Il ricovero definitivo in manicomio di Antonin Artaud avviene sotto l’Occupazione nel gennaio del ’43 e nel cuore dell’Occitania, a Rodez, dove è preso in cura dal dottor Gaston Ferdière, singolare figura di psichiatra in cui convivono la passione per una pionieristica “arte terapia” e l’utilizzo indiscriminato all’elettroshock. Artaud ne subirà cinquantadue in meno di tre anni, patendo sia l’alterazione del profilo tagliente e magnetico, già ritratto dall’amico Man Ray, sia la progressiva distruzione di un corpo che i francesi avevano ammirato non solo a teatro (ne I Cenci e in Eliogabalo, di cui è anche autore) ma specialmente al cinema nella Passione di Giovanna d’Arco (’28) di Carl T. Dreyer o nella parte di Jean-Paul Marat ucciso nel bagno nel leggendario Napoléon (’27) di Abel Gance.
Peraltro Artaud, dedito all’oppio, ha alle spalle una serie di ricoveri e cinque anni prima, nel manicomio parigino di Sante-Anne, uno psichiatra d’eccezione e compagno di via dei surrealisti, nientemeno Jacques Lacan, ha fornito una diagnosi impietosa su un paziente che la cartella clinica infatti definisce «fissato e perduto definitivamente per la letteratura».
Surrealista dissidente
Oltretutto, a parte i ruoli da attore, la bibliografia di Artaud è scarna e si limita ad alcune plaquette poetiche (L’Ombelico dei Limbi e Il Pesa-nervi, entrambe del ’25), a un reportage messicano (Al paese dei Tarahumara, ’36) e, nati sul terreno delle sue stesse partiture sceniche, ad alcuni saggi come Il teatro e il suo doppio (’38) e, più noto al pubblico, il Primo manifesto del teatro della crudeltà (’32) che per lui significa “rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta”. Va aggiunto che Artaud è un surrealista della prima ora e ha scritto velenosi libelli contro il papa e i potenti della terra. Ma André Breton lo ha cacciato quasi subito ritenendo quest’uomo del Midi, taciturno e nevrotico, troppo anarchico e cosmopolita (infatti è nato a Marsiglia nel 1896 da padre francese e madre di Smirne) per allinearsi docilmente, da compagno di strada, alla politica stalinista che al momento è il verbo ideologico del gruppo.
Senza punteggiatura
Dunque è solamente a Rodez, in cui lo scrittore rimane internato fino al ’46 (prima di passare in regime di semilibertà a Ivry, banlieue parigina, dove muore il 4 marzo del ’48) che Artaud diviene integralmente e definitivamente Artaud. Perché lì, nelle tregue di una degenza pure severissima, scrive di getto e ininterrottamente qualcosa che assume via via la forma del diario e insieme dello zibaldone di pensieri e del taccuino di appunti. Di simili quaderni ne sono stati rinvenuti 404, proposti in parte nel ’74 fra le Oeuvres complètes (a cura di Paule Thévenin che con Marthe Robert – la grande studiosa di Kafka– è tra le filles de coeur à naître che vanno a trovarlo in manicomio), un’impresa affiancata nel 2011, in edizione diplomatica, dai Cahiers d’Ivry grazie a Évelyne Grossman che oggi introduce il volume, davvero benvenuto, dal titolo Questo corpo è un uomo. Quaderni 1945-1948 (Neri Pozza), nell’ottima cura di Lucia Amara, firmataria della scelta antologica, della limpida traduzione come dell’apparato di note (in italiano finora era soltanto disponibile la parziale raccolta degli Scritti di Rodez, a cura di Rolando Damiani, Adelphi 2017). Qui, il primo impatto è d’ordine tipografico perché Artaud, memore delle licenze surrealiste, scrive entro margini larghissimi e pressoché in verticale, talora procedendo a zig-zag e senza una punteggiatura sistematica.
