✕

Fuga da Betlemme, lo strano Natale di una città in guerra

Due donne davanti alla Basilica della Natività, sorta sul luogo dove, secondo la tradizione cristiana, è nato Gesù: di solito per entrare bisogna fare la fila 
Israele in guerra, Cisgiordania blindata, turismo religioso in ginocchio. Dal 7 ottobre 2023 oltre settanta famiglie cristiane hanno lasciato la città simbolo della nascita di Gesù: il rischio è che non ne resti più nessuna. Reportage
4 minuti di lettura

Betlemme (Cisgiordania). L’unica traccia di Babbo Natale sta sulla barriera di cemento armato che separa la città di Betlemme da Israele. L’ha disegnata uno dei tanti emulatori di Banksy, che su questo muro ha realizzato alcune delle sue opere più famose: mostra il profilo dell’uomo più amato dai bambini con tanto di barba, baffi, stivaloni e sacco, donare ad una bambina una scatola piena di filo spinato, proprio come quello che sta attorno al muro. Nulla come questo graffito riflette l’umore della città dove, secondo la tradizione cristiana, nacque Gesù Cristo. E che fra pochi giorni, per il secondo anno consecutivo, celebrerà il Natale senza alberi né feste, isolata e vuota come non mai.

«Il vero problema non è il Natale», sospira padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa. «Ma la fuga dei cristiani. Con ogni guerra, dal 1967, la nostra comunità si è assottigliata. Lo stesso è successo durante la Prima e la Seconda Intifada: ma nulla è paragonabile a quello che sta…

Betlemme (Cisgiordania). L’unica traccia di Babbo Natale sta sulla barriera di cemento armato che separa la città di Betlemme da Israele. L’ha disegnata uno dei tanti emulatori di Banksy, che su questo muro ha realizzato alcune delle sue opere più famose: mostra il profilo dell’uomo più amato dai bambini con tanto di barba, baffi, stivaloni e sacco, donare ad una bambina una scatola piena di filo spinato, proprio come quello che sta attorno al muro. Nulla come questo graffito riflette l’umore della città dove, secondo la tradizione cristiana, nacque Gesù Cristo. E che fra pochi giorni, per il secondo anno consecutivo, celebrerà il Natale senza alberi né feste, isolata e vuota come non mai.

«Il vero problema non è il Natale», sospira padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa. «Ma la fuga dei cristiani. Con ogni guerra, dal 1967, la nostra comunità si è assottigliata. Lo stesso è successo durante la Prima e la Seconda Intifada: ma nulla è paragonabile a quello che sta succedendo qui dal 7 ottobre 2023». Da allora, in risposta alla strage commessa da Hamas, il governo Netanyahu ha sigillato la Cisgiordania: almeno 150 mila palestinesi (musulmani e cristiani, senza distinzione) che ogni giorno attraversavano il muro per andare a lavorare in Israele hanno perso impieghi e stipendi. Altre decine di migliaia sono finiti in bancarotta a causa della crisi del turismo: solo a Betlemme, che di pellegrini viveva, hanno chiuso una cinquantina di hotel e ristoranti, tutti gestiti dalla comunità cristiana palestinese. Il risultato lo si può leggere nelle statistiche ufficiali: negli anni 70 i cristiani erano il 5 per cento della popolazione nei Territori palestinesi, oggi sono il 2 per cento. A Betlemme nel 1950 l’87 per cento della popolazione (28 mila persone abitano in città) era cristiana. Nel 2016 la percentuale era scesa al 12: oggi è a meno del 10. «Più di settanta famiglie sono partite dal 7 ottobre 2023. Dopo 14 mesi senza lavoro, non posso neanche biasimarle. La maggior parte di loro ha parenti negli Stati Uniti, in America latina: e non tornerà», conclude padre Faltas. Il risultato è un vuoto che a tratti è da capogiro.

Siamo pietre vive

Chi camminasse nelle stradine attorno alla Basilica della Natività in questi giorni, sentirebbe risuonare i propri passi sul selciato. Dentro la chiesa, dove solitamente in questo periodo dell’anno ci sono decine di gruppi di pellegrini, siamo in sei. La solitudine in cui il visitatore si ritrova nella Grotta dove secondo la tradizione è nato Gesù, toglie il fiato: mentre il mondo corre a Roma a celebrare il Giubileo, nel luogo dove è iniziata la Storia millenaria della cristianità non c’è nessuno. «Non c’è mai stato un periodo così: lo scorso anno, a Natale, pensavo di dover sopravvivere solo qualche altra settimana. Ora non vedo futuro», sintetizza Ronnie Tabash, che con la sua famiglia gestisce il negozio di souvenir più antico della città. È un antro pieno di presepi e Madonne fatti a mano che da solo dava lavoro a 25 famiglie di artigiani. «Sono dilaniato: e come me, decine di altre persone. In questi mesi ho visto tantissimi amici andare via. Io stesso spesso penso di farlo: non per me, ma per mio figlio che ha tredici anni. Non voglio che cresca fra i muri e le violenze. Ma ogni volta che mi dico che è il momento di andare, mi viene un pensiero. Questo non è un posto normale: qui è nato Gesù. Noi cristiani siamo le pietre vive della Chiesa: se andiamo tutti via, cosa resterà di Betlemme?».

