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Psico-influencer, chi sono e perché affidarci a loro non ci aiuterà

(Illustrazione Ale+Ale) 

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Trionfano sui social, scrivono libri, riempiono i teatri. Ma per i venti milioni di italiani in preda all’ansia, la strada da prendere è forse un’altra. Si chiama psicologo di base. Peccato che (da noi) ancora non esista
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Una giornata storta, anzi, un periodaccio. Ma la soluzione forse sta qui, a pochi centimetri, in tasca, sul telefono. @agnesescappinipsicologa riceve messaggi e like 24/7. Su TikTok. Nessuna parcella, offre gratis pillole da 60 secondi, visualizzate in qualche caso anche milioni di volte. Ha 254 mila follower, Scappini, che in un minuto soltanto è capace di riassumere «alcune delle più potenti verità psicologiche» (parole sue) con cui riuscire ad affrontare l’esistenza. Soprattutto i momenti no, i periodi neri. Tipo questo. Parte il filmato, il tappeto musicale è la melanconica Infinity del catalano Adrián Berenguer, in velocità la psicologa sciorina l’elenco dei fondamentali su cui costruire la felicità. «Primo, non tornare mai da chi ti ha lasciato. Due, ricordati che il silenzio è molto più potente di qualsiasi tuo tentativo di avere ragione». I consigli procedono, la melodia struggente pure, fuori piove, la tristezza dilaga.

Ma chi è Scappini, che si autopubblica i libri su Amazon…

Una giornata storta, anzi, un periodaccio. Ma la soluzione forse sta qui, a pochi centimetri, in tasca, sul telefono. @agnesescappinipsicologa riceve messaggi e like 24/7. Su TikTok. Nessuna parcella, offre gratis pillole da 60 secondi, visualizzate in qualche caso anche milioni di volte. Ha 254 mila follower, Scappini, che in un minuto soltanto è capace di riassumere «alcune delle più potenti verità psicologiche» (parole sue) con cui riuscire ad affrontare l’esistenza. Soprattutto i momenti no, i periodi neri. Tipo questo. Parte il filmato, il tappeto musicale è la melanconica Infinity del catalano Adrián Berenguer, in velocità la psicologa sciorina l’elenco dei fondamentali su cui costruire la felicità. «Primo, non tornare mai da chi ti ha lasciato. Due, ricordati che il silenzio è molto più potente di qualsiasi tuo tentativo di avere ragione». I consigli procedono, la melodia struggente pure, fuori piove, la tristezza dilaga.

Ma chi è Scappini, che si autopubblica i libri su Amazon ispirati al metodo dei 60 secondi? Che validità scientifica ha, a fini terapeutici, il metodo dei 60 secondi? Detta più brutalmente: le sue “verità psicologiche” che cosa hanno a che vedere con la vera psicoterapia di cui avrebbe probabilmente bisogno un vero paziente?

Cambiamo canale. Gabriella Tupini appare più innocua, una caratterista da vecchie commedie specializzata nella parte della nonna. È comunque anche lei una psicologa, iscritta all’Ordine del Lazio dal ’96. Nata a Roma nel ‘41, dispensatrice di massime eterne dal salotto buio e fané di casa sua. Vanta su Instagram un fan club da 150 mila persone. Ora fa sapere con un post che per motivi di salute non riceverà più, soverchiata dal flusso di messaggi che riceveva. I suoi video, però, si sono diffusi a macchia d’olio anche su TikTok, visti milioni di volte.

Tra quelli in cima alla classifica c’è n’è uno dove con voce ipnotica descrive ai genitori che cosa sia l’amore per i figli, spiegando che è altra cosa rispetto al semplice interessarsi a loro, e che poi non sarebbe male, preso atto di una mancanza, chiedere a volte scusa. Magari scrivendo una lettera. Un buon consiglio, da nonna. E che male può fare un buon consiglio?

