I trecento anni di Casanova, il grande seduttore. E forse anche femminista
dal nostro inviato Marco CicalaVenezia. Il prossimo 2 aprile Giacomo Casanova avrebbe compiuto 300 anni. Come se li porta? L’anniversario verrà celebrato, oppure sul seduttore seriale si abbatterà la scure della censura neo-puritana? A qualche mese dalla ricorrenza, l’impressione è che sarà ricordata in sordina. O no? Giro la domanda ad Alessandro Marzo Magno, storico, giornalista e autore dell’ultima, pimpante biografia (Casanova, Laterza 2023) dell’avventuriero veneziano. In Italia non ne erano praticamente uscite da mezzo secolo.
Incontro Marzo Magno, veneziano anche lui, per un’intervista itinerante attraverso i luoghi dell’infanzia e della giovinezza di Giacomo. «Vede? Nemmeno una targa» fa notare lo scrittore mentre passiamo davanti alle due case (Calle dei orbi n. 3089 e Calle delle muneghe n. 2993) dove l’infante venne mollato alla nonna dalla madre attrice e giramondo Giovanna Maria Farussi, detta “la Zanetta”. «In compenso una lapide la misero sulla casa natale di calle Malipiero. Ma è farlocca. Perché l’…
Venezia. Il prossimo 2 aprile Giacomo Casanova avrebbe compiuto 300 anni. Come se li porta? L’anniversario verrà celebrato, oppure sul seduttore seriale si abbatterà la scure della censura neo-puritana? A qualche mese dalla ricorrenza, l’impressione è che sarà ricordata in sordina. O no? Giro la domanda ad Alessandro Marzo Magno, storico, giornalista e autore dell’ultima, pimpante biografia (Casanova, Laterza 2023) dell’avventuriero veneziano. In Italia non ne erano praticamente uscite da mezzo secolo.
Incontro Marzo Magno, veneziano anche lui, per un’intervista itinerante attraverso i luoghi dell’infanzia e della giovinezza di Giacomo. «Vede? Nemmeno una targa» fa notare lo scrittore mentre passiamo davanti alle due case (Calle dei orbi n. 3089 e Calle delle muneghe n. 2993) dove l’infante venne mollato alla nonna dalla madre attrice e giramondo Giovanna Maria Farussi, detta “la Zanetta”. «In compenso una lapide la misero sulla casa natale di calle Malipiero. Ma è farlocca. Perché l’edificio dell’epoca non esiste più dagli anni Trenta».
Quindi? Venezia vive ancora con disagio l’eredità casanoviana?
«Che dirle? Di monumenti non ce ne sono. La città ha preferito onorare altri suoi figli illustri».
Togliamoci subito il pensiero. In 73 anni di vita Casanova finì in carcere per cinque volte. Oggi starebbe di nuovo al gabbio?
«Nelle memorie racconta di amori incestuosi e con ragazzine minorenni. Cose che adesso ci ripugnano, ma che all’epoca non erano reati. Le praticavano in tanti, a cominciare dai sovrani. Nell’autobiografia si parla anche dell’acquisto di una schiava. Ma lei sa quando venne ufficialmente abolita la schiavitù in Italia?».
No.
«Nel Lombardo-Veneto il codice civile austriaco la sopprime nel 1816. Nel Regno di Sardegna bisognerà attendere fino al 1856. Ma Casanova ebbe guai con la giustizia soprattutto a causa dei debiti di gioco. Per giunta era un baro notorio».
Nei suoi ricordi c’è anche traccia di quello che parrebbe uno stupro di gruppo.
«Sì, ma la dinamica di quel fatto è dubbia. Se non altro perché, alla fine dell’episodio, la donna, coniugata, avrebbe ringraziato la combriccola di libertini».
Quanto sono attendibili le memorie di Casanova?
«Giacomo le scrive in vecchiaia per autopromuoversi. Infioretta i propri ricordi, li esagera, e magari sbaglia qualche dettaglio. Però quasi tutte le circostanze rievocate sono autentiche, gli specialisti ne hanno trovato riscontro documentale».
Mentre ci avviciniamo a San Marco sbircio Il Gazzettino. Il Comune di Venezia medita di adottare il numero chiuso per la Basilica. Nel ’24 i visitatori sono aumentati del 15 per cento. D’estate le code dantesche rischiano di diventare ingestibili. Più contenuto invece il flusso turistico nell’adiacente Palazzo Ducale, al cui interno ci viene gentilmente concesso di percorrere un “itinerario segreto”, di solito riservato a piccole comitive. Tra scale e cunicoli ci addentriamo nei vecchi uffici che ospitarono l’amministrazione della Serenissima, nonché il “piano nobile” delle sue carceri, i leggendari Piombi, scenario dell’altrettanto favoleggiata evasione casanoviana. Avvenne nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre 1756 e rimane l’impresa più conosciuta dell’ineffabile scavezzacollo. Aveva 31 anni.
