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Claudio Martelli: “Nel cimitero della storia, anche io ho un bel loculo. E da qui vedo tutto”

Claudio Martelli (81 anni) fotografato per il Venerdì nello studio-terrazza della sua casa romana (Luigi Narici/Agf) 

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A 81 anni l’ex leader socialista raccoglie in un libro la summa dei suoi pensieri, da Bettino a Telemeloni, dagli istinti suicidi all’alcol e agli spinelli. Intervista tra il privato e il politico
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Roma. Era la primavera del 1982 quando Claudio Martelli, trentottenne vicesegretario del Partito socialista italiano, pronunciò il discorso dei meriti e dei bisogni, uno dei più celebri della politica italiana. «Curiosamente fu Repubblica, già allora poco tenera con noi socialisti, a cogliere meglio la novità di quel discorso, con un articolo di Giuseppe Turani e un altro di Miriam Mafai». Quarantadue anni dopo, Il merito, il bisogno e il grande tumulto è diventato un libro; uscirà con La nave di Teseo il 10 dicembre. Al centro, il discorso con il quale chiamava a raccolta «i cani sciolti, i reduci, gli apocalittici, gli integrati delle generazioni del ‘68 e del ‘77». Tutt’intorno «la summa del mio pensiero politico» dice al Venerdì Martelli, al tavolo di lavoro sulla terrazza di casa sua, a Roma, mentre arrotola una sigaretta. «Nonostante il tumore ai polmoni, non ho smesso di fumare».Quando arrivò giovanissimo al centro della politica socialista, aveva letto tutto Jean-Paul Sartre: …

Roma. Era la primavera del 1982 quando Claudio Martelli, trentottenne vicesegretario del Partito socialista italiano, pronunciò il discorso dei meriti e dei bisogni, uno dei più celebri della politica italiana. «Curiosamente fu Repubblica, già allora poco tenera con noi socialisti, a cogliere meglio la novità di quel discorso, con un articolo di Giuseppe Turani e un altro di Miriam Mafai». Quarantadue anni dopo, Il merito, il bisogno e il grande tumulto è diventato un libro; uscirà con La nave di Teseo il 10 dicembre. Al centro, il discorso con il quale chiamava a raccolta «i cani sciolti, i reduci, gli apocalittici, gli integrati delle generazioni del ‘68 e del ‘77». Tutt’intorno «la summa del mio pensiero politico» dice al Venerdì Martelli, al tavolo di lavoro sulla terrazza di casa sua, a Roma, mentre arrotola una sigaretta. «Nonostante il tumore ai polmoni, non ho smesso di fumare».Quando arrivò giovanissimo al centro della politica socialista, aveva letto tutto Jean-Paul Sartre: «Ma ho sempre amato più i suoi romanzi e racconti che la dottrina politica». Era stato Bettino Craxi a sceglierlo come delfino, suscitando ammirazione e invidie. «La rottura con Bettino è stato uno dei dolori più grandi della mia vita. La volle lui. Io non avevo alcuna ragione per allontanarmi. Per me non fu la fine di un’amicizia. Fu un divorzio». Come nacque l’idea dei meriti e dei bisogni?«Dalla vita. Diversamente da quel che accade in molte dottrine politiche, stilisticamente ineccepibili, ma astratte. Il bisogno è una componente essenziale della natura umana. Non è un dover essere. È ciò di cui siamo fatti. Lei, io, tutti lo proviamo».

Ma perché, a un certo punto di quel discorso, parlò del dolore?

«Perché è stato un compagno della mia vita. Da ragazzo, mi era stata diagnosticata l’epilessia, dopo un’insolazione culminata con le convulsioni. Mi sono sentito a lungo menomato. Costretto ad assumere quotidianamente farmaci, più una serie di antipatiche limitazioni. Ero come Prometeo, incatenato».Poi è guarito?«Proprio quando avevo accettato il “morbo sacro”, sentendomi parte di quella schiera di grandi personaggi che ne avevano sofferto nella storia – Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone – un medico socialista si insospettì e mi fece fare degli accertamenti. Scoprì che la diagnosi era sbagliata. E, improvvisamente, mi sono sentito liberato, non solo dal male, ma da tutto. Da allora ho osato essere, a volte anche più di me stesso. Ho bevuto, ho fumato, non mi sono fatto mancare niente: superalcolici, spinelli».

Questa è una resurrezione, però, non un dolore. Forse aveva in mente qualcos’altro?

«È una domanda molto personale».Immagino.«Le voglio dire la verità, però. Ero in un momento particolare della mia vita. Avevo avuto un figlio dalla mia prima moglie, ma il matrimonio era finito. Ero andato a Berlino per cambiare un po’ aria, in un appartamento con grandi balconi. Pensai che potevo finirla lì, con la vita. Buttarmi di sotto. Sentii questo impulso così forte che dovetti sedermi a terra per non essere tentato di farlo. Ma non mi passò. Così mi sdraiai a terra. Niente da fare, mi sentivo ancora in pericolo. Così mi avvicinai al tavolo di ferro, mi slacciai la cintura e mi legai lì, per essere sicuro di non essere vinto da quell’impeto».