Forse dipende da chi lo riceve. Ma intanto il pollice ormai scorre sullo schermo, ed ecco comparire Olga Armento. Anche lei con studio su TikTok. È piuttosto giovane, leggo che è iscritta all’Ordine degli psicologi del Piemonte. I suoi video sono svelti, allegri, leggeri, spesso dedicati alla lettura della mimica facciale e delle posture. «Tre posture di basso potere e bassa autostima: le spalle curve, il collo incassato, le mani in tasca. Così il corpo si ripiega su se stesso, si inibisce la produzione di testosterone, si aumenta quella di cortisolo. Se volete sapere quali sono le posture di alto potere, lasciate un cuoricino e scrivetemi in privato». Pubblicherà a breve un libro con Giunti, editore convinto – come tanti – dai suoi 400 mila follower.

E poi ecco ancora Elia Solinas, ovvero @dreliasol, psichiatra, che in pochi tratti spiega la gravità della cosiddetta “sindrome della principessa sul pisello”, ed elenca dieci sintomi da cui si può capire se si è depressi. Lo fa con un filmino muto e tendente al comico, in cui recita mimando le scritte in sovrimpressione: per l’aumento dell’appetito/mangia delle patatine fritte, per la mancanza di energie fa vedere che non riesce a sollevare un peso.

Si potrebbe andare avanti per ore, a montarsi da soli l’illusione di avere in tasca un’autoterapia video, mettendo insieme “motivatori”, “professioniste della maternità”, negazionisti della “psicologia tradizionale”, mescolati a professionisti vari e presunti, pedagoghi, psicopedagoghi, psicologi, psicoterapeuti. Ma, sia chiaro, da semplice cronista-fruitore della domenica, il rischio che mi appare sempre più evidente è di uscire da TikTok molto peggio di quando ci sono entrato.

Partiamo dai numeri

L’esplosione incontrollata sui social di influencer, titolati e non, tutto a un tratto grandi esperti di “psicologia”, non è un fenomeno imprevisto ma l’indicatore del malessere sempre più profondo degli italiani. «Le cito un dato dall’ultima ricerca Ipsos: nel 2004 soffriva di ansia il 7 per cento degli italiani, oggi siamo al 28 per cento. Quasi un terzo della popolazione, poco meno di 20 milioni di persone» riflette David Lazzari, presidente dell’Ordine degli psicologi.

Un bollino di garanzia

Lazzari sa bene che pericolo possa rappresentare la professionalità spesso inesistente, molte volte scadente, di alcune tra le figure più popolari sui social. Soprattutto per le persone più fragili e che più avrebbero bisogno di un vero aiuto. «Il problema è anzitutto pensare che, in assenza di una risposta istituzionale che ancora attendiamo, ovvero l’introduzione della figura dello psicologo di base, come avviene da tempo nella maggior parte dei Paesi europei, una domanda in fortissima crescita ovviamente si rivolge dovunque può. Con Piepoli abbiamo condotto anche un altro sondaggio. Tra gli italiani che vorrebbero andare da uno psicoterapeuta, aumentati di quasi il 70 per cento negli ultimi quattro anni, 8 su 10 non possono permetterselo. Ecco che allora si guarda ai social. Da parte nostra, per cercare di fare chiarezza, abbiamo già in programma di varare un bollino attraverso cui i nostri iscritti dovranno accompagnare ogni genere di promozione video. Detto ciò, è chiaro che è molto più complesso controllare Instagram, TikTok eccetera rispetto alle tradizionali targhe che i professionisti mettono sul palazzo in cui praticano la psicoterapia».

A scanso di ulteriori equivoci, di cui proprio non sentiamo il bisogno, tanto più in un ambito così liquido, mi spingo a chiedere a Lazzari una succinta e facile definizione: che cosa si intende per “psicoterapia”? Risposta: «La psicoterapia può avere molte definizioni in relazione alle diverse tradizioni scientifiche che mettono l’accento su aspetti diversi. Ma, in generale, diciamo che è una forma di cura specialistica svolta da professionisti con preparazione specifica e riconosciuta, che utilizzano metodi scientificamente fondati e verificabili per aiutare singoli, coppie, famiglie o gruppi al superamento di un disturbo o patologia, alla soluzione di un problema, al rafforzamento delle risorse adattive e capacità di realizzazione, utilizzando in particolare la relazione interpersonale».

