I canti dei compagni ritornano tra gioia e rivoluzione
di Alberto PiccininiIl 45 giri in vinile di La ballata della Fiat, uno dei cosiddetti canti di lotta degli anni Settanta, popolari presso gli estremisti ventenni dell’epoca tanto quanto le canzoni di Francesco de Gregori e dei Genesis, c’era scritto: parole e musica del Proletariato. “Signor padrone questa volta/ per te andrà di certo male/ siamo stanchi di aspettare/ che tu ci faccia ammazzare”, cantava il Proletariato a ritmo di tango, sopra una chitarra sbrigativa, il testo scandito quasi come un rap dalla voce baritonale di Pino Masi.
Masi era venuto su dalla Sicilia a Pisa, la città di suo padre, con un diploma di maestro d’arte, una precoce calvizie e una folta barba nera da compagno tutto d’un pezzo. Affascinato dalla figura del cantastorie, aveva fondato il Canzoniere Pisano, uno dei gruppi italiani che raccoglievano e rielaboravano le canzoni di lotta, spesso appoggiandosi a melodie popolari. Del gruppo faceva parte anche Alfredo Bandelli, singolare figura di cantautore-operaio: carrellista alla…
Il 45 giri in vinile di La ballata della Fiat, uno dei cosiddetti canti di lotta degli anni Settanta, popolari presso gli estremisti ventenni dell’epoca tanto quanto le canzoni di Francesco de Gregori e dei Genesis, c’era scritto: parole e musica del Proletariato. “Signor padrone questa volta/ per te andrà di certo male/ siamo stanchi di aspettare/ che tu ci faccia ammazzare”, cantava il Proletariato a ritmo di tango, sopra una chitarra sbrigativa, il testo scandito quasi come un rap dalla voce baritonale di Pino Masi.
Masi era venuto su dalla Sicilia a Pisa, la città di suo padre, con un diploma di maestro d’arte, una precoce calvizie e una folta barba nera da compagno tutto d’un pezzo. Affascinato dalla figura del cantastorie, aveva fondato il Canzoniere Pisano, uno dei gruppi italiani che raccoglievano e rielaboravano le canzoni di lotta, spesso appoggiandosi a melodie popolari. Del gruppo faceva parte anche Alfredo Bandelli, singolare figura di cantautore-operaio: carrellista alla stazione di Pisa, emigrato in Germania, di nuovo alla Piaggio, infine infermiere. Lui aveva scritto La ballata della Fiat. Proletario senza dubbio lo era. Era vero, un po’ come i bluesman del Delta del Mississippi scovati negli anni Quaranta dagli etnomusicologi comunisti.
Studenti & operai
E può darsi che quelle canzoni venissero portate dagli operai «dentro la fabbrica col mangiadischi», come scrisse Piero Nissim, un altro degli animatori del Canzoniere. Di sicuro non potevano contare su nessuna esposizione televisiva e neppure radiofonica, almeno all’inizio. Quanto ai dischi, né la prestigiosa serie dei Dischi del Sole delle edizioni Avanti! che pure accolse Masi, Nissim e Bandelli già nel 1968, né in tempi di maggior radicalizzazione i 45 giri allegati al giornale Lotta Continua, autoprodotti nel ‘74, potevano garantire chissà quali ampie tirature.
Il passaparola funzionava benissimo nelle manifestazioni, dove in coro si cantava e si ritmavano gli slogan: «All’inizio erano gli studenti a gridare slogan, da parte degli operai c’era una certa reticenza a usarli» continua Nissim ricordando il biennio dell’autunno caldo ‘69-’70. Poi arrivarono «i fischietti, i tamburi di latta, i pupazzi di cartone, le falci e martello fatte con le scocche». Le radio di sinistra fecero il resto, diffondendo i dischi gracchianti e rigati di La ballata di Pinelli e Liberare tutti almeno alla successiva generazione, che li tenne in memoria come monumenti naif di un’epoca grandiosa e perduta.
Quel che mai potran fermare
Restaurati e raccolti ora in un cofanetto appena pubblicato da Interno4, con la cura di Massimo Roccaforte, questi e altri materiali ci parlano da un’età lontana. O forse no, se la “rivolta sociale” è ancor oggi uno dei fantasmi più incombenti nei talk politici: “La violenza, la rivolta/ chi ha esitato questa volta/ lotterà con noi domani”, cantava Bandelli.
Tra i 40 brani recuperati dai dischi originali (con la collaborazione del web archivio privato di La Lunga Rabbia) e messi su cd, La ballata della Fiat, La violenza e Quella notte davanti alla Bussola, per citare le altre più note; la malinconica Quel che mai potran fermare, scritta da Pino Masi per l’anarchico Franco Serantini ammazzato di botte dalla polizia a Pisa nel ‘71, sulla musica di Joe Hill, il sindacalista americano ammazzato da un tribunale per un delitto mai commesso. E Dylan e Barry McGuire rimessi in discussione ne L’ora del fucile, versione guerrigliera dell’allora ben nota Eve of Destruction.
Oggi dimenticatissime le splendide vignette di Alfredo Bandelli – Mario della Piaggio, Gino della Pignone, Padrone Olivetti – con l’accento toscano, i capireparto, il porco padrone. Bandelli era stato licenziato dalla Piaggio nel ‘79 perché si era messo a girare con una sveglia al collo per protestare contro il controllo delle pause al bagno.
Nel cofanetto, la copia anastatica del Canzoniere del Proletariato curato da Pino Masi come allegato al quotidiano Lotta Continua ha i testi delle canzoni ciclostilate. Masi avrebbe seguito la parabola di Lotta Continua, di cui scrisse il celebre inno (“Siamo operai/ compagni studenti/ e gente dei quartier”) appoggiandosi alla casa milanese di Luigi Manconi dirigente e coautore ombra, buon amico di Guccini, De Gregori e De André – il quale inutilmente cercò di portarlo in una casa discografica vera. Direttore responsabile del giornale era Pier Paolo Pasolini, il quale collaborò con Lotta Continua alla realizzazione del film 12 dicembre, musiche di Pino Masi. Che rapporto c’è tra Pasolini e le foto (estetizzanti?) in bianco e nero di “bambini proletari e compagni del canzoniere”, pubblicate come illustrazioni? E tra Pasolini, la mitizzazione della classe operaia, la battaglia contro la televisione e la cultura pop?
In un saggio nel ‘74 qui ripubblicato, Piero Nissim tira qualche somma: «Sono evidentemente canzoni semplici, dalla rima banale se vogliamo, ma riflettono un momento di grossa spinta alla lotta, tracciano discriminanti fra chi è con noi e chi è contro di noi». Per Alessandro Portelli, lucidissimo nel 1976 sugli effetti della mitizzazione della classe operaia, le canzoni di lotta sono invece creatività di massa, poesia civile nata fuori dall’industria culturale. I “compagni dai campi e dalle officine” di Paolo Pietrangeli in Contessa, come “le compagne, quindici anni, gli operai con gli studenti” di Alfredo Bandelli, simboli – scrive lo storico romano – di uno sforzo di ricomposizione «che si trova in tutte le canzoni più oneste del ’68».