Perché l’avevano sbattuto dentro? «La motivazione è ancora sconosciuta. Il codice veneziano non prevedeva che venisse comunicata al reo» dice Marzo Magno. «Comunque Giacomo era finito nel mirino della giustizia perché sembra che fosse già un patito di arti magiche, in offesa alla religione. Ma il sospetto è che a costargli l’incarcerazione possano essere stati una tresca con l’amante di un potente oppure i legami con la massoneria. Un tema sul quale nei ricordi, non a caso, lui si mantiene omertoso».
Anche la fuga ci viene narrata in modo romanzato?
«Un po’. Qui, nel sottotetto, c’erano le celle destinate al patriziato. Talvolta celle singole, che gli ospiti potevano arredare con mobili fatti portare da casa».
Ma, nonostante si fregiasse del titolo posticcio di “cavaliere di Seingalt”, non aveva nobili natali.
«Riteneva che il suo padre naturale non fosse Gaetano Casanova, attore e ottico dilettante, bensì il patrizio Michele Grimani. Non possiamo escluderlo. Ad ogni modo in gioventù Giacomo stringe rapporti con la buona società veneziana».
Che gli valgono una detenzione di riguardo. Racconta di aver bucato il tetto della galera con un punteruolo.
«Che poi avrebbe passato a un altro prigioniero nascondendolo dentro una Bibbia infilata sotto un piatto di maccheroni ricoperti di burro. All’epoca per “maccheroni” si intendevano gli gnocchi di farina. Oggi non li si cucina quasi più. Però vicino Treviso ho scovato una trattoria dove li fanno ancora».
Fu un’evasione di gruppo. A dispetto della terrifica reputazione, i Piombi non erano esattamente un carcere inviolabile…
«Visitando il sottotetto nel 1837, Balzac avrebbe commentato: “A Parigi c’è chi paga fior di quattrini per abbaini come questi”. Le celle per il popolo, le più orrende, si trovavano nei pozzi, che spesso si allagavano con l’alta marea. Ma dai Piombi se la svignarono in molti. Chi poteva permetterselo ungeva i secondini».
Fuggendo, Casanova si congeda per la prima volta da Venezia. Vivrà in nomade esilio fino al 1774, quando la Serenissima gli accorda il perdono. Ma assicurandosi i suoi servigi come spia.
«Sarebbe stato proprio lui a inventare la dicitura di “agente segreto”».
In che cosa consisteva quel lavoro?
«Essenzialmente nella redazione di riferte, ossia rapporti spionistici trasmessi alle autorità della Repubblica. Quelle relazioni manoscritte sono ancora conservate negli archivi. E ci danno la misura dell’ingegno casanoviano. Dato che i resoconti gli venivano pagati a cottimo, lui ci infilava dentro notizie spesso prive d’ogni interesse poliziesco. Una volta, per esempio, riferisce di una modella che in un’accademia d’arte posava nuda. Sai che scandalo in una città come Venezia che, dopo Parigi, era la capitale europea del libertinaggio...».
Parigi diverrà la sua seconda patria. Ma inseguendolo sulle odierne carte geografiche scopriamo che Casanova si spostò in almeno 15 Paesi, dalla Spagna alla Russia, dall’Inghilterra alla Turchia…
«Ho calcolato che passò per 213 volte in un centinaio di località europee. Conobbe almeno mille personaggi illustri, tra cui dodici regnanti. Nelle memorie nomina 57 alberghi, alcuni dei quali ancora esistenti. Andandogli appresso si potrebbe compilare una guida turistica».
Scritta in francese, L’Histoire de ma vie è un malloppone di cinquemila pagine. E la “scatola nera” di un’intera epoca.
«Nel mio libro ho voluto leggerla così, come un immenso affresco, la radiografia di un secolo. Non ho scritto una vera biografia seguendo un ordine cronologico, ma l’ho sviluppata per quadri, per temi: il teatro, la gastronomia, Venezia, il gioco d’azzardo, la magia, l’igiene…».
E naturalmente l’amore, il sesso. Dovendo scegliere, quali citerebbe tra le infinite avventure casanoviane?
«La più torrida è senz’altro quella con la monaca M.M., in seguito identificata in Maria Marina Morosini. Mentre il più grande amore della sua vita fu quello per la francese Henriette. Non sappiamo chi fosse. Ma con Giacomo rimasero insieme tre mesi. Molto, per gli standard casanoviani. Però la figura femminile a cui sono più affezionato è un’altra».
Quale?
«Venga…».
