Tanti auguri Somaliland lo Stato che ancora non c’è
di Pietro VeroneseImmaginiamo un Paese relativamente in pace, mentre tutto intorno è guerra. Un Paese abbastanza ordinato, povero ma a suo modo efficiente, dove le elezioni sono davvero democratiche, le istituzioni funzionanti, la vita pubblica più o meno trasparente. Un Paese che ha una robusta comunità nazionale e il sostegno economico di una diaspora in giro per il mondo. Confini definiti, una bandiera, una valuta, una forza armata, ministeri, scuole, ospedali. Questo Paese esiste e si chiama Somaliland. Sta in Africa, adagiato lungo la costa del Golfo di Aden per oltre 700 chilometri: conta circa sei milioni di abitanti, ha una capitale, Hargeisa, e un porto, Berbera, che sta diventando un polo commerciale in concorrenza con Gibuti. Gli manca solo una cosa, forse la più importante: che gli altri ne riconoscano l’esistenza. Ma dopo più di tre decenni, il 2025 potrebbe essere la volta buona. Perché le cose stiano così è una storia lunga e, naturalmente, complicata. C’era una volta la Guerra fredda, c…
Immaginiamo un Paese relativamente in pace, mentre tutto intorno è guerra. Un Paese abbastanza ordinato, povero ma a suo modo efficiente, dove le elezioni sono davvero democratiche, le istituzioni funzionanti, la vita pubblica più o meno trasparente. Un Paese che ha una robusta comunità nazionale e il sostegno economico di una diaspora in giro per il mondo. Confini definiti, una bandiera, una valuta, una forza armata, ministeri, scuole, ospedali. Questo Paese esiste e si chiama Somaliland. Sta in Africa, adagiato lungo la costa del Golfo di Aden per oltre 700 chilometri: conta circa sei milioni di abitanti, ha una capitale, Hargeisa, e un porto, Berbera, che sta diventando un polo commerciale in concorrenza con Gibuti. Gli manca solo una cosa, forse la più importante: che gli altri ne riconoscano l’esistenza. Ma dopo più di tre decenni, il 2025 potrebbe essere la volta buona. Perché le cose stiano così è una storia lunga e, naturalmente, complicata. C’era una volta la Guerra fredda, che ingessava il mondo in campi contrapposti e immobili, immutabili. Questo stato di cose aveva in Africa un’aggravante, un mantra che i diplomatici si ripetevano l’uno con l’altro: i confini creati dalle potenze coloniali erano talmente discutibili, spesso così assurdi che non andavano, toccati: se ne toccavi uno, sarebbero crollati tutti.
Ciao, ciao
La storia del Somaliland inizia nel lontano 1991, quando dopo almeno un biennio di rivolte, e mentre nel resto della Somalia stava scoppiando la guerra civile, la regione decise di andarsene per conto suo. La Guerra fredda era finita, un paio di confini vennero cambiati e l’Africa non crollò. È vero che nel 1993 l’Eritrea si staccò dall’Etiopia e divenne indipendente – e che lo stesso accade tra Sud Sudan e Sudan nel 2011. Ma il mantra dei diplomatici nel frattempo era cambiato: va bene dividersi e creare nuovi Stati, ma si accettano separazioni solo se consensuali, dunque pacifiche. Altrove si sono fatte eccezioni; in Africa, però, non è mai successo. Ora, sebbene siano passati più di trent’anni, la Somalia continua ad opporsi al fatto che il Somaliland gli abbia detto addio. Di conseguenza singoli governi, l’Unione europea, l’Unione africana, le Nazioni Unite, non “vedono” il Somaliland.