“Màngiati la lingua, vecchio cane!”, scrive a un certo punto e, in effetti, prima che a una sintassi le sue pagine alludono a un flusso e sembrano le vibrazioni prolungate di un diapason, le voci impreviste e proliferanti di un ventriloquo, un impasto meticcio o anzi una vera e propria glossolalia (dove tornano i balbettii infantili, i vezzeggiativi del greco-turco materno) che da ultimo lo scrittore, citando l’amato Lautréamont, sente come un “trepidare epilettico del Verbo”. Va pure detto che in molti casi la scrittura è integrata da disegni (celeberrimo l’autoritratto a matita in cui Artaud si vede con il volto e il cranio divisi dalla lama di un coltello) ovvero è interfoliata dalle epistole in forma di sorts, cioè piene di strappi e bruciature , da inviare, come fossero esorcismi o maledizioni, a conoscenti e autorità costituite.
La curatrice ha scelto di pubblicare 21 quaderni nella sequenza cronologica ma riordinandoli per parole-chiave: Corpo-Dio-Soffio-Nome-Teatro. In realtà si tratta di categorie concentriche perché il pensiero poetico di Artaud ha natura esattamente circolare, dove tutto muove dalla corporeità psicofisica (egli, classicamente, non distingue mai fra “soma” e “psiche”, carne e spirito) e tutto vi ritorna.
Il grido del corpo
Rodez, e poi Ivry, non possono che esserne il terribile banco di prova, dove la carne subisce gli insulti del letto di contenzione e delle scariche elettriche mentre la psiche riceve i contraccolpi di un totale spossessamento. Ma anche e soprattutto la parola, va da sé, fa parte del corpo, anche il segno più incerto sulla pagina ne è la necessaria prosecuzione, ora al modo di una pròtesi ora invece di uno specchio ustorio se nell’atto di scrivere si avverte perfino la pressione, la fisica incombenza di Artaud. Questo annota per esempio nel Quaderno n. 208: “Io sono l’infondato – senza fondo, un corpo dove tutto accade, TUTTO, la fine è l’inizio, esso non ha origine né essere. DUNQUE! E non ho mai pensato diversamente da così”. Lo chiama paradossalmente “corpo senza organi”, cioè il corpo che non esce mai da sé medesimo, il corpo che sente parola di continuo inceppata e deviata, che diviene rantolo o paralisi in scena e che, infine, di tutta quanta la realtà rappresenta la cosa-in- sé: per Artaud, e alla lettera, “la coscienza è un corpo” e il teatro, per l’appunto, ne dovrebbe sempre essere la riprova in terza dimensione.
Anticartesiano integrale ma pascaliano elettivo perché sente il corpo pari a un universo dove il centro è dappertutto e i confini da nessuna parte, lo scrittore vede animarsi l’inerzia che ottunde l’esistenza solo quando sente spirare le souffle, il soffio vitale che gli antichi greci chiamavano thumòs, alito, spirito.
Nemico giurato dei corpi e perciò degli uomini è viceversa quel dio (scritto ovviamente con la minuscola) che agli occhi di Artaud è colui che li defrauda e li priva di tutto l’essenziale, «come si sottrarrebbe un aroma al suo fiore»: non è un caso che poco prima di morire lo scrittore registri per la radio un testo folgorante, colmo di invettive e di maledizioni, naturalmente mai andato in onda, dal titolo Per farla finita col giudizio di dio (ne esiste un’ottima edizione in italiano a cura di Marco Dotti, Nuovi Equilibri 2000). È ancora ricoverato quando, il 13 gennaio del ’47, alcuni amici e le filles de coeur gli organizzano una pubblica lettura a Parigi, nel Teatro del Vieux Colombier: l’aspettativa è immensa ma Antonin Artaud non riesce se non a balbettare, a spasimare, a proporre lo sfacelo glorioso del suo corpo.
Sul Venerdì del 13 dicembre 2024