Raggiungiamo il sestiere Castello. Al n. 6673 di calle Barbaria de le Tole c’è un portoncino attaccato a un negozio di kebab. Fu l’abitazione di Casanova nell’ultimo soggiorno veneziano (1774-1783). «Prese una stanza in affitto dalla madre di Francesca Buschini, una cucitrice. E una ragazza commovente» spiega Marzo Magno. «Era una popolana. Sapeva a malapena scrivere. Le lettere a Giacomo sono un impasto sgangherato di veneziano e italiano. Siccome la carta costava, Francesca riempiva tutta la superficie dei fogli, e quando non le bastava aggiungeva ritagli sui quali vergava la fine del testo. La sua è una scrittura ingenua, schietta, vitale. Uno spaccato magnifico della vita veneziana dell’epoca. I contatti epistolari con Casanova andranno dal 1779 al 1787. La Bruschini gli scriveva soprattutto per chiedere soldi».
Giacomo non è uno che seduce e abbandona.
«Non è un predatore. Resta legato alle sue “conquiste”, e viceversa. Ma dobbiamo anche considerare che ai suoi tempi l’amore non corrispondeva all’idea romantica che si sarebbe affermata nel secolo successivo e che in qualche modo è ancora la nostra. Nel Settecento l’amore è fondamentalmente un gioco, uno scambio ludico fatto di seduzione, conversazione, infingimenti, ammiccamenti».
Una specie di poker.
«Una partita nella quale entravano anche i soldi. Non era affatto inusuale che, dopo un rapporto, una donna accettasse dall’uomo un regalo in denaro o gioielli senza per questo figurare come una mercenaria. Lo facevano persino le dame del patriziato».
A proposito di pecunia: come si guadagnava da vivere Casanova?
«Da ragazzo sfiora la carriera ecclesiastica e militare. Ma non è tipo da lasciarsi incastrare in una tonaca, in un’uniforme, in una gerarchia. Sosteneva di essersi laureato in Giurisprudenza a Padova. Chissà. A un certo punto avviò in Francia un’impresa tessile, ma più che al lavoro era interessato alle lavoratrici. Infatti l’azienda andò a catafascio e lui venne arrestato per debiti. Sempre in Francia divenne ricco organizzando e diventando concessionario del gioco statale del lotto. Però i quattrini di Casanova vanno sempre rapidamente in fumo. L’unico suo vero mestiere fu quello dell’avventuriero. Nell’Europa del Settecento gli avventurieri formavano una specie di compagnia di giro. In combutta o in competizione tra loro, si spostavano da un Paese all’altro vivendo di espedienti, di affari ed affarucci più o meno loschi, il gioco d’azzardo, il ciarlatanismo delle pratiche “magiche”».
Nel secolo dei Lumi la moda occultistica è il rovescio della Raison. Tra le élite di Antico regime spopola.
«C’era grande richiesta di alchimisti, veggenti, cabalisti... Casanova giustifica quell’attività di “gabbatore” dicendo in sostanza: se non avessi approfittato io dei creduloni, lo avrebbe fatto qualcun altro».
Corte Sconta detta Arcana. Il cultori di Corto Maltese conoscono bene quella misteriosa piazzola partorita dall’immaginazione del veneziano Hugo Pratt. È in un posto del genere che mi porta a pranzo il gourmet Alessandro Marzo Magno. La trattoria avrà sì e no sei tavoli. Affaccia su un campiello nascosto tra i dedali della città. Se volessi tornarci non saprei ritrovarlo. A tavola il discorso scivola subito su Casanova e il cibo. L’Histoire è anche una dettagliatissima rassegna di pietanze. Gamberi, ostriche, tartufi, bolliti, stracotti, selvaggina, formaggi, gelati... Una raffinata crapula. «Tutto copiosamente inaffiato da vini. L’alcol allenta le inibizioni. E dopotutto, la gola fa da sempre il paio con l’eros. Nelle memorie ho contato centoventi piatti» dice lo scrittore. «Mentre le donne menzionate sono centosedici».
Siamo lontani dalle 1.300 conquiste vantate dal Don Giovanni mozartiano soltanto “in Ispagna”.
«Con calcolo approssimativo, se ne può ricavare che in 42 anni di attività sessuale, sui 73 della sua vita, Casanova abbia avuto in media 2,7 amanti l’anno. Non siamo lontani soltanto dal Don Giovanni, ma anche da un qualsiasi bagnino di Rimini o da un maestro di sci di Cortina».
Comunque è documentato che nel Don Giovanni di Mozart Giacomo abbia messo lo zampino.
«Sono stati ritrovati alcuni versi che aveva scritto per l’opera. Non sappiamo perché non vennero utilizzati. Il Don Giovanni va per la prima volta in scena a Praga il 29 ottobre 1787. In precedenza il librettista Lorenzo Da Ponte si era assentato dalla città e forse si pensò di far ricorso a Casanova per rimpiazzarlo momentaneamente. Il veneziano e Da Ponte strinsero una forte amicizia. Li accomunavano il gusto dell’avventura e la megalomania».
