. I capi degli Ashanti rimasero scioccati: capirono che non potevano misurarsi con quel nemico e molti di loro si suicidarono».
Nessuna apologia
Misha Kalashnikov capovolge i ruoli. Grazie a lui la “falciatrice d’uomini” del colonialismo, quella che permette a pochi soldati europei di spazzare via regni africani con migliaia di guerrieri, si trasforma nel grimaldello dei combattenti che lottano per la libertà. «La grande sfida è il Vietnam. Gli americani costruiscono in fretta e furia l’M16, che gli esperti ritengono fosse tecnicamente superiore ma che si rivela poco pratico: ha parti in plastica che si logorano, e si guasta facilmente. Così persino molti marines preferiscono al moderno Colt il robusto AK-47 sovietico sottratto ai nemici: ed è un altro elemento che incarna la disfatta del modello americano». Sorprendente la puntata sulle ultime ore di Salvador Allende. «Fidel Castro regala un Kalashnikov ad Allende e lui risponde: “Grazie, ma non mi serve”. Allora il leader cubano gli scrive una dedica: “Al compagno Salvador che ha ottenuto per vie diverse la rivoluzione”. Ma quando l’11 settembre 1973 il generale Pinochet attacca il palazzo della presidenza cilena, Allende lo ha impugnato per resistere e poi l’ha usato per spararsi». Nessuna apologia. «Il podcast» sottolinea Saviano «è una disamina del mito del “fucile del popolo”, simbolo di un’inferiorità tecnologica che riesce a imporsi sugli imperialismi. Una visione romantica che è finita mediaticamente quando è diventato l’arma del terrorismo islamico: compare al fianco di Osama Bin Laden in ogni foto». Più in generale, lo scrittore vuole esplorare il rapporto intimo tra uomini e strumenti di morte, quello che James Hillman definiva «un terribile amore per la guerra», per trarne una lezione universale: «Senza conoscere le armi e il modo in cui funzionano non si può entrare nel significato profondo delle vicende umane.
E non si può capire quello che accade oggi nel mondo: o le conosci o le subisci. Noi lo abbiamo dimenticato per decenni e ora l’Ucraina ci fa comprendere cosa voglia dire realmente: l’uso delle armi caratterizza l’evoluzione o la devoluzione della nostra società». Poi continua: «Gli storici lo paragonano a una infezione: parlano di epidemia per la diffusione dei Kalashnikov in Africa. Un contagio che non si riesce a fermare e che racconta anche attraverso l’esperienza di un bambino-soldato sudanese».
A spiegare cosa significhino le ferite inferte, soprattutto ai civili, provvedono le testimonianze dei chirurghi di Medici Senza Frontiere. Non sono trascurati i mafiosi di Cosa Nostra, che crivellarono di pallottole di AK-47 l’auto di Carlo Alberto Dalla Chiesa, e la vicenda di Giuseppe Setola, protagonista dell’ultima stagione di fuoco del casalese detto “o’ Cecato” ma che tirava il grilletto con estrema precisione.
Senso inverso
A Saviano però interessa andare più a fondo: «Il mercato delle armi, quello della droga e quello delle tecnologie raccontano il mondo e determinano il mondo. Sono le armi, più del web e dei vaccini, a condizionare il nostro destino. Soprattutto in questo periodo, ci sono spostamenti di capitali colossali. Ma i dati su investimenti e produzione sono segreti, non c’è possibilità di accedere a informazioni chiare. Il paradosso è quello narrato da Ieva Jusionyte, che ha seguito il flusso dei Kalashnikov che dagli Usa alimenta la ferocia dei cartelli messicani: un traffico in senso inverso, morte che genera altra morte attraverso il commercio di droga».