Banlieue mon amour: in un libro fotografico la poesia della vecchia Parigi
di Marco CicalaDopo anni di precoce nomadismo, aveva infine trovato una stanzetta tutta per sé. Era una mansarda al n. 4 di Rue de Savoie, viuzza silenziosa del VI arrondissement parigino, a due passi dai Lungosenna della Rive gauche. Eppure nemmeno in quel sottotetto Blaise Cendrars riuscirà a piantare le tende, ad abitare davvero. Non può star fermo. La camera, poco più di un loculo col materasso buttato per terra, diventa subito qualcosa a metà tra un collage e una discarica: accozzaglia di libri, cataloghi, giornali, dipinti, piatti e stoviglie rubati sui wagon-lits… «Ci andavo tra due treni, tra due piroscafi, a svuotare le valigie, a lasciarci un amico, a sfogliare un libro. Ne ripartivo sempre al più presto, la testa piena, ma il cuore e le mani liberi» avrebbe raccontato più tardi.
Siamo nel 1912, il venticinquenne Cendrars – al secolo Frédéric Sauser – è approdato a Parigi due anni prima. Dalla Svizzera natale, la vita l’ha già spinto fino a Napoli, Mosca, San Pietroburgo, New York. Ha prov…
Dopo anni di precoce nomadismo, aveva infine trovato una stanzetta tutta per sé. Era una mansarda al n. 4 di Rue de Savoie, viuzza silenziosa del VI arrondissement parigino, a due passi dai Lungosenna della Rive gauche. Eppure nemmeno in quel sottotetto Blaise Cendrars riuscirà a piantare le tende, ad abitare davvero. Non può star fermo. La camera, poco più di un loculo col materasso buttato per terra, diventa subito qualcosa a metà tra un collage e una discarica: accozzaglia di libri, cataloghi, giornali, dipinti, piatti e stoviglie rubati sui wagon-lits… «Ci andavo tra due treni, tra due piroscafi, a svuotare le valigie, a lasciarci un amico, a sfogliare un libro. Ne ripartivo sempre al più presto, la testa piena, ma il cuore e le mani liberi» avrebbe raccontato più tardi.
Siamo nel 1912, il venticinquenne Cendrars – al secolo Frédéric Sauser – è approdato a Parigi due anni prima. Dalla Svizzera natale, la vita l’ha già spinto fino a Napoli, Mosca, San Pietroburgo, New York. Ha provato a studiare filosofia, poi medicina, però niente: ha troppa fretta, smania di andare, di bourlinguer, girovagare. Vive di nulla, espedienti, lavoretti raccattati qua e là. Fuma, beve vino proletario, chiacchiera nelle osterie, osserva, scrive. Percorre a piedi distanze degne di un Rimbaud. «Paris est immense» annota. La capitale non è una città, ma un universo, l’inurbamento massiccio ne ha fatto un mosaico scomposto ed esaltante di attività, idiomi, figure.
Una miniera di storie
È anche la Parigi del cubismo, l’unica avanguardia nella quale l’insofferente Cendrars (pronunciare “Sandràr”) si riconoscerà almeno un po’, e che meglio illustra la sua scrittura. Scrittura poetica anche quando non si condensa in versi – mirabili – ma si distende in prose torrenziali; scrittura tutta digressioni, flash, immagini repentine, visioni. Nessuna abitazione può contenere Blaise. Rientrando in Rue de Savoie sbronzo e /o sfinito dal peregrinare, lo scrittore non va a dormire: sviene. Crolla su quell’ammasso di cianfrusaglie, poi riprende conoscenza e si rimette in marcia. Palmo a palmo, batte anche le banlieues.
Le periferie dell’epoca incarnano la quintessenza della metropoli che ama. Con la loro promiscuità sofferta e sanguigna sono un giacimento di storie, personaggi. Cendrars li fagocita. C’è il lottatore da luna park, lo spaccapietre, il libertario-cinico che non è stato espulso dalla città ma l’ha mollata per disprezzo. C’è il mouchard (l’informatore della polizia), il pescatore di lucci sigillato nella sua arcana solitudine lungo la Senna che pare ancora quella degli impressionisti. E il torturatore di gatti, l’inventore di astrusi brevetti, il tizio con tatuata in fronte la scritta “Figlio della sfortuna”, la battona sdentata che imbonisce i clienti al motto di “Ingoio tutto”, ma pure il detestato piccolo-borghese che udendo all’alba il rombo dei camion della spazzatura sveglia la moglie allarmato: «È la rivoluzione? La periferia rossa che insorge?». Sembrano sketch di un film di Marcel Carné o Jean Renoir.
Entre-deux, terra di mezzo, né città né campagna, la periferia del folle Novecento è l’habitat ideale per uno come Blaise, un tipo costitutivamente de-centrato, spaesato, senza patria, dimora, ormeggi. La banlieue non lo fa sentire a casa, ma sempre lontano, in un eterno altrove, l’Ailleurs dei poeti o dei mistici che tanto gli sono cari.
Amicizia istantanea
Facciamo un salto in avanti. Anno 1945: seppur in posizione eccentrica, Cendrars è ormai un autore affermato, e con inenarrabili trascorsi alle spalle. Ha fatto comunella con Apollinaire, Chagall, Léger, i Delaunay. È stato ritratto da Modigliani. Allo scoppio della Grande guerra si è arruolato nella Legione straniera e sul fronte della Somme ci ha rimesso un braccio, il destro. Smadonnando, imparerà a cavarsela col sinistro. La mutilazione però non lo frena. Viaggia ovunque, dall’Africa al Sudamerica. Scrive anche per il cinema, la danza, i giornali. Nel quadriennio dell’occupazione nazista se ne rimane appartato ad Aix-en-Provence. È lì che al termine del conflitto viene raggiunto per un reportage dal giovane fotografo Robert Doisneau – oggi più famoso di lui. I due sono nati a un quarto di secolo di distanza, nulla sembra unirli. Invece l’amicizia è istantanea.