Studenti in fila

Rinfrancati da un po’ di chiarezza, torniamo al nostro viaggio nei social, un mondo dai confini più che labili, dove si confondono, se va bene, ruoli, professioni, specializzazioni, scuole di pensiero, e se va male ciarlatani e presunti guru. È che il bisogno di stare meglio porta a vedere soluzioni anche dove non ce ne sono – o peggio, dove le soluzioni rischiano di diventare il problema. Rispetto a tanti altri questo Stefano Rossi a occhio sembra un po’ meglio. Psicopedagogista, è nato a Lodi 42 anni fa. Anche lui è una superstar del supporto psicologico. Lo contatto al telefono: «In verità non molto del mio tempo lo dedico ai social, è un lavoro a parte. Ma questo pomeriggio i genitori pagavano il biglietto, sì, in 400, per venire ad ascoltarmi a teatro. Mentre la mattina, gratis però, a una mia conferenza c’erano seicento studenti».

Ragioniere, laureato in Scienze dell’educazione alla Statale di Milano, master in Psicologia strategica – qualunque cosa a un profano possa voler dire – ha iniziato lavorando nelle comunità di adolescenti a rischio: «Periferie di Milano, tante coop e associazioni. Cercavo empatia con i ragazzi e le ragazze, mi iscrissi pure a Filosofia, che non ho mai finito. Pensavo che così avrei potuto spiegare meglio come affrontare anche i pensieri che ci pensano dall’esterno, non solo quelli che ci pensano dall’interno. Sembra una supercazzola, ma è Zygmunt Bauman».

Un po’, sempre da profano, effettivamente lo sembra, sì. Eppure Se non credi in te, chi lo farà? L’arte di sopravvivere all’adolescenza è il titolo del suo ultimo libro uscito per Feltrinelli, editore che ha sposato il metodo adottato anche da Pearson-Sanoma, colosso editoriale della scolastica. Ma cosa c’entrano i social? «Ci sono finito per dialogare con i genitori dei ragazzi partendo da Facebook, 150 mila follower. Poi sono entrato su Instagram perché mi sembrava importante un presidio serio. In troppi sfruttano la situazione insistendo su quel che piace all’algoritmo, in genere gli hashtag aggressivi».

E non gli fa impressione il business delle conferenze e dei teatri? «No. È un lavoro culturale. Diamo lenti con cui provare a leggerlo, lo fanno autorevoli storici come Barbero o psicoanalisti come Recalcati, no?».

Come Rossi, anche Antonino Tamburello, quasi 600 mila follower su Instagram, ha un manager teatrale, va in tournée, per Mondadori è autore di L’amore nasce eterno dove in copertina campeggia in divisa con maglia alta girocollo e occhiali da vista a montatura spessa. Risponde al telefono dal romanissimo Circolo Aniene: «Sono qui sul Tevere, mi dica».

Fondatore nel ‘73 dell’Istituto Skinner a Roma, descrive l’ultima data al Teatro Brancaccio per dare la misura di un fenomeno che ormai esonda dai telefonini: «Centinaia di persone che non vedevano l’ora di conoscermi dal vivo, lì in coda ad aspettarmi, senza più un posto libero, teatro pieno di ragazzi, pazzesco!».

E non crede che questo proliferare di video, tutorial e show possa alla fine essere dannoso? «No». Anzi, da psicoterapeuta iscritto all’Ordine, contesta i metodi di formazione classici: «Credo andrebbero cambiati. Nei corsi del mio istituto integro antropologia umana, oppure logica. Come puoi insegnare a pensare se non conosci le regole per un ragionamento corretto? Bisogna smetterla con la cultura della rassicurazione ad ogni costo. L’uomo è reo per definizione».

Tutto sfasciato

Sarà, ognuno può dire la sua. Prendiamo per esempio Raffaele Morelli, psichiatra e psicoterapeuta milanese, direttore ed editore di Riza Psicosomatica da cui è nata anche una scuola di formazione. Un volto televisivo disceso dal Maurizio Costanzo Show e che oggi si riverbera, moltiplicato, sui social. Dove, stando a visualizzazioni e follower, è ancora più amato, sempre in cima alle ricerche. «Forse perché contraddico la prassi di far ricadere tutto sul padre o la madre. Perché suggerisco di scappare dai terapeuti che sulla scrivania non hanno i Veda o le Metamorfosi di Ovidio. Ecco, anche lei, Simone, è in continua metamorfosi, non è già più quello di un’ora fa. Che senso ha tirarle fuori un trauma che ormai appartiene a un altro lei? Se mi da l’indirizzo le mando il mio libro, così non mi deve intervistare». Due giorni dopo arriva Dimentica, Mondadori.

