Cannabis light ma perché mandare tutto in fumo?
di Lucio Luca«Visto che il nostro governo considera droga una cosa che droga non è, tanto vale vietare pure il radicchio rosso, bollarlo come sostanza stupefacente e toglierlo dalle tavole degli italiani. Magari prima o poi ci arriveremo». Luca Marola è l’imprenditore parmigiano che per primo in Italia, era il 2017, intravide nel mercato della cannabis light un business capace di fatturare centinaia di milioni di euro e di dare lavoro a migliaia di giovani. Marola creò la Easy Joint, capofila di una serie di aziende che oggi competono a testa alta contro quelle del resto d’Europa, dalla Francia alla Germania fino alla Repubblica Ceca, Paesi ben più tolleranti del nostro nei confronti dei derivati della canapa legale. Già, legale, è questa la parola chiave.
Perché una l…
«Visto che il nostro governo considera droga una cosa che droga non è, tanto vale vietare pure il radicchio rosso, bollarlo come sostanza stupefacente e toglierlo dalle tavole degli italiani. Magari prima o poi ci arriveremo». Luca Marola è l’imprenditore parmigiano che per primo in Italia, era il 2017, intravide nel mercato della cannabis light un business capace di fatturare centinaia di milioni di euro e di dare lavoro a migliaia di giovani. Marola creò la Easy Joint, capofila di una serie di aziende che oggi competono a testa alta contro quelle del resto d’Europa, dalla Francia alla Germania fino alla Repubblica Ceca, Paesi ben più tolleranti del nostro nei confronti dei derivati della canapa legale. Già, legale, è questa la parola chiave.
Perché una legge del 2016 consente appunto la produzione di canapa per scopi industriali purché il contenuto di Thc – la sostanza psicoattiva presente nella pianta – non superi lo 0,2 per cento con una tolleranza massima fino allo 0,6. Oggi in Italia almeno 800 aziende coltivano la cannabis light, e più di 1.500 si occupano della trasformazione. Con un fatturato annuo di mezzo miliardo di euro e una forza lavoro di circa 15 mila persone che diventano il doppio nei mesi autunnali, quando è tempo di raccolta. Senza contare le migliaia di canapa-shop che sono nate come funghi, le erboristerie, i negozi di cosmetici, quelli che vendono integratori alimentari e infiorescenze. Un giro d’affari che tra pochi giorni potrebbe essere spazzato via da un articolo contenuto nel ddl Sicurezza del governo: la nuova normativa proibisce la lavorazione e la vendita del fiore della canapa, anche quando ha livelli minimi di Thc.
D-day in tribunale
Già qualche anno fa, quando era ministro dell’Interno, il leader della Lega Matteo Salvini ci aveva provato a chiudere tutti i negozi di cannabis light. E adesso il governo di centrodestra ritenta l’assalto.
A settembre il Tar del Lazio, dopo i ricorsi presentati da una serie di associazioni di categoria, aveva sospeso il decreto del ministero della Salute che inseriva tra le sostanze stupefacenti i prodotti che contengono cannabidiolo (Cbd), un altro principio attivo presente nella canapa, noto per le sue numerose proprietà benefiche, ma a differenza del Thc privo di effetti psicotropi. I giudici andarono a leggersi le considerazioni dell’Oms – non si può parlare di droga – e bloccarono il provvedimento. Il 16 dicembre il Tar sarà chiamato a pronunciarsi sul merito e per l’intera filiera sarà quello il D-day per capire se il settore ha ancora un futuro in Italia. La pronuncia dei giudici può infatti diventare un ostacolo sulla via del ddl Sicurezza: se il Cbd non può essere inserito nella tabella delle sostanze stupefacenti, che senso ha bandire il fiore della canapa anche quando è privo di Thc? In caso contrario, molte aziende dovrebbero invece fare armi e bagagli per trasferirsi all’estero.«Io ho già pronto un piano B, e anche un piano C, eventualmente» ci spiega Andrea Rampado, un esperto di chimica con la passione per l’innovazione, che anni fa trasformò un’area di 13 mila metri quadrati sui Colli Euganei in una piccola Giamaica. E diede vita a un’azienda, la Bioelix, tra le più importanti in Europa nel settore della canapa legale. Andammo a visitarla per il Venerdì, e ci offrì anche degli ottimi tortelli alla canapa a chilometro zero. «Ora mi occupo soprattutto di acquistare e rivendere i fiori dai migliori produttori» racconta Rampado «e quindi, se passerà il divieto, sposterò le mie attenzioni verso le coltivazioni di altri Paesi. Ma chi ha investito milioni di euro in Italia, le tante imprese giovanili che hanno fatto debiti per acquistare terre e macchinari, i lavoratori che credevano di aver garantito un futuro alle loro famiglie, cosa faranno? E tutto questo per pura propaganda politica, senza alcun fondamento scientifico: dicono agli elettori che in questo modo si infligge un duro colpo al consumo delle sostanze stupefacenti, e invece fanno un favore alla criminalità organizzata cancellando chi, come noi, ha contribuito legalmente a un drastico calo del consumo di droga. Quella vera». Non ha torto Rampado, basterebbe leggere gli ultimi studi che hanno rilevato, dal 2016, una diminuzione del numero di piante coltivate in clandestinità e un forte ribasso nella diffusione di hashish, che ha una percentuale di Thc ben al di sopra dello 0,2 per cento consentito dalla legge.
