✕

Vittorio Lingiardi: “Attenti al guru”

(Mondadori Portfolio/Ikon Images/Nick Diggory) 

Ascolta l'audio

Sono tutti bravi gli psicologi in cui ci si imbatte sul web? Tutte valide le scuole di specializzazione dove si formano? Sanno fare diagnosi? Vanno in supervisione? Lo psicoanalista spiega come orientarsi
3 minuti di lettura

Dati alla mano, le richieste di aiuto psicologico — nelle sue mille incarnazioni, dal counseling alla psicoterapia — sono aumentate. Le ragioni, al di là della “fisiologica” incidenza dei disturbi psichici, sono molte. Buone e cattive. Le cattive sono facilmente intuibili: gli effetti della pandemia, la precarietà economica e dunque psicologica, l’impatto delle tecnologie, i cambiamenti geopolitici e climatici, i conflitti familiari e le violenze di genere. Insomma, il disagio contemporaneo.

Se crediamo, e io ci credo, al modello bio-psico-sociale, la quota sociale che oggi si aggiunge alla componente biologica dei disturbi mentali è decisamente consistente. Soprattutto in adolescenza, età sempre difficile. Oggi, per le nuove generazioni sospese tra virtuale e reale, di più. E poi la solitudine, a ogni età, e la pressione al successo, l’obbligo di piacere. Come clinici siamo chiamati a contribuire alla costruzione di letture comprensibili di un presente sempre più complesso.

…

Dati alla mano, le richieste di aiuto psicologico — nelle sue mille incarnazioni, dal counseling alla psicoterapia — sono aumentate. Le ragioni, al di là della “fisiologica” incidenza dei disturbi psichici, sono molte. Buone e cattive. Le cattive sono facilmente intuibili: gli effetti della pandemia, la precarietà economica e dunque psicologica, l’impatto delle tecnologie, i cambiamenti geopolitici e climatici, i conflitti familiari e le violenze di genere. Insomma, il disagio contemporaneo.

Se crediamo, e io ci credo, al modello bio-psico-sociale, la quota sociale che oggi si aggiunge alla componente biologica dei disturbi mentali è decisamente consistente. Soprattutto in adolescenza, età sempre difficile. Oggi, per le nuove generazioni sospese tra virtuale e reale, di più. E poi la solitudine, a ogni età, e la pressione al successo, l’obbligo di piacere. Come clinici siamo chiamati a contribuire alla costruzione di letture comprensibili di un presente sempre più complesso.

Cinquant’anni fa, lo psicoanalista Heinz Hartmann diceva che per crescere bene abbiamo bisogno di un “ambiente medio prevedibile”. Un buon adattamento psichico è legato a un movimento verso la realtà nel tentativo di conoscerla, anticiparla e, se necessario, modificarla, così da vivere in un contesto ambientale il più adeguato possibile al proprio sviluppo. Questo compito oggi è sempre più impervio. Le sfide contemporanee ci pongono di fronte a realtà complesse, instabili, poco rassicuranti: non più “prevedibili”.

In questa prospettiva, la conoscenza diagnostica – che dà avvio al lavoro clinico – deve comprendere gli aspetti contestuali più rilevanti per una lettura attenta delle traiettorie di sviluppo psico(pato)logico. Le sedute online hanno modificato il paesaggio delle psicoterapie, rendendole da un lato più accessibili, dall’altro più “veloci” e disincarnate. Ci sono pro e contro. Proviamo a vedere il bicchiere mezzo pieno: l’incremento della sensibilizzazione mediatica alla dimensione psicologica ha probabilmente facilitato la capacità di chiedere aiuto e ridotto lo stigma storicamente rivolto a chi mostra la propria fragilità (il che non significa che tale stigma, persino violento, non esista più).

La professione psicologica è in crescita, lo vediamo dalle rilevazioni (dati Enpap) che mostrano un aumento dei redditi degli psicologi professionisti. Questi hanno, oggi, maggior visibilità, credibilità e ruolo sociale. In un mondo che appare sempre più ostile alla scienza (terrapiattisti, no vax) è una buona notizia.

Occorre però una riflessione supplementare. La possibilità di fare affidamento sui dati scientifici si chiama fiducia epistemica. Ha due sorelle: una aggressiva, la sfiducia epistemica, che erge muri di sospetto finendo per paralizzare la conoscenza critica (compresa quella che passa attraverso il dialogo clinico); l’altra indifesa, la credulità epistemica, che spalanca le porte a ogni informazione (per cui basta un clic e trovi lo psicologo).

Qui iniziano i guai, perché lo psicologo che trovi con un clic spesso non sa diagnosticare il tuo problema e ti consola con quattro banalità. Dunque impariamo a muoverci sull’asse giusto: non l’opposizione sfiducia-credulità, ma la collaborazione fiducia-vigilanza.Con la pandemia lo psicologo è diventato un referente mediatico costante, troppo spesso pronto a fornire ricette superficiali, preso da passaggi televisivi più o meno blasonati e/o seguitissimi siti-guru fatti in casa.

A volte sono psicologi con formazioni professionali oscure o approssimative, curricula scientifici inesistenti, libri pubblicati in proprio (ma ahimè talvolta anche dai grandi editori). Professionisti che non hanno mai sentito parlare di ricerche sull’efficacia degli interventi, per dirne una.

Sono tutti bravi gli psicologi in cui si imbatte l’utente? Tutte valide le scuole di specializzazione dove si formano? Sanno fare diagnosi? Vanno in supervisione? No. Non dobbiamo diffidare dei chirurghi tout court, ma dobbiamo sapere che alcuni possono farti morire mentre ti raddrizzano il naso. Di chi fidarsi, allora?

La mia raccomandazione è di farsi consigliare da società scientifiche e associazioni professionali accreditate, rivolgersi a colleghi in grado di dimostrare una competenza scientifica, essere consapevoli che sui siti possiamo leggere che uno è “fondatore” della Scuola di psico-qualcosa, ma non ha alcuna credibilità scientifica e istituzionale (col mio gruppo di ricerca, stiamo svolgendo proprio in questi mesi un’indagine su quanto i diversi modelli delle scuole di psicoterapia siano basati su evidenze scientifiche).

L’Ordine degli psicologi e le società scientifiche serie (di una, la Società per la Ricerca in Psicoterapia, sono stato a lungo presidente e ho appena passato il testimone al collega Antonino Carcione) devono vigilare il più possibile, promuovere la formazione, organizzare servizi di informazione/consultazione perché sia sempre più chiara la differenza tra un professionista della salute mentale e un venditore di inganni.

Che la richiesta di terapia sia soddisfatta per la stragrande maggioranza in ambito privato, creando un divario sociale nell’accesso alle psicoterapie, è parte del problema. Certo, uno Stato non può sobbarcarsi i costi e i tempi di lunghe psicoterapie, ma dovrebbe poter offrire al cittadino un ascolto, un’indicazione clinica per il trattamento, un contesto terapeutico non solo psichiatrico. Per questo è importante la battaglia politica per la figura dello psicologo di base.

Sul Venerdì del 6 dicembre 2024

Leggi i commenti