Anche Paolo Crepet è ormai multimediale, appare in Rai, nelle stories, a teatro. Su TikTok fa furore. «È un mercato, non c’è dubbio, che occupiamo in quanto lasciato libero per esempio dalla Chiesa. Ma, vista la mia storia, non devo certo giustificarmi. Perché c’è tanta richiesta? Perché abbiamo sfasciato tutto. Delegittimato la scuola, demolito la ricchezza delle famiglie, ripreso a parlare di missili intercontinentali. Se poi uno è così cretino da credere di poter risolvere ogni dramma con video da 60 secondi, non so che farci».

A loro insaputa

Su TikTok, da un antico Porta a Porta, appare duecento mila volte pure Vittorino Andreoli. «Non è colpa mia, sono anni che sto in silenzio e non per caso, rispettate la mia scelta». C’è, suo malgrado, anche Umberto Galimberti. «Io non esisto sui social, mi filmano di soppiatto alle conferenze e poi ci fanno i soldi. Ma non mi stupisce la dimensione del bisogno di aiuto, cui purtroppo si è risposto troppo con la distribuzione di farmaci o, peggio, affidandosi alla cocaina. È la prima volta che l’umanità non ha un fine. Viviamo in un apparato regolato dalla tecnologia dove la tecnica detta tempi che l’umano non può sostenere. Ma le dico una cosa: non rischiano nulla i veri depressi di fronte ai video di TikTok, il dolore è un discrimine che al malato rende manifesta l’inutilità di quello che vede o ascolta. Il problema vero è che la psicologia non è una scienza, il valore sta nella terapia. Che non può essere virtuale, deve fondarsi su un rapporto di qualità tra chi chiede aiuto e chi lo dà».

Già, la terapia. Lo sanno persino al governo. È dal 2019 che, rimaneggiata più volte ma ogni volta votata all’unanimità, gira la benedetta proposta per l’istituzione dello psicologo di base di cui ci parlava all’inizio Davide Lazzari. È lì, pronta, ma ogni volta ci si scontra con la mancanza di risorse. È così che nel frattempo si sono mosse in ordine sparso le Regioni per far fronte all’emergenza. Piemonte, Lombardia, Toscana, Campania, Umbria, Abruzzo, Calabria, Puglia, Liguria e poco fa anche la Sicilia, hanno proceduto al varo dello psicologo di base. «Che non è una spesa ma un risparmio» fa presente Santo Di Nuovo, professore all’università di Catania, già presidente dell’Associazione italiana di psicologia.

«È una figura che va valutata in termini di prevenzione, non di emergenza. Si tratta di anticipare o prendere in tempo dipendenze e altre condizioni di malessere, scongiurare eventuali situazioni in cui il disagio deflagra. Come è appena accaduto con una madre in depressione post partum che ha ucciso il neonato».

Facciamo due conti

Fine del viaggio, chiudiamo con Lazzari. «L’istituzione dello psicologo di base sgraverebbe il sistema sanitario di molto lavoro» ci dice. «Ce lo si dimentica sempre, ma la prima causa di cardiopatie non è il colesterolo, è lo stress. Cerchiamo di essere ottimisti. Le Regioni, secondo i nostri calcoli, e includendo a spanne gli stanziamenti dell’Emilia Romagna, hanno già investito 26, 27 milioni. Il decreto nazionale in attesa di approvazione prevede un’azione del ministero della Salute in armonia con le diverse soluzioni adottate fin qui, che sarebbero integrate con ulteriori risorse».

L’Oms prevede che i disagi psicologici nel 2030 affliggeranno il 30 per cento degli italiani con una ricaduta sul Pil del 4 per cento. Molto di più di quanto servirebbe per finanziare la psicoterapia convenzionata – e magari rimediare anche a ai danni di TikTok.

Sul Venerdì del 6 dicembre 2024

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