Natale in lacrime per i napoletani di New York
di Giuseppe VidettiQuesta ci serve per ricordare, in vista delle festività, che siamo stati un popolo di migranti. Già, anche noi. Quando Libero Bovio e Francesco Bongiovanni scrissero Lacreme napulitane, nel 1925 (primo interprete Gennaro Pasquariello), c’erano centinaia di italiani (del Sud, ma non solo) che affollavano i bastimenti e partivano per le Americhe, senza sapere se e come sarebbero stati accolti, affrontando un viaggio massacrante e controlli estenuanti (negli Stati Uniti, dal 1892, venivano ammassati e tenuti in stand by a Ellis Island, New York, giacché la metropoli era al collasso: nei cinque anni precedenti ne erano stati accolti oltre otto milioni). Lacreme napulitane è una canzone di Natale, ma non la solita (racconta la storia di un immigrato; Mario Merola ne avrebbe tratto una celebre sceneggiata; è una lettera inviata alla mamma che ha in custodia i suoi bambini): “Mia cara madre, sta pe’ trasi’ Natale / E a sta’ luntano chiù me sape amaro /… / ‘E ninne mie facitele ‘o presepio / …
Questa ci serve per ricordare, in vista delle festività, che siamo stati un popolo di migranti. Già, anche noi. Quando Libero Bovio e Francesco Bongiovanni scrissero Lacreme napulitane, nel 1925 (primo interprete Gennaro Pasquariello), c’erano centinaia di italiani (del Sud, ma non solo) che affollavano i bastimenti e partivano per le Americhe, senza sapere se e come sarebbero stati accolti, affrontando un viaggio massacrante e controlli estenuanti (negli Stati Uniti, dal 1892, venivano ammassati e tenuti in stand by a Ellis Island, New York, giacché la metropoli era al collasso: nei cinque anni precedenti ne erano stati accolti oltre otto milioni). Lacreme napulitane è una canzone di Natale, ma non la solita (racconta la storia di un immigrato; Mario Merola ne avrebbe tratto una celebre sceneggiata; è una lettera inviata alla mamma che ha in custodia i suoi bambini): “Mia cara madre, sta pe’ trasi’ Natale / E a sta’ luntano chiù me sape amaro /… / ‘E ninne mie facitele ‘o presepio / E a tavola mettite ‘o piatto mio / Facite quanno è a sera da’ vigilia / Comme si mmiezo a vuje stesse pur’io”.
Delle tante versioni, spesso esageratamente lacrimose, abbondantemente sparse nel repertorio napoletano, quelle di Sergio Bruni (1921-2003) e Roberto Murolo (1912-2003) incise negli anni 60 mi sembrano le più autentiche. Qui c’è poco da indugiare, nulla su cui speculare; il dramma dei nostri immigrati era lo stesso degli attuali migranti, con l’aggravante che questi ultimi non hanno neanche uno straccio di Natale da condividere, e chi li accoglie e/o respinge del Ramadan sa poco o niente. Il finale della lettera: “E ‘nce ne costa lacreme st’America / a nuje napulitane / pe’ nuje ca ‘nce chiagnimmo / ‘o cielo ‘e Napule / comm’è amaro stu pane”. Teniamola a mente durante queste feste, perché in modi differenti, diverse aspettative e altre prospettive, i nostri ragazzi stanno di nuovo migrando.