Restando in tema di dongiovannismo: malgrado tutto, Giacomo non può essere ridotto a un fallocrate unidimensionale.
«No, è un personaggio poliedrico. In un pamphlet satirico del 1772, intitolato Lana caprina, polemizza con i dotti secondo cui le donne ragionerebbero con l’utero. Dando prova di una sorprendente modernità, Casanova afferma invece che le differenze tra i sessi vadano ricondotte “all’educazione e alla condizione della donna”. Per poi concludere che certo pensiero maschile non è mens, mente, bensì mentula».
Qui che nessuno ci sente possiamo tradurlo: “cazzo”.
«Parola che, nelle cinquemila pagine delle memorie, Giacomo utilizza in un’unica occasione, ma citando un proverbio in voga all’epoca: “Cazzo non vuol pensieri”. Come a dire che il ragionamento nuoce alla voluttà. Nei suoi ricordi Casanova non è mai volgare. Il sesso è descritto con perifrasi, metafore, allusioni».
Non è sempre lui a prendere l’iniziativa. Racconta anche di essere stato sedotto. Ma qualche volta gli capita di fare cilecca a letto?
«Che mi risulti non ne parla. Però ammette di aver fallito in qualche tentativo di conquista».
Con il suo gusto del travestitismo, il Settecento è anche il secolo dell’ambiguità sessuale. Nelle memorie c’è traccia di relazioni omosex?
«Come la massoneria, l’omosessualità tra uomini è un tema sul quale Casanova sorvola, limitandosi a qualche accenno. Ma accenni sufficienti a farci capire che l’omoerotismo maschile non gli fosse sconosciuto».
Ce lo descrivono come un bel marcantonio. Era così?
«Pare proprio di sì. Un metro e novanta di altezza, naso pronunciato e aquilino, fronte spaziosa. Di lui ci restano molti ritratti. Ma l’unica immagine attendibile è un’incisione del praghese Johann Berka che lo raffigura di profilo. In quel momento Giacomo ha 63 anni, ma ne dimostra di più. Ha le labbra rientranti di chi ha perso i denti. È lui stesso a confessare di ritrovarsene ormai soltanto due su trenta».
Nel 1785 si trasferisce in posto sperduto della Boemia, Dux, oggi Duchov, dove lavora come bibliotecario per il conte di Waldstein, e dove morirà. Come visse la vecchiaia, il decadimento fisico?
«Gli ultimi anni sono ambivalenti, dominati dall’amarezza, da una disillusione non solo personale. La rivoluzione francese ha distrutto il suo mondo, Casanova vira verso posizioni reazionarie. Sul finire, chissà con quanta sincerità, sembra aggrapparsi alla fede. In punto di morte avrebbe detto: “Grande Iddio, e voi, testimoni della mia morte, ho vissuto da filosofo e muoio da cristiano”. Ma l’ultima fase della sua vita è segnata anche dall’energia profusa nella stesura delle memorie. Scriverle, confessa, “è stato l’unico rimedio cui ho pensato di far ricorso per non impazzire”».
È come se con quel lavoro matto e disperatissimo cercasse un’estrema rivincita.
«La sua vera ambizione fu quella di imporsi come letterato. Ambizione frustrata. Casanova è un poligrafo abbastanza prolifico. In vita pubblicherà 43 opere, ma senza mai sfondare. Fu un personaggio conosciuto, ma non divenne una celebrità vivente alla stregua, mettiamo, di un Cagliostro. Quando Giacomo incontra Caterina di Russia, la zarina lo pugnala nell’ego: “Siete il fratello del pittore?”. Si riferiva al fratello Francesco, artista all’epoca famoso per i suoi quadri di battaglie, ma oggi dimenticato».
Insomma Giacomo assurge a mito soltanto da morto.
«Paradossalmente verrà consacrato dal secolo successivo, l’Ottocento bacchettone e moralista, che lo bolla come un turpe dissoluto, ma sottobanco inizia a farne circolare le memorie. Benché non lo sia, L’Histoire de ma vie, la cui vicenda editoriale è complicatissima, viene fatta passare per un’opera pornografica, ma proprio per questo diventa un bestseller. Clandestino».
Quand’è che, da cognome, Casanova diventa sinonimo di seduttore?
«A partire dal 1862, mi hanno detto i casanovisti».
Chi sono i “casanovisti”?
«Persone dall’erudizione impressionante e di una dedizione ammirevole, ma talvolta molto suscettibili e tendenti all’idealizzazione agiografica del personaggio. In pratica una setta»
.C’è da capirli. Di questi tempi, i fan di Giacomo è meglio che se ne restino schisci.
Sul Venerdì del 27 dicembre 2024