Angelina Jolie è Maria Callas: “Cantare? Un trauma. In passato una persona derideva la mia voce”
di Roberto CrociLos Angeles. «È come se fosse diventata una sorella per me, una figura che, ora, sento vicina». Angelina Jolie è diventata Maria Callas per Maria, il film con cui il regista cileno Pablo Larraín chiude la sua trilogia dedicata a tre icone del ventesimo secolo, dopo Jackie (Natalie Portman) e Spencer (Kristen Stewart nei panni di Diana), entrambe nominate agli Oscar.
Incontriamo attrice e regista alla première hollywoodiana del film, che si concentra sull’ultimo periodo della Callas, quando si esibiva meno e viveva a Parigi. Morì di infarto nel 1977, a 53 anni.
Larraín, ricorda la prima volta che è andato all’opera?
Pablo Larraín: «Avevo otto anni e mia madre mi portò a vedere la Katia Kabanova di Leos Janacek. Sono nato in una bolla, un privilegiato dell’alta società cilena durante il regime di Pinochet. E quel che penso di quel regime credo di averlo detto con i miei primi film. Ovviamente non ho mai visto Maria Callas dal vivo, ma in casa avevamo un’estesa collezione delle sue regist…
Los Angeles. «È come se fosse diventata una sorella per me, una figura che, ora, sento vicina». Angelina Jolie è diventata Maria Callas per Maria, il film con cui il regista cileno Pablo Larraín chiude la sua trilogia dedicata a tre icone del ventesimo secolo, dopo Jackie (Natalie Portman) e Spencer (Kristen Stewart nei panni di Diana), entrambe nominate agli Oscar.
Incontriamo attrice e regista alla première hollywoodiana del film, che si concentra sull’ultimo periodo della Callas, quando si esibiva meno e viveva a Parigi. Morì di infarto nel 1977, a 53 anni.
Larraín, ricorda la prima volta che è andato all’opera?
Pablo Larraín: «Avevo otto anni e mia madre mi portò a vedere la Katia Kabanova di Leos Janacek. Sono nato in una bolla, un privilegiato dell’alta società cilena durante il regime di Pinochet. E quel che penso di quel regime credo di averlo detto con i miei primi film. Ovviamente non ho mai visto Maria Callas dal vivo, ma in casa avevamo un’estesa collezione delle sue registrazioni. E vado ancora all’opera con mia madre. Ma Maria non è un film solo sulla sua musica, ma sul suo mistero. Ho visto tutti i documentari, letto nove biografie, ascoltato tutte le interviste, ho fatto il film e ancora non credo di conoscerla».
Come ha scelto Angelina Jolie?
Pablo Larraín: «Quando ho finito Spencer ho invitato Angie a vedere il film, siamo amici da tanto e volevo una sua opinione. Dopo averlo visto le ho chiesto se volesse fare un film con me, e interpretare Maria Callas. Lei ha spalancato gli occhi (sorride) e mi ha detto di darle del tempo per pensarci su. Poi dopo un paio di giorni ha accettato. Non credo che avrei potuto fare questo film senza Angelina, avevo bisogno di un’attrice determinata, con molta disciplina e che conosce la pressione di vivere sotto i riflettori».
Angelina Jolie: «Io ero terrorizzata sì, perché si trattava di interpretare un personaggio iconico, la Diva con la d maiuscola».
È stata impegnativa la preparazione per il canto?
Pablo Larraín: «Angelina ha avuto diversi insegnanti, tra cui il grande Eric Vetro, che le hanno insegnato la postura, la respirazione, l’accento italiano e il canto. E poi c’è stato l’aiuto di John Warhurst, musicista e ingegnere, che ha lavorato con Rami Malek per Bohemian Rhapsody, al film su Bob Marley e ora a quello su Michael Jackson. Si può imparare a cantare diversi tipi di generi musicali ed essere credibili, ma con l’opera è tutta un’altra storia, perché serve molta tecnica. E disciplina. Per me il modo migliore per avvicinarsi al personaggio in modo intimo era entrare nella sua musica, ascoltare la sua voce. Era molto importante aprire il film con Ave Maria. Un pezzo molto difficile. Abbiamo catturato il suono e la voce di Angie, il suo respiro, tutto».
Per lei, Jolie, è stata molto dura?
