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Squid Game: arriva la seconda stagione della serie più vista di sempre

Folla a Piazza San Michele a Lucca per il lancio mondiale di Squid Game 2, dal 26 dicembre su Netflix. Da sinistra, l’autore Hwang Dong-hyuk e gli attori Lee Jung-jae e Wi Ha-jun. Virginia Bettoja, Netflix 

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Si vincono milioni, ma chi perde paga con la vita. Sono semplici le regole di Squid game, la serie Netflix made in Korea. L’abbiamo vista in anteprima le nuove puntate, in arrivo il 26 dicembre. Ma se vi anticipiamo troppo sono guai...
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Viareggio. Immaginatevi disperati, affamati, senza fissa dimora. È uno sforzo notevole, ma indispensabile al nostro esperimento mentale. Arriva uno in giacca e cravatta e vi propone la scelta tra un pezzo di pane e un gratta e vinci. Sapreste qual è la cosa giusta da fare, no? Ma quello di Squid Game è un mondo dove la razionalità è stata definitivamente soppiantata dallo sgomento più cupo.

Tra dipendenti di parchi giochi, così sfruttati da potersi permettere giusto di dormire in auto nei parcheggi – come certi autisti Uber dell’America tardocapitalista. Persone che non hanno più nemmeno un rene da vendersi per curare la moglie malata. Influencer che hanno rovinato legioni, rovinandosi, a forza di raccomandare improbabili criptovalute che vanno forte nella vera Corea del Sud, dove il game è stato inventato e ambientato.

Benvenuti nella seconda, attesissima – aggettivo generalmente inflazionato, ma qui parliamo della serie-di Netflix-più-vista-di-sempre – stagione del “gioco del calama…

Viareggio. Immaginatevi disperati, affamati, senza fissa dimora. È uno sforzo notevole, ma indispensabile al nostro esperimento mentale. Arriva uno in giacca e cravatta e vi propone la scelta tra un pezzo di pane e un gratta e vinci. Sapreste qual è la cosa giusta da fare, no? Ma quello di Squid Game è un mondo dove la razionalità è stata definitivamente soppiantata dallo sgomento più cupo.

Tra dipendenti di parchi giochi, così sfruttati da potersi permettere giusto di dormire in auto nei parcheggi – come certi autisti Uber dell’America tardocapitalista. Persone che non hanno più nemmeno un rene da vendersi per curare la moglie malata. Influencer che hanno rovinato legioni, rovinandosi, a forza di raccomandare improbabili criptovalute che vanno forte nella vera Corea del Sud, dove il game è stato inventato e ambientato.

Benvenuti nella seconda, attesissima – aggettivo generalmente inflazionato, ma qui parliamo della serie-di Netflix-più-vista-di-sempre – stagione del “gioco del calamaro”, appunto. Una delle sei versioni horror delle prove che un’umanità sopraffatta da soldi che non ha, e tuttavia deve restituire, tenta a tutti i costi di superare sperando di tirarsi fuori dallo sprofondo. Con un ulteriore, mortifero upgrade rispetto alla prima stagione. Una specie di “momento Nagasaki” dopo aver testimoniato l’eccidio di Hiroshima.

Perché quando Seong Gi-hun, unico sopravvissuto della tornata precedente, torna sul luogo del delitto per fermare il bis e avverte i giocatori che chi perde viene ucciso, questi non gli credono. E anche quando si accorgeranno che è proprio così e hanno l’ultima chance di votare per fermare la mattanza, si fanno intortare dal discorso dell’Organizzatore: «Volete tornare alle vostre vite insulse, schiacciate da debiti che non potrete mai ripagare, o prendere l’ultima occasione che vi stiamo offrendo?». Lasceranno o raddoppieranno? E come ti sbagli…

Ricchi e poveri

Il lancio globale dell’attesissima è avvenuto all’interno del già globale Lucca Comics, e la produzione ha alloggiato l’ideatore e regista Hwang Dong-hyuk,il protagonista Lee Jung-jae, detto JJ, e Wi Ha-jun che interpreta un poliziotto buono, nel sontuoso hotel Principe di Piemonte della vicina, e meno ingorgata, Viareggio. Dove li abbiamo intervistati, superando un dispositivo di sicurezza imponente, in una stanza trasformata in set. Qui la trinità – in tre non un capello bianco – era attorniata, oltre che dagli interpreti, da un numero tra l’alto e l’altissimo di addetti coreani per eventuali «necessità di sensibilità culturale» – qualsiasi cosa ciò possa significare.

Siccome non sono un giornalista di spettacoli e la prima stagione mi è sembrata, riassumendo brutalmente, una bella idea fatta durare troppo (il fatto che anche la seconda, vista a velocità x1,5, si segua perfettamente, qualcosa dice), punto tutto sul tema dell’estrema disuguaglianza economica che la serie tv sottende.