Un interrogativo che assilla anche le famiglie benestanti la cui vita non è legata direttamente agli introiti del turismo, come quella di Michel e Lina Rhail, medico otorino lui, insegnante lei. Li incontriamo una sera al ristorante, per una cena di famiglia che presto si trasforma in un flusso di coscienza su passato, presente e futuro. «Quando aveva appena finito di studiare», confessa Michel, che come tanti nella sua famiglia si è specializzato in Europa «sono stato sommerso dalle offerte. Avrei potuto andare nel Golfo e diventare ricco, come hanno fatto tanti palestinesi. Invece no: era il periodo del dialogo con gli israeliani. Ho scelto di tornare e di investire per contribuire all’economia della mia città e del mio Paese, la Palestina. Tutto quello che ho guadagnato l’ho messo qui», dice indicando il palazzo dove ha sede il suo studio medico, il ristorante e il boutique hotel che la famiglia stava costruendo prima della crisi. «Mai come in questo momento ho la sensazione che possa essere spazzato via in un secondo. Non possiamo uscire da Betlemme, e nessuno viene più qui: non c’è lavoro e, peggio, non c’è speranza. Il mondo guarda ma non fa nulla. In questi mesi mi chiedo se ho sbagliato tutto: non avrei mai pensato che sarei arrivato a farmi questa domanda. Tanti dei miei familiari e amici sono andati via negli anni: io non avevo mai avuto dubbi prima di adesso: ora sì».

Guardare gli altri partire

Lina scuote la testa: di fronte ai tentennamenti del marito, lei è determinata a restare. «Veniamo da famiglie che con la Nakba (la cacciata dei palestinesi dalle loro case avvenuta nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele, ndr) hanno perso tutto. Sono arrivate a Betlemme senza una casa, senza lavoro, senza vestiti. Hanno ricominciato da zero: non saremo noi a perdere di nuovo tutto, non saremo sradicati un’altra volta». Di fronte a loro c’è Sabeen, la figlia, 24 anni: seguendo le orme paterne, ha studiato medicina in Belgio. A giugno, dopo la laurea, è tornata a lavorare con il padre. «A Bruxelles, i miei compagni di corso pensavano fossi pazza a voler tornare in Palestina: rispondevo che io sono di Betlemme, che questo è un posto sicuro. Oggi non lo penso più: nulla è sicuro per noi palestinesi, anche se siamo i cristiani della città di Gesù. Ma nonostante questo, io resterò. Qui c’è la mia identità». Al suo fianco annuisce Elias Alaraja, il fidanzato: la sua famiglia è una delle più importanti nel settore turistico di Betlemme. Ha cinque alberghi, che lui supervisiona e dà lavoro a centinaia di famiglie: anzi, dava. «Da 14 mesi passo le giornate sul divano, abbiamo chiuso tutto: non viene nessun turista. E come biasimarli? I checkpoint aprono e chiudono, gli israeliani possono fare incursioni da un momento all’altro. Guardo gli amici partire, uno dopo l’altro: io resterò, anche se una parte di me vorrebbe seguirli. Mio nonno ha costruito tutto questo: non sarò io a distruggerlo».

All’ombra di Banksy

In cerca di segnali, ci fermiamo di fronte al Museo del Muro, il punto della barriera di separazione da Israele dove, sulle orme di Banksy, artisti di tutto il mondo sono venuti a disegnare: centinaia di metri di colore, speranza e rabbia a coprire il cemento armato. Davanti al nostro Babbo Natale con il filo spinato c’è la porta del Walled Off, l’hotel che l’artista misterioso ha comprato e rinnovato qualche anno fa e che da allora gestisce tramite un manager locale. Come tutti gli altri alberghi, ha la porta sbarrata. Due guardie armate stanno sedute a poca distanza: sulle pareti dell’hotel ci sono opere appositamente create da Banksy. Valgono milioni di dollari e per questo la sorveglianza è continua. «Noi siamo i fortunati» dice Tahar, una delle guardie. «Banksy ci ha fatto sapere che non chiuderà. Può permettersi di pagare gli stipendi in attesa di tempi migliori. Ma ci fa paura non sapere cosa sarà rimasto di Betlemme quando le porte dell’hotel torneranno ad aprirsi».

Sul Venerdì del 20 dicembre 2024

Leggi i commenti