Angelina Jolie: «Mi sono fidata completamente di Pablo, che mi ha incoraggiata. Mi ha detto che avrei dovuto cantare, e quando mi ha chiesto se sapessi cantare ho pensato che, come attrice, avrei potuto imparare e avrei fatto del mio meglio. Ma non avevo nessuna idea di cosa significasse cantare l’opera. Ho provato tutti i giorni, dalla mattina alla sera, per sette mesi (nel film ci sono registrazioni originali e altre realizzate per l’occasione da Jolie, ndr). Non ci sono molti momenti nella vita in cui ti viene chiesto di dare tutto quello che hai, e quando qualcuno ti chiede di spingere al massimo e trovare ispirazione nella tua sofferenza, allora il ruolo diventa un dono e una missione. Ho ascoltato molto la Callas, non solo quando cantava, ma anche quando insegnava recitazione e canto. Descriveva la sua pratica come una “camicia di forza”, imparava dalle sue costrizioni. Diceva che bisogna ascoltare il brano del compositore esattamente come è stato concepito, eseguirlo senza inserire le tue emozioni, i tuoi pensieri, la tua passione, ma di usare la tecnica. Da lei ho imparato quanto sia importante la disciplina dell’apprendimento, imparare il suono, l’intonazione, il respiro, l’italiano, la parola, tutto. È decisamente un ruolo che mi ha cambiata. Credo che tutti abbiano una propria voce interiore. Con Maria credo di avere trovato la mia».
E cos’ha scoperto sull’opera? Era già una fan del genere?
Angelina Jolie: «No, io sono cresciuta a Los Angeles, dove la prima compagnia d’opera è nata solo negli anni 80. In altri Paesi sanno quanto sia importante l’opera nella cultura. Certo, sapevo chi era la Callas, ma con questo film ho davvero scoperto una nuova forma d’arte. La musica era tutto per lei, il suo rapporto con la voce e il corpo, la sua capacità di cantare, la sua presenza sul palco e la sua comunicazione con il pubblico. L’opera era tutta la sua vita».
E che idea si è fatta su di lei come donna?
Angelina Jolie: «Sono una persona molto sensibile, e quindi è stato molto, molto duro immedesimarmi in tutto il dolore che ha provato. Quando Maria non riusciva a dare il suo meglio, le persone diventavano aggressive nei suoi confronti. E questo ha aggiunto altri traumi a una vita iniziata in modo traumatico. Cantare per lei voleva anche dire avere un futuro solido, guadagnare soldi avrebbe garantito una vita sicura alla famiglia poverissima. Per lei avere successo era studiare, studiare e studiare, senza aggiungere nulla di personale. Eppure quando la ascolti, dal suo profondo esce solo una voce unica e personale, che è riuscita a perfezionare con anni di sacrifici».
E ha trovato somiglianze con la sua di vita?
Angelina Jolie: «Ho provato una connessione profonda con la sua vulnerabilità. Nonostante fosse una cantante molto sicura di sé, nella vita personale era in realtà estremamente fragile. Per entrare nella sua testa, mi sono seduta al buio per ore, ascoltando la sua musica. Grazie a lei ho scoperto una proprietà liberatoria nel cantare l’opera. Consiglierei a tutti di frequentare un corso, per liberare i propri sentimenti repressi. Non avevo mai cantato con tutta la forza che possiedo in corpo, ed espellere tutto l’ossigeno che sono capace di immagazzinare, solo per cantare una nota, è un’esperienza incredibile. Davvero, lo consiglierei».
Com’è stato girare alla Scala di Milano?
Angelina Jolie: «Un’esperienza extracorporea, anche perché non sono una cantante. Le dirò di più. Cantare per me è sempre stata un’esperienza un po’ traumatica perché in passato c’è stata una persona che ha sempre deriso la mia voce, e il mio modo di cantare. Così ho sempre pensato di non saper cantare, anzi di essere completamente stonata. Quindi cantare in questo film è stata un’esperienza stranissima, e mi è servita per superare un mio piccolo trauma. L’esperienza alla Scala è iniziata in modo molto timido, ero nervosa e non avevamo il teatro per molto tempo a nostra disposizione. La Scala è stata il punto di arrivo di tutto il nostro lavoro. Quando mi sono ritrovata sul palcoscenico non ho potuto far altro che buttarmi, lasciarmi andare completamente nella musica».
Larraín, lei con questo film chiude una trilogia.
Pablo Larraín: «È il film più personale dei tre, perché alla fine sono un musicista frustrato. Per anni ho provato a diventare bravo a suonare il piano e la chitarra. Ci ho provato davvero, ma tutti gli insegnanti mi dicevano: “Non ti preoccupare, troverai la tua strada”. Ed è successo quando ho trovato la mia prima telecamera. Posso dire che dopo quarant’anni sono riuscito a fare un film che ha realizzato il mio sogno di mancato musicista».
Dobbiamo aspettarci un’altra biografia?
Pablo Larraín: «No, no (ride), magari scriverò un film di fantascienza».