Domanda: ormai siete famosissimi e di enorme successo, cosa ne sapete della fatica di vivere dei vostri connazionali che drammatizzate sullo schermo? Inizia lo showrunner, ovvero il creatore e regista: «Ho perso mio padre da piccolo e da allora la mia famiglia è stata in povertà per tanti anni. Me incluso, fino ai 40. Non ho mai avuto bisogno che qualcuno venisse a spiegarmi quali sono i veri problemi della vita. Ma anche ora che la fama è arrivata non conduco un’esistenza troppo diversa dall’ordinario», mi dice al netto del giubbetto di pelle nera che costerà due mensilità di un saldatore di Pomigliano.

Anche il poliziotto della fiction ammette di vivere «molto meglio di prima» ma ha dovuto «superare tante asperità», al punto che sul bavero del magnifico completo mi illudo che la spilla d’oro sia una specie di falce e martello, illusione che una seconda ispezione smentisce. JJ, l’iconico “giocatore 456”, in total-Gucci beige e con mocassini che hanno una suola così alta da poter ospitare una targhetta d’oro con su scritto, appunto, Gucci, preferisce passare la mano. E pensare che, nella fiction, è sprofondato nei debiti e finito nelle grinfie del “calamaro” per essere stato licenziato dopo aver partecipato a uno sciopero in cui è stato anche pestato dalla polizia!

Così fan tutti o solo in Corea?

In un’intervista al New York Times, l’attore aveva addirittura sostenuto che più che sulla disuguaglianza, la serie fosse sull’altruismo che si sviluppa tra i partecipanti (devo aver visto la versione hobbesiana della pellicola). Gli ricordo di quei giovani coreani che hanno dichiarato che, se un vero Squid Game esistesse, loro vi parteciperebbero. Relativizza: «Situazioni simili ci sono in tutto il mondo, non solo in Corea». Come se lo avesse reclutato la Pro Loco, ci tiene a non far fare brutta figura al suo Paese. Fortunatamente c’è lo showrunner: «In realtà io penso che la nostra sia la società più competitiva al mondo. Da noi non c’è margine per respirare. Tutti sono costantemente alla ricerca di qualcosa di meglio, di più prestigioso, di livello superiore. E, se cadi, si innesca quel senso di sconfitta che porta all’attuale calo di natalità e agli alti tassi di suicidio, soprattutto tra adolescenti».

Parla del Paese in cui, durante il Suneung, l’improbo esame di maturità da nove ore, molti negozi aprono più tardi per facilitare il traffico degli studenti e i voli aerei sono sospesi per non disturbare, col loro rumore, il test di ascolto in lingua inglese. Ancora il regista: «Da noi la competizione, psicologica e materiale, è illimitata. E il fatto che il capitalismo estremo porti conseguenze del genere anche nel resto del mondo spiega forse il successo globale della serie».

Come il film premio Oscar Parasite, o Burning: è il capitalismo made in Korea. Poi comunque rivendica anche la dimensione di svago dell’opera: «Ho pur sempre creato la serie per far sì che tutti si potessero divertire. Ho pensato ai perdenti della società e ho immaginato un gioco, molto cruento, a cui potrebbero aver voluto prendere parte. Nonostante io abbia partecipato, ai tempi dell’università, a tante manifestazioni di sinistra, non vorrei alcun ritorno al comunismo, che in Unione sovietica ha fallito. Dico solo che, se continuiamo su questa strada, sia politicamente che per quanto riguarda il clima, sappiamo tutti che andremo a finire male. E mi farebbe molto piacere se i miei lavori fornissero argomenti per questo tipo di conversazioni tra gli spettatori». Che, nel mondo, si calcolano nei dintorni dei 250 milioni.

Ma perché tanto successo?

In generale, forse, non è il pasticciere la persona migliore cui chiedere perché tutti vogliono la sua torta. Chiedo dunque a Giuseppina De Nicola, coreanista all’università di Torino nonché tra gli autori del libro Squid Game. Creato da Hwang Dong-hyuk (Dino Audino), un’analisi della struttura drammaturgica della serie. «L’Occidente ha deluso in così tanti modi i giovani che sempre più guardano verso l’Oriente. Lo dimostra, tra le altre cose, il numero di studenti ai corsi di coreano praticamente triplicato negli ultimi dieci anni. Poi c’è il fatto che questa serie riesce a mettere in scena molto bene le emozioni di base delle persone, dalla disperazione alla felicità, in maniera molto più esplicita di come siamo abituati. Una sincerità che evidentemente paga».