Ci parlano, lo visitano informalmente, invitano suoi esponenti ad alcuni appuntamenti internazionali. Ma non lo riconoscono. A questo stato di cose, i successivi presidenti che si sono susseguiti alla guida del Somaliland oppongono un argomento giuridico di peso. Così come la Somalia è un’ex colonia italiana, il Somaliland è un’ex colonia britannica. Quando nel 1960 i due territori divennero indipendenti, lo fecero separatamente, come due diverse entità statali, con la benedizione internazionale. Fu per libera scelta, in nome della comune identità etnica, linguistica e religiosa che, dopo appena cinque giorni, il British Somaliland entrò a far parte della neonata Repubblica somala. Ne consegue che, cambiando idea e tornando a separarsi trentun anni dopo, il Somaliland non ha fatto che ripristinare il precedente status quo. Così riassunto, il ragionamento suonerebbe convincente. Ma non si è trovato un tribunale che lo condividesse. E così si è andati avanti fino a oggi, tra mille paradossi e difficoltà.
Project 2025
Per molti anni, nella tranquillità di Hargeisa, si sono combinati ottimi affari mentre a Mogadiscio, la capitale somala, si susseguivano gli attentati dei terroristi islamici. Ma se la comunità internazionale versava impegno e denaro per aiutare la Somalia a rialzarsi, le autorità del Somaliland erano costrette a portare milioni di dollari all’estero per aprire conti correnti e operare sui mercati finanziari, perché restano fuori dal sistema bancario internazionale. Nulla sembrava destinato a cambiare nel prossimo futuro. Come mai, allora, da qualche settimana gli esperti del Corno d’Africa vanno scrivendo che forse il momento del Somaliland sta per suonare? Una ragione è semplice. Le altre davvero complicate. Il motivo semplice è che il 20 gennaio 2025 Donald Trump entrerà alla Casa Bianca per il suo secondo quadriennio presidenziale. Dell’Africa non gli è mai importato granché: non l’ha mai visitata, non ne ha mai pronunciato il nome in campagna elettorale e quando lo ha fatto, nel corso del precedente mandato, è stato per insultarla. Tuttavia, consiglieri e collaboratori della sua passata Amministrazione hanno dichiarato che il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America potrebbe essere proprio quello che riconoscerà lo Stato del Somaliland. Non solo. Chi ha letto il famigerato Project 2025, il programma dei centri studi dell’estrema destra americana, che è stato una delle basi fondamentale della campagna elettorale di Trump e verrà almeno in parte adottato dalla nuova amministrazione, riferisce che il riconoscimento del Somaliland è menzionato esplicitamente. Lo scopo sarebbe quello di premiarne la fedeltà all’Occidente in generale, e agli Stati Uniti in particolare, e farsi un nuovo amico lungo le coste della strategica e molto tormentata rotta del Mar Rosso, contrastando la Cina che pochi anni fa ha ottenuto una base a Gibuti (dove sono già presenti anche i militari americani, oltre ai francesi e ad altri).
Dipende anche dal “cirro”
Quanto ai motivi complicati, hanno tutti a che vedere con la complessa realtà etnica e geopolitica del Corno d’Africa. All’inizio del 2024 il Somaliland ha sottoscritto con il suo ingombrante vicino etiopico un memorandum d’intesa che a quanto si sa – il testo è segreto – concede all’Etiopia un accesso al mare, di cui il Paese è privo, in cambio del fatidico riconoscimento. La notizia ha creato una forte tensione in tutta la regione. La Somalia, in particolare, non ne vuole sapere e in rapida successione ha sottoscritto accordi di difesa con l’Egitto, la Turchia e perfino la Tanzania. La Turchia ha avviato una mediazione, incontri al vertice sono previsti nel nuovo anno e non è inverosimile immaginare che la richiesta di riconoscimento da parte del Somaliland possa venire discussa all’interno di un negoziato a più voci. Nel frattempo, con il suo autoritarismo, il presidente Musa Bihi Abdi si è inimicato i clan del Somaliland orientale fino al punto che questi hanno deciso di non riconoscerne più l’autorità, esprimendo invece l’intenzione di riunirsi alla Somalia. Il risultato è stato che Abdi ha nettamente perso le elezioni presidenziali di novembre ed è stato sostituito da Abdirahman Mohamed Abdullahi, detto “Cirro”, vecchio navigatore della politica somala. Se il Somaliland diventerà presto il più giovane Stato al mondo, molto dipenderà da lui.