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Amalia Ercoli Finzi: Ho portato anche in casa il metodo scientifico

Amalia Ercoli Finzi in una foto recente 

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È stata la Prima italiana a laurearsi in ingegneria aeronautica. Ora che è nonna di sette nipoti, si guarda indietro e avanti. Sempre dalla parte delle bambine
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Roma. «Io nello Spazio? Soffro anche l’ascensore! Il bello è stare nelle stanze dei bottoni: che soddisfazione vedere che il tuo oggetto fa il percorso che hai stabilito tu. Meraviglioso». Parola di Amalia Ercoli Finzi, classe 1937, grand’ufficiale della Repubblica, professoressa emerita del Politecnico di Milano. Prima italiana a laurearsi in Ingegneria aeronautica, consulente Nasa, Esa e Asi, ha disegnato una trivella per la missione Rosetta che ha “bucato” una cometa a 500 milioni di chilometri dalla Terra. Sessantadue anni di matrimonio, cinque figli e tre libri dedicati a donne, materie Stem e allo zaino degli attrezzi per realizzarsi, tutti scritti con l’unica figlia femmina, Elvina, ingegnera nucleare. L’ultimo per la verità è firmato anche da Tommaso Tirelli, ingegnere pure lui, nonché marito di Elvina. Si intitola Le ragazze della Luna (Mondadori) e regala una galleria di ritratti e dialoghi con scienziate e professioniste italiane che si sono inventate di tutto. Tra loro c’è…

Roma. «Io nello Spazio? Soffro anche l’ascensore! Il bello è stare nelle stanze dei bottoni: che soddisfazione vedere che il tuo oggetto fa il percorso che hai stabilito tu. Meraviglioso». Parola di Amalia Ercoli Finzi, classe 1937, grand’ufficiale della Repubblica, professoressa emerita del Politecnico di Milano. Prima italiana a laurearsi in Ingegneria aeronautica, consulente Nasa, Esa e Asi, ha disegnato una trivella per la missione Rosetta che ha “bucato” una cometa a 500 milioni di chilometri dalla Terra. Sessantadue anni di matrimonio, cinque figli e tre libri dedicati a donne, materie Stem e allo zaino degli attrezzi per realizzarsi, tutti scritti con l’unica figlia femmina, Elvina, ingegnera nucleare. L’ultimo per la verità è firmato anche da Tommaso Tirelli, ingegnere pure lui, nonché marito di Elvina. Si intitola Le ragazze della Luna (Mondadori) e regala una galleria di ritratti e dialoghi con scienziate e professioniste italiane che si sono inventate di tutto. Tra loro c’è una giovane astronauta, ma ci sono anche ricercatrici che studiano nuovi metodi per le pulizie nello Spazio, razzi di propulsione, casette, scudi magnetici contro la polvere lunare, sistemi per coltivare l’insalata sulla Luna e ricavare acqua dalla sabbia lunare.

Professoressa, fra tutti i titoli e le imprese, di che cosa va più fiera?

«Del fatto che è stato dato il mio nome al rover che andrà su Marte».Tutti matematici e fisici in famiglia. A Natale a tavola?«Non diciamo mai “come stai” ma “cosa fai”. Ho conquistato l’ammirazione dei miei figli quando con due bacchette di sci rotte ho aggiustato lo stendipanni».

Giochi educativi a casa vostra?

«Ho dato a tutti ciò che li incuriosiva. I maschi hanno cucito, Elvina smontava i pistoni dei motori. Non esistono cose da maschi e cose da femmine».

Solo un laureato su tre nelle materie Stem è femmina. Le donne occupano il 22 per cento di tutti i posti di lavoro tecnologici nelle aziende europee.

«Già è una conquista, il 22 per cento, rispetto a quando ero giovane io. Il problema sono i condizionamenti sulle bambine. Si fa passare l’idea che la tecnologia non sia femmina. Invece le donne hanno la capacità che hanno gli uomini, e spesso più di loro, di affrontare problemi complessi, mettere insieme discipline diverse, lavorare in team».

Consigli per cambiare le cose?

«Coltivare nelle bambine e nelle ragazze la fiducia in se stesse, che è una pianta delicata, bisognosa di essere curata e innaffiata. Qualche volta basta una parola, un gesto sgarbato, per metterle in crisi. Attenti quando parlate con le donne, quando le giudicate. Dobbiamo abituare i giovani, femmine e maschi, fin da bambini a ragionare, a fare domande. Invece li si tiene sempre più “buoni e zitti” con cellulari e iPad».

Nel mondo maschile delle scienze e dell’astrofisica, a lei come è andata?

«I maschi assegnano incarichi e ruoli ai maschi perché li sentono vicini e sanno come si comportano. Queste materie sono la loro ultima roccaforte, in mano loro per come è nata. Ma noi donne abbiamo un punto di vista nostro e tante volte basta un suggerimento per cambiare le decisioni».