Nell’ottobre ’49 il sodalizio porterà alla pubblicazione di La banlieue di Parigi. Ora proposto per la prima volta in italiano dalle edizioni Clichy, il volume è un oggetto prezioso e singolare. Si apre con quattro testi di Cendrars dedicati rispettivamente alle periferie Sud, Ovest, Est, Nord. Seguono le – celeberrime – foto di Doisneau, raggruppate per temi: Bambini, Amore, Paesaggi, Domeniche e feste, Divertimenti, Lavoro, Capolinea, Abitazioni.
Come spiegato nella postfazione, il libro non era il frutto di sopralluoghi compiuti insieme dai due autori. Mano mano che li realizzava, Doisneau inviava gli scatti a Blaise, il quale, scrivendo, gliene commissionava altri. Quelle di Cendrars sono delle lunghe “didascalie” poetiche alle immagini di Doisneau. E forse La banlieue di Parigi andrebbe letto al rovescio: partendo dalle foto per poi abbandonarsi ai testi.
Arrendersi alla bellezza
Altro aspetto curioso dell’operazione è che sulle banlieues, come più in generale sulla realtà, lo scrittore e il fotografo non erano in consonanza. All’entusiasmo giovanile e tutto postbellico di Doisneau fa da controcanto la disillusione dell’ultrasessantenne Cendrars, che avverte: «Sono portato alla cupezza, per non dire a un pessimismo sistematico… Non ho fiducia, ne ho viste troppe». I suburbi non sono più quella materia lavica da romanzo che egli ha conosciuto. La nuova urbanistica li va addomesticando in luoghi dell’alienazione: «Un mondo spento, stordito, che le ha prese di santa ragione, è andato al tappeto». Le fabbriche sono inferi. Sulle case incombono le ciminiere. E il cielo di periferia sembra spurgato da quelle torri. Sui treni stracolmi di pendolari i volti guardano nell’obiettivo inebetiti dal tran-tran, dal fatalismo, dall’alzataccia. Senza contare le tristi domeniche: «Non conosco niente di più deprimente dei tardi pomeriggi della domenica in questi paesini della vicina banlieue trasformati in deserti lastricati... Atmosfera da fine del mondo. Odore di muffa. Una noia interminabile».
La vena mitica delle antiche plebi è prosciugata. E tuttavia, davanti alla deflagrante, umanistica bellezza delle immagini di Doisneau – «Foto così vere» – il riottoso Cendrars è costretto ad arrendersi. «Il mio testo è più tenebroso delle foto su cui dovrebbe fare luce» ammette. Però si lancia in una cinquantina di pagine formidabili dove i ricordi personali si impastano con le memorie collettive, l’incanto elegiaco con l’invettiva, l’aneddoto con la lirica. Un isomorfismo salda la banlieue, che è palinsesto di forme, linguaggi, vissuti, con le frasi del bardo, che incedono sovente per accumulo paratattico: «Centrali del gas, ospedali, moli, ospizi, centrali elettriche, dormitori pubblici, stazioni di smistamento, cimiteri, scuole, missioni, Esercito della Salvezza, campi sportivi e mattatoi, mercati delle pulci e panifici, magazzini, depositi militari, conventi, cappelle, residuati bellici... club clandestini, sale riunioni, stadi... e bistrot a ogni angolo di strada, un bistrot, dieci bistrot, cento bistrot, bistrot a migliaia...».
Gioie popolari
Affabulatore omerico, Cendrars è un anarco-populista senza ideologia né miserabilismi. Per lui “le peuple” non è che l’umanità eternamente vinta, tradita, fottuta dalla Storia. Con che diritto negarle però non tanto la speranza – parolona escatologica – ma la semplice gioia? Gaité-Joie pour tous promette lo striscione di una festa nel sobborgo di Athis-Mons. E non sono forse, malgrado tutto, gioiosi i ragazzi e le ragazze che in una foto scattata da Doisneau a Gentilly formano un festone umano pavesando lugubri casermoni in cima a una scarpata? Non sono gioiose le coppie di giovani sposi per le quali il rinfresco di nozze si riduce a una bicchierata nel bar accanto al municipio? E, nella prolifica Francia della ricostruzione, non sono ridenti le madri che spingono passeggini di dimensioni mostruose? Per tacere dei bambini, che essendo sempre fotogenici, rischiano di diventare facili prede di retorica sentimentale. Mentre «la cosa più triste in questo scenario industriale... è incontrare dei ragazzini che vanno a scuola la mattina... I bambini traditi dalle istituzioni, irreggimentati in nome di una morale, di una propaganda, di una patria, di un partito, o abbandonati... forse è questo il peccato del mondo».
Alla fin fine, gli scugnizzi di borgata ritratti da Doisneau «chi sono? Da dove vengono? Dove vanno?». Il poeta non lo sa. E sospende il responso. Ma accettando di scrivere sulle foto dell’amico compie un gesto filosofico di assenso al mistero vitale. Rendendogli omaggio nel 1958, André Malraux, allora ministro, dirà: «Né il nome né l’opera di Cendrars sono ignorati, ma distrattamente riconosciuti». È venuto il momento di rimediare. Magari ripartendo dalle banlieues. Di cui oggi ci si ricorda solo quando prendono fuoco. La miccia fu accesa molto tempo fa.
Sul Venerdì del 3 gennaio 2025