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La figlia di Lisa Marie Presley: “Per amore mamma conservò nel ghiaccio il cadavere di mio fratello”

Elvis e la figlia Lisa Marie nel 1970 
Nonno Elvis, nonna Priscilla e mamma Lisa Marie che, prima di morire, ha registrato le sue memorie. Ora raccolte dalla figlia Riley Keough in un libro. Senza filtri né censure
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«Mia madre era una donna radicalmente onesta: non mi ha mai nascosto nulla. Una caratteristica di famiglia. Sapevo dunque tutto di lei anche prima di ascoltare i nastri su cui aveva registrato le sue memorie in vista del libro che avrebbe voluto scrivere. Purtroppo, non ha fatto in tempo, è morta a 54 anni per arresto cardiaco in seguito a un’operazione bariatrica, quelle per ridurre il peso. Due mesi prima mi aveva chiesto di aiutarla a scrivere le sue memorie e dopo la sua scomparsa ho preso molto sul serio la sua volontà, sebbene non avessimo mai avuto il tempo di discutere le modalità».

Dalla sua casa di Los Angeles, mentre dalle finestre filtrano le prime luci dell’alba, l’attrice e scrittrice Riley Keough, 35 anni, racconta via zoom la genesi di Da qui fino all’ignoto (Piemme). Le memorie di sua madre Lisa Marie Presley, unica figlia del “re del rock and roll” Elvis e di quella Priscilla di cui il musicista s’innamorò quando lei era ancora minorenne, alla cui figura Sofia Coppol…

«Mia madre era una donna radicalmente onesta: non mi ha mai nascosto nulla. Una caratteristica di famiglia. Sapevo dunque tutto di lei anche prima di ascoltare i nastri su cui aveva registrato le sue memorie in vista del libro che avrebbe voluto scrivere. Purtroppo, non ha fatto in tempo, è morta a 54 anni per arresto cardiaco in seguito a un’operazione bariatrica, quelle per ridurre il peso. Due mesi prima mi aveva chiesto di aiutarla a scrivere le sue memorie e dopo la sua scomparsa ho preso molto sul serio la sua volontà, sebbene non avessimo mai avuto il tempo di discutere le modalità».

Dalla sua casa di Los Angeles, mentre dalle finestre filtrano le prime luci dell’alba, l’attrice e scrittrice Riley Keough, 35 anni, racconta via zoom la genesi di Da qui fino all’ignoto (Piemme). Le memorie di sua madre Lisa Marie Presley, unica figlia del “re del rock and roll” Elvis e di quella Priscilla di cui il musicista s’innamorò quando lei era ancora minorenne, alla cui figura Sofia Coppola ha di recente dedicato un film.

Un libro intenso, dove non si fanno sconti. Tutto è raccontato senza fronzoli: i matrimoni della donna – celebri quelli con Michael Jackson e Nicolas Cage – la sua dipendenza dalle droghe (iniziata dopo il cesareo per far nascere i suoi gemelli). Fino alla vicenda choc del corpo del figlio suicida Ben conservato per due mesi nel ghiaccio secco a casa «perché non riusciva a distaccarsene». Una vita straordinaria. Eppure Keough ripete spesso nel corso dell’intervista la parola “normale”.

Ciò che a lei appare normale è straordinario per tutti gli altri. Com’è