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Cristina Roccati, la donna che nel ’700 osò studiare i pianeti

Ritratto di Cristina Roccati in un’incisione di Lorenzo Capponi (1751) 
Una mostra celebra a Rovigo la concittadina Cristina Roccati. sconosciuta ai più, sfidando le convenzioni nel ’700 fu la terza laureata al mondo. A lei sarà dedicato un nuovo telescopio
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La sua voce ci arriva come un soffio. Di Cristina Roccati, donna geniale del Settecento, sappiamo che è stata la terza laureata in Italia (e nel mondo), componeva versi e insegnava fisica in pubblico. Pur avendo le carte in regola per diventare un simbolo del femminismo, pochi conoscono il suo nome al di fuori della città natale, Rovigo, che le ha dedicato una scuola e ospita oggi una mostra a Palazzo Roncale, aperta da domani 7 dicembre al 21 aprile 2025. Cristina Roccati era nata da una famiglia nobile. Aveva talmente tanto talento nell’imparare le lingue e nel comporre versi declamati in società che il padre ruppe un tabù: anziché mandare a studiare il fratello, iscrisse la 15enne Cristina all’università, per di più a Bologna come fuori sede (ma accompagnata da zia e precettore). In un’epoca in cui c’era chi riteneva che le donne ragionassero con l’utero, nel 1754 dopo la laurea (1751) fu eletta Principe (al maschile) dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, insegnando fisica in pubb…

La sua voce ci arriva come un soffio. Di Cristina Roccati, donna geniale del Settecento, sappiamo che è stata la terza laureata in Italia (e nel mondo), componeva versi e insegnava fisica in pubblico. Pur avendo le carte in regola per diventare un simbolo del femminismo, pochi conoscono il suo nome al di fuori della città natale, Rovigo, che le ha dedicato una scuola e ospita oggi una mostra a Palazzo Roncale, aperta da domani 7 dicembre al 21 aprile 2025. Cristina Roccati era nata da una famiglia nobile. Aveva talmente tanto talento nell’imparare le lingue e nel comporre versi declamati in società che il padre ruppe un tabù: anziché mandare a studiare il fratello, iscrisse la 15enne Cristina all’università, per di più a Bologna come fuori sede (ma accompagnata da zia e precettore). In un’epoca in cui c’era chi riteneva che le donne ragionassero con l’utero, nel 1754 dopo la laurea (1751) fu eletta Principe (al maschile) dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, insegnando fisica in pubblico e spingendo alcuni soci a dimettersi e fondare un’istituzione rivale, l’Accademia degli Allegri.

Cristina Roccati ha molto da dire in un’epoca come la nostra, in cui le donne impegnate in una carriera scientifica sono ancora inferiori di numero rispetto agli uomini. La sua storia però ci è arrivata come filtrata da un velo di nebbia e oblio, come se non ci fosse ancora posto per una donna scienziata capace di dimostrare già nel Settecento che la fisica non ha confini di genere. In pochi oggi hanno sentito il suo nome. Quasi tutte le notizie che ci sono arrivate riguardano la sua attività scientifica, non la sua vita di donna, come se l’una escludesse l’altra.«Anche per me è stata una bella scoperta. Avevo letto qualcosa di lei, ma come altre donne dell’epoca, sono figure che restano in parte avvolte dall’ombra», ammette Elena Canadelli, che insegna Storia della scienza all’università di Padova e presiede la Società italiana di storia della scienza. A lei è stato affidato il compito di accendere un faro su questa sapiente del secolo dei Lumi attraverso la mostra Cristina Roccati (1732-1797). La donna che osò studiare fisica, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

Lettere di una fuorisede

Di Roccati ci sono rimasti soprattutto i testi delle lezioni che tenne all’Accademia dei Concordi, per soci e probabilmente anche semplici cittadini, scritti in un italiano bello e pulito, espedienti retorici inclusi («scusate se vi apparirò noiosa»). La corrispondenza, tanto fitta in gioventù, piena di rimandi alla vita sociale dell’élite bolognese dell’epoca (che Roccati però considerava poco interessante: non vedeva l’ora di tornare ai suoi studi), diventa più rarefatta col ritorno a Rovigo e la bancarotta del padre, che morirà poco dopo, nel 1754.«A quel punto lei si trova di fronte a un bivio», prosegue Canadelli. «Anziché costruire una famiglia propria decide di occuparsi delle figlie del fratello, lasciando a loro anche il suo patrimonio. L’Accademia però le permise di continuare le lezioni, segno che la apprezzavano come scienziata, non solo come erede di una (ormai ex) famiglia nobile».

Nella mostra si trovano esposti i suoi libri, giunti all’Accademia dei Concordi dopo la vendita seguita alla bancarotta del padre, le riproduzioni delle lettere e dei manoscritti, arricchiti da disegni di cosmologia o di ottica, che svolgevano la funzione delle moderne slide. Sono visibili strumenti scientifici dell’epoca – pompe pneumatiche, tubi scintillanti, apparecchi per simulare i fulmini – prestati in molti casi dal museo Galileo di Firenze.«All’epoca la fisica newtoniana e l’elettricità erano novità spettacolari. Gli esperimenti avevano anche l’effetto di stupire l’uditorio. Ma è improbabile che Cristina Roccati disponesse a Rovigo di apparecchi complessi, forse aveva solo dei prismi per scomporre la luce come aveva fatto Newton nei suoi famosi esperimenti», dice Canadelli.In questo non dobbiamo pensare all’Italia come a un luogo arretrato per le donne che volevano studiare, anche se negli anni 70 del Settecento un anatomista dell’ateneo bolognese, Petronio Zecchini, aveva dato alle stampe un trattato secondo cui le donne non pensano con il cervello e i loro errori «si devono perdonare, perché a causarli è l’utero che le fa agire contro la loro volontà». A smentirlo era intervenuto addirittura Giacomo Casanova, che forte di un’esperienza di sicuro superiore aveva decretato: «L’uomo e la donna la pensano allo stesso modo».

“Forse ebbi un tempo...”

In barba a Zecchini, prima di Roccati erano già state ammesse all’università Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, laureatasi in filosofia a Padova nel 1678, e Laura Bassi, la docente di fisica a Bologna – prima professoressa universitaria d’Italia – che nel 1751 consegna a una Cristina Roccati appena diciottenne la laurea in filosofia naturale (che comprendeva gli studi di fisica, ndr).«Anche negli altri Paesi europei, inclusa la Francia dei Lumi, troviamo esempi di donne che si dedicarono alla scienza», spiega Canadelli. «C’era Madame du Châtelet, traduttrice di Newton e amante di Voltaire, ma aveva una personalità molto diversa da Laura Bassi, sposata con un altro docente del suo ateneo, e della più riservata Roccati». Di lei sappiamo che a Bologna frequentava le feste e il Carnevale. Seguiva le lezioni, incluse quelle di anatomia, insieme agli altri studenti e continuava a declamare poesie con il soprannome misterioso di Aganice Aretusiana. Il suo piacere però è sempre stato soprattutto lo studio, anche dopo il ritorno a Rovigo.Dagli anni 50 anche le testimonianze della sua presenza in società diminuiscono. Non sappiamo che cosa facesse e chi frequentasse. Di sicuro Cristina Roccati studiava e insegnava. Ma era felice? Si era mai innamorata? Considerava un peso e un limite il ruolo che Rovigo le aveva assegnato, facendola esibire forse anche per destare meraviglia? Di questo nulla ci informa, nemmeno le poesie che continuava a comporre e a declamare in pubblico, e che mai toccavano argomenti intimi o emozioni.Con un’eccezione. «C’è un solo verso che apre uno spiraglio nel suo mondo interiore» racconta Canadelli: «“Forse ebbi un tempo / or non ho già più quello”». Un rimpianto, forse, ma anche quello espresso a voce bassa, con la mitezza di un semplice soffio.

Sul Venerdì del 6 dicembre

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