Nel cuore della Calabria
Spostiamoci in Calabria, a 1.300 metri, nel Parco nazionale della Sila. Qui i dieci soci di Jure Farm, un’eccellenza tra le aziende under 35 nel settore della produzione e della vendita della canapa industriale, cercano di non pensare a quello che potrà succedere e continuano a lavorare inseguendo un sogno che, almeno fino a oggi, si è trasformato in solida realtà: «Qui abbiamo l’aria e l’acqua più pura d’Europa, è una zona incontaminata, c’è tutto quello che serve per vivere al meglio. Per questo abbiamo deciso di investire tutte le risorse nella nostra terra» spiegano. «In tanti hanno cominciato a seguirci sui social, hanno provato i nostri prodotti e così siamo cresciuti anno dopo anno. Oggi abbiamo più di cinquemila clienti, operiamo in otto Paesi, vendiamo oltre una tonnellata e mezzo di prodotto». E domani? «Vediamo che succede», appunto. Tra i soci di Jure Farm c’è anche Mattia Cusani, presidente dell’Associazione nazionale Canapa sativa Italia, che solo qualche giorno fa è andato in Senato per lanciare un appello al governo Meloni: «La canapa industriale è un’opportunità che altri Paesi hanno già colto e che noi rischiamo di perdere per sempre. Del resto» ha continuato «in un libero mercato, la cannabis light continuerebbe ugualmente a circolare in Italia. L’unica conseguenza sarebbe mettere in ginocchio le nostre aziende a vantaggio di quelle straniere. A che serve tutto questo?».
Contro l’Oms. E contro la Ue
Il governo spiega che la stretta è legata a una esigenza di maggiore sicurezza stradale. In sostanza, questa è la tesi, poiché anche il Cbd è una sostanza stupefacente, per consumare cannabis light occorrerà una ricetta medica e i prodotti potranno essere venduti soltanto in farmacia. «Una mazzata che non ha alcun fondamento scientifico», commenta Marco Perduca dell’Associazione Luca Coscioni, già presidente del Comitato referendum cannabis legale: «È ben noto che il principio attivo non è psicotropo e dunque non ha niente a che fare con le droghe. In un colpo solo il governo si mette contro l’Organizzazione mondiale della Sanità e le regole dell’Ue sul libero mercato».Una battaglia senza senso, rincara la dose Federcanapa, «un accanimento incomprensibile che punta a demolire un comparto industriale, vitale e in piena espansione». E se l’opposizione promette ancora battaglia in Parlamento – «Torneremo a difendere le imprese e i lavoratori che operano nella piena legalità», assicura il capogruppo dem in commissione Affari sociali Marco Furfaro – Matteo Salvini non molla: prima ha definito «merda e morte» la cannabis light, poi ha fatto avanzare a una sua europarlamentare, Silvia Sardone, una proposta non proprio geniale: «Trasformiamo i canapa-shop in enoteche, educhiamo a bere consapevolmente e aiutiamo l’economia». Peccato che per colpa dell’alcol in Italia muoiano in media 48 persone al giorno, oltre 17 mila all’anno, mentre di cannabis light non risulta mai morto nessuno. Ma il problema, a quanto pare, resta la canapa – che già diecimila anni addietro veniva utilizzata in Asia per scopi medici, spirituali e religiosi. Se ne potrebbe parlare davanti a un bel bicchiere di vino. O forse no.