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Gabriele Bronzetti: il medico a cuore aperto

Gabriele Bronzetti (60 anni) con Caterina, una piccola paziente, e il suo libro Nel cuore degli altri. 

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Da ragazzo barista. Oggi fa il cardiologo dividendosi tra Bologna e lo Zimbabwe. Poi studia, legge molto e scrive libri. E tutto ciò che impara lo riversa in ambulatorio
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Bologna. In sala d’attesa, reparto di pediatria del Sant’Orsola, non tutti sanno che a visitarli tra poco sarà un medico- scrittore. Hanno altri pensieri, qui: i neonati vanno esaminati per una sospetta cardiopatia, qualcuno arriva per i controlli pre-trapianto, un adolescente è in fila per sapere se quel soffio al petto sia finalmente andato via. Eppure, che lo abbiano previsto meno, tutti alla fine escono con un titolo, un’opera, una canzone. «Il cuore ha più stanze di un albergo, lo sapeva?», ripete Gabriele Bronzetti, 60 anni, citando Márquez. «E queste coronarie, non sembrano un coro d’angeli? Sono i tubi della vita», dice a due giovani genitori. Cardiologo, appassionato di parole, arte e connessioni, il suo ultimo libro Nel cuore degli altri (Aboca Edizioni), unisce le sue due vite, medicina e scrittura, tra tachicardie e citazioni all’impronta.

Bronzetti, ma alla fine preferisce la scienza o le novelle?

«Tutte e due, è un matrimonio aperto. Dico sempre “chi sa tutto di medicina…

Bologna. In sala d’attesa, reparto di pediatria del Sant’Orsola, non tutti sanno che a visitarli tra poco sarà un medico- scrittore. Hanno altri pensieri, qui: i neonati vanno esaminati per una sospetta cardiopatia, qualcuno arriva per i controlli pre-trapianto, un adolescente è in fila per sapere se quel soffio al petto sia finalmente andato via. Eppure, che lo abbiano previsto meno, tutti alla fine escono con un titolo, un’opera, una canzone. «Il cuore ha più stanze di un albergo, lo sapeva?», ripete Gabriele Bronzetti, 60 anni, citando Márquez. «E queste coronarie, non sembrano un coro d’angeli? Sono i tubi della vita», dice a due giovani genitori. Cardiologo, appassionato di parole, arte e connessioni, il suo ultimo libro Nel cuore degli altri (Aboca Edizioni), unisce le sue due vite, medicina e scrittura, tra tachicardie e citazioni all’impronta.

Bronzetti, ma alla fine preferisce la scienza o le novelle?

«Tutte e due, è un matrimonio aperto. Dico sempre “chi sa tutto di medicina, non sa niente di medicina”, e coltivare passioni nutre costantemente la mia professione. Quando sono a un convegno scientifico, mi sento in colpa perché non sto leggendo l’ultimo libro, che so, di Sandro Veronesi. E se mi perdo in un romanzo mi castigo dentro per non spulciare in quel momento l’ultima scoperta sull’aorta»

Davvero, la letteratura può essere utile per spiegare il nostro corpo?

«Sì, le parole sono i globuli rossi del pensiero e il sangue dell’anima. Già l’elettrocardiogramma è come un “diario” che riga dopo riga sta scrivendo il nostro cuore. Pensi che vi si può leggere anche il futuro, come una cartomanzia: certi eventi sono anticipati da onde riconoscibili. E prendiamo la sincope, una perdita di coscienza transitoria dovuta anche a eccesso di emozione. Nella Commedia Dante sviene tre volte: per empatia con Francesca, per paura di un tuono e infine per senso di colpa verso Beatrice».

Notevole, per un medico che ha fatto l’istituto agrario e poi è stato a lungo dietro il bancone di un bar della Riviera romagnola…

«Mi sento ancora anche un barista: prima shakeravo Gin Fizz e mescolavo Negroni, ora le sonde prima di una visita. Quello è stato il mio primo pronto soccorso. Da un lato, dovevo diagnosticare la solitudine, il bisogno di compagnia. Dall’altro, è lì che ho visto le prime overdose, la schiuma rosa alla bocca. Nella mia Rimini erano gli anni di San Patrignano: molti eroinomani venivano davanti al bar a farsi l’ultima dose, prima di andare da Muccioli. Avevano una crisi e provavo ad aiutarli. Anche per questo ho scelto Medicina. Ho imparato che è la dose che fa il veleno in tutto, dall’amore alla ginnastica, dai farmaci al cibo».

E perché cardiologia?

«Tra le immagini che scorrono c’è quella del mio babbo: una crisi cardiaca mentre provava a cambiare una gomma per strada. Lo avevo visto sempre forte, portava le bombole a casa degli altri a spalla. Un giorno invece, come scrive Joan Didion in L’anno del pensiero magico, ti siedi e ti accorgi che la vita come la conoscevi prima non esiste più. Lo accompagnavo ai controlli, collezionavo bugiardini dei farmaci. Quando cresci e lo perdi , ti rimane un senso di colpa...Forse avrei potuto capire che... La verità è che ogni medico è un guaritore ferito. Infine ho approfondito un organo misterioso, che dà il nome e il numero a molte più cose».

In che senso?

«Si dice “ricordare” per parlare di come abbiamo sigillato i momenti, non “rifegatare”. Il cuore è un simbolo. Lo nominiamo almeno tre volte al giorno, non accade al rene, al fegato, al pancreas. Comincia a battere 21 giorni dopo il concepimento, 21 grammi è il peso di quello di un neonato e anche quello dell’anima: un corpo senza cuore, prelevato per esempio durante un’autopsia, pesa 21 grammi in meno».

Di tutti i cuori alla fine, ha scelto quello dei più piccoli.

«A differenza degli adulti, che ce l’hanno adulterato perché sanno mentire, loro hanno un Cuore così bianco, proprio come il titolo di un romanzo di Javier Marías. Se azzardo i nomi dei loro primi “amori”, accelerano la frequenza, spunta un’extrasistole. E poi posso mettere in sottofondo David Bowie, o Le Tagliatelle di Nonna Pina. Poi, capita di sentirsi impotenti».

Quando?

«Quando trovi una cardiopatia congenita estrema e devi annunciare a una famiglia, in Italia, un percorso lungo e pericoloso. O quando vai dall’altra parte del mondo, in Zimbabwe, e vorresti portare tutti i bambini qui, per dare loro un’altra possibilità».

Le sue presentazioni del libro sono sempre molto affollate. Tornare poi qui, a visitare in serie in ambulatorio, la fa sentire poco valorizzato?

«È bello vedere la platea affollata, e poi qualche potenziale medico potrebbe essere all’ascolto... Ma lo è ancora di più dire a due genitori che il figlio sta bene e può tornare a casa».I colleghi cosa le dicono del libro?«Non ne parliamo molto. Capita più di frequente che mi facciano i complimenti per i volumi che ho scritto sulla cardiologia e sull’interpretazione dell’elettrocardiogramma, ottomila copie in un settore specialistico sono una specie di bestseller. Però c’è chi adotta Nel cuore degli altri all’università, come esempio di Medicina narrativa, per delle lezioni pop».E il suo, di cuore, come sta?«Bene, provo a imparare dagli errori degli altri. E ad averlo leggero, senza rimpianti, senza rancori. Se non si hanno malattie congenite e non si fanno stravizi, è difficile ammalarsi di cuore mentre si ama e con un mondo bello intorno».

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