A lei è successo?

«All’inizio mi prendevano sempre per la segretaria. Una volta mi hanno chiesto di portare il caffè. L’ho fatto, ho messo il vassoio sul tavolo e poi ho detto: “Adesso state a sentire la mia soluzione!”. Era la migliore ed è passata».

Una critica classica alle missioni spaziali riguarda i costi eccessivi.

«Le missioni durano decenni, solo la Cassini vent’anni; se si dividono i costi per tutti questi anni e soprattutto per il numero delle persone che hanno partecipato, viene fuori un caffè al giorno. E poi ci sono le ricadute: dal velcro ai ciripà. Lo sa che sono nati come mutande usa-e-getta degli astronauti?».

Lo Spazio sembra sempre più un affare dei privati. Che pensa di Elon Musk?

«Musk è un grande attore dell’attività spaziale. I privati ben vengano, abbassano i costi. Ma la politica spaziale non può essere lasciata a loro. Le nazioni devono essere d’accordo sui capisaldi dello sviluppo futuro. Penso ai satelliti applicativi per telecomunicazioni, previsioni del tempo, osservazioni della Terra, esplorazione spaziale. Non si può lasciare a un solo indivuduo la colonizzazione di Marte. La parola “colonizzare”, poi, l’abbiamo già sfruttata, facendo errori tremendi in Africa che paghiamo ancora oggi». La prima bambina che andrà su Marte è già nata – la cito. Quando ci arriverà, secondo lei?

«Alla fine degli anni ‘30 o all’inizio dei ‘40. Ma è complicato. Dovremo partire quando Marte è più vicino alla Terra. E tornare con le stesse condizioni. Ovvero dopo due anni. Siccome il viaggio dura sei mesi, chi arriverà su Marte dovrà restarci un anno».

Le piace l’intelligenza artificiale?

«Ora è di moda, ma c’è da parecchio. Può essere uno strumento fantastico. Ma sottolineo “può”. Servono banche dati senza pregiudizi, e algoritmi senza errori. Un grande lavoro collettivo».

Quali pregiudizi?

«Pensi al riconoscimento facciale. Un uomo bianco di mezza età ha meno probabilità di esser fermato in aeroporto di una donna nera.E quest’ultima ha meno chance di ottenere un prestito o un mutuo. O di essere assunta, visto che l’IA seleziona i curricula».

Dice di sé: “Io sono più giovane dei giovani”.

«Da bambina ho sperimentato la guerra, è finita che avevo 8 anni. Ho imparato l’essenzialità, vivere solo delle cose importanti, e la lealtà. Ai giovani dico: solo con i valori, anche pochi ma ineludibili, si può fare qualcosa di buono per il mondo e anche essere felice. E la felicità va perseguita».

Avrebbe mai pensato di rivivere tempi di guerra?

«Mai. Siamo tornati al Medioevo: pestilenze, guerre. Ora se hai un nemico lo avveleni, come faceva Lucrezia Borgia. E quanto odio razziale. Ma solo nella pace fioriscono conquiste e invenzioni che rendono la vita dell’umanità più facile e piacevole».

Che mamma è stata? È vero che la chiamavano Hynkel, come Chaplin nel Grande dittatore?

«Ho portato in casa il metodo scientifico. In una famiglia con cinque figli le decisioni vanno prese all’unanimità, altrimenti non vengono seguite. Quando uscivi, dovevi dire dove andavi, con chi andavi e quando tornavi. E poi il rispetto delle aree comuni, cioè il rispetto degli altri. Se fai disordine in casa, crei un problema a tutti. Poche regole, razionali. E ha funzionato».

Come faceva coi colloqui professori?

«Prendevo una settimana di ferie e mi trasferivo a scuola».

Aiutava nei compiti?

«Se domandavano, rispondevo. Mai fatto i compiti per loro. Non volevo che fossero promossi, ma che imparassero».

E oggi che nonna è?

«Ho sette nipoti, quattro maschi e tre femmine. Che sono più attente, più coscienti delle loro responsabilità, e di buon carattere. Io sono una nonna molto impegnata, di emergenza».

A Natale cosa regala?

«Libri e mancia, la più gradita».

Ha detto che il desiderio di conoscenza è l’orma di Dio nell’umanità. In che Dio crede?

«Nel Dio buono, che pensa noi. Lo chiamo solo per le cose importanti. Se come vivo io non è la felicità, ci siamo molto vicini».

Lei non ha paura di niente.

«L’ultima sensazione che proverò prima di morire sarà la curiosità di sapere cosa c’è dall’altra parte. Mi univa alla mia amica Margherita Hack, questa grande domanda. Lei non era proprio atea, bensì anticlericale. So che ci sta guardando in questo momento e dice: l’Amalia aveva ragione!».

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