Per non dire della sensazione – comune ormai a ogni società – di condurre una vita sempre più dura «in cui lottiamo giorno per giorno per arrivare non si sa dove. Dove l’eventuale successo, che dovrebbe mettere fine alle nostre tribolazioni, spesso ha invece come prezzo l’annullarci come esseri umani».

Quando la rivista Hollywood Reporter aveva fatto domande analoghe alla coreana Minyoung Kim, potentissima responsabile dei contenuti Netflix in Asia, dopo aver menzionato la «critica sociale», lei aveva ipotizzato tre ingredienti per comprendere il successo della serie. Primo, il genere: thriller di sopravvivenza costruito intorno a un gioco, alla Hunger Games ma ancora di più alla Battle Royale, il film più amato da Tarantino (da cui Squid Game prende a prestito la straniante giustapposizione tra violenza efferata e musica leggerissima), in cui quarantadue studenti su un’isola devono uccidersi in tre giorni rispettando le regole.

Secondo, l’estetica: con quelle tinte da cartone animato, dagli ambienti alle iconiche tute delle guardie (elemento che Squid Game ha in comune con La casa di carta, altro enorme successo internazionale) fino alla scelta dei giochi. Terzo: l’alta riconoscibilità, derivante dall’estetica, che ha generato un’ondata di meme. Basti pensare che, all’indomani della prima stagione, su TikTok i video taggati #squidgame hanno accumulato oltre 50 miliardi di visualizzazioni. Mentre il critico di Forbes, rivista che il capitalismo lo celebra da sempre senza se e senza ma, conclude che «Squid Game ha successo per la sua inquietante capacità di risuonare nello spettatore, raccontando una società senza volto che si riferisce ai suoi giocatori con un numero piuttosto che con un nome, chiedendo loro di rischiare la vita, con la promessa del salvadanaio che incombe sempre sulle loro teste».

Cosa possiamo aspettarci

Ma torniamo in esterno giorno, Teatro del Giglio, Lucca, all’indomani della nostra intervista. È qui che il terzetto incontrerà i media da tutto il pianeta. Così arroventato che, sebbene sia il 31 ottobre, in fila si suda come d’estate. Il teatro è piantonato da finte guardie in uniforme Squid Game, quindi fucsia con maschere nere. Un annuncio avverte che, se non ci comportiamo bene, potrebbero sparare. Risatine. Dentro, sulle poltroncine di velluto rosso, ogni giornalista troverà una borsetta con la suddetta maschera come cadeau. I nostri stavolta sono tutti in total-black.

Domande del moderatore sul palco: il regista si aspettava il successo globale, ben sei Emmy Awards? «No, mi pizzico ancora per capire se è tutto un sogno». Nella serie vi confrontate con molti dilemmi esistenziali: quali vi toccano di più? JJ, insiste: «È un’occasione per riflettere su come gli umani collaborano l’uno con l’altro». Il poliziotto: «E di interrogarsi su cosa significhi essere umani». Le risposte suonano bene, ma non vogliono dire quasi nulla. Quella più nutriente arriva ancora dal regista: «È un’occasione per riflettere sul tipo di società capitalistica in cui stiamo vivendo. Se trascuriamo i deboli, forse non saremo più in grado di mantenere lo status quo».

La seconda mezz’ora è il momento delle domande dei giornalisti internazionali dalla sala. Variety: È stato annunciato un adattamento americano fatto da David Fincher: che effetto le fa? Il regista: «Sono contento che si espanda il mio universo, che rimarrà comunque mio». Qualcuno cita anche il reality show a tema che è stato tratto dalla serie: «Ho visto un paio di puntate. Esperienza un po’ surreale, una specie di critica al capitalismo con gli stessi mezzi. Ma capisco che Netflix voglia sfruttare al meglio la sua IP (proprietà intellettuale, ndr) più preziosa»: a fronte di un costo di 21 milioni di dollari, Squid Game ne ha portati 891 in termini di “impact value”, la metrica che la piattaforma usa per calcolare i guadagni complessivi.

Quanto a quel che possiamo aspettarci dalla seconda stagione, mi hanno lasciato vedere i primi quattro episodi su sette – con preghiera di non spoilerare. Di fatto riporterò le cose generiche che mi hanno confidato nell’intervista a tre. Quindi, sarà più cupa o con più speranza rispetto alla prima? Il regista: «Direi più vivace, divertente e coinvolgente. Mentre la terza (spoiler: sì, si farà una terza stagione, ndr) sarà più profonda e oscura». Per andare sul concreto, forse basta dire che la prima stagione gli era costata nove denti, come conseguenza dei ritmi di lavorazione coreani che gli avevano fatto saltare anni di sedute di igiene orale. Questa nessuno. È diventata meno spietata la macchina produttiva, o solo più bravo lo showrunner a gestire lo stress?

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