Poi la politica l’ha guarita?

«Non sempre la politica è terapeutica. Negli anni dell’avventura socialista mi sentivo un conquistatore, un esploratore ma, allo stesso tempo, provavo un terribile senso di colpa per il fatto di essere assente dalla vita di mio figlio».

Erano gli anni della sfida all’egemonia culturale comunista. C’è ancora, secondo lei, l’egemonia di sinistra?

«Non c’è più la sinistra, come potrebbe esserci l’egemonia? Ci sono delle tribù, piccoli gruppi che dominano il mondo letterario e quello editoriale. Ai democratici americani sono rimaste solo New York e Hollywood. L’egemonia era un’altra cosa».

Anche i comunisti erano un’altra cosa.

«L’Italia non ha mai voluto i comunisti al governo. E mai li avrebbe voluti. I comunisti più intelligenti l’hanno sempre saputo. Perciò si sono dedicati a edificare il Partito, una specie di Stato nello Stato, l’unico posto dove potevano governare. E, in quest’impresa, sono stati inarrivabili».

Lei disse di Berlinguer che era meglio abbandonarlo a se stesso, con «le sue paranoie e il suo neurocomunismo».

«Fu una frase che dopo la sua morte mi dispiacque di aver pronunciato. Berlinguer però diceva che noi socialisti eravamo un pericolo per la democrazia. Se permette, era assai più grave».

Oggi c’è Elly Schlein.

«La sua cultura è quella che spira dai campus americani, la cosiddetta cultura woke, ma senza eccessi puritani, più pop. La sinistra è rimasta senza popolo, senza nazione, senza famiglia. Punta tutto su pezzi di minoranze, sessuali, etniche, antropologiche, ma senza nulla che li tenga insieme. E così sono solo coriandoli. Con i quali, al massimo, si può festeggiare carnevale».

E la presidente del consiglio Giorgia Meloni?

«Continua a ripetere la parola nazione. Non c’è discorso in cui non si erga a protettrice degli interessi nazionali. Nessuno che le dica che la nazione, in Italia, l’ha fatta la sinistra. L’hanno fatta Mazzini e Garibaldi. La destra, invece, l’ha infangata e umiliata con le leggi razziali, alleandosi con Hitler, mandando i soldati in guerra nel gelo della Russia con le scarpe rotte».

Meloni le direbbe che lei non c’entra niente con tutto ciò.

«Certo. Il fascismo, per lei, è passato. Peccato però che questo passato sia stato parte della sua giovinezza, della sua mitologia personale. A me non frega niente di difendere questa sinistra, ma è possibile che non passi giorno senza che la additi come capro espiatorio dei mali del Paese? Quando era all’opposizione i suoi discorsi erano al limite dell’eversione. Oggi, chiunque la critichi, viene attaccato con aggressività e violenza, usando tutti i mezzi possibili, a partire da TeleMeloni».

Be’, non è che ai vostri tempi la tv pubblica fosse libera dalla politica.

«Sì, ma non era così sfacciatamente di parte. Noi socialisti avevamo una rete, Rai2. La Democrazia cristiana aveva Rai1, i comunisti Rai3. Ciò assicurava un pluralismo dell’informazione pubblica. Oggi tutto è nelle sue mani».

Anche lei teme l’autoritarismo?

«Ma come si può dubitare dell’essere autoritaria di Giorgia Meloni se pretende di cambiare anche la lingua italiana, facendosi chiamare al maschile – il presidente?».

Mi dica un suo merito che l’Italia ha dimenticato.

«Quello di aver fatto ottenere la cittadinanza italiana a due milioni e cinquecentomila persone. È mia la legge sull’immigrazione ancora in vigore, su cui destra e sinistra si accapigliano in maniera demenziale, senza nemmeno sapere quello che dice. Mentre, con alcuni aggiustamenti, sarebbe ancora una signora legge».

Nel suo libro parla di «ignorantamento».

«È una regressione che investe la cultura generale, il linguaggio comune, la sensibilità diffusa, i gusti, i costumi. Un processo che parte dalle famiglie, attraversa la scuola e arriva fino alla cultura politica».

Alcuni le direbbero che questo è un discorso elitario.

«È comica questa divisione manichea tra élite e popolo proposta dalla destra mondiale. Forse che Donald Trump o Giorgia Meloni non sono un’élite? L’ha insegnato Vilfredo Pareto: la politica è lotta tra élite e la storia non è che un cimitero di aristocrazie».

Cimitero in cui anche lei si trova?

«Certo. Nel camposanto della storia, ho il mio bel loculo. Ma da qui, dove riposo in pace, posso assicurarle che si osservano con grande chiarezza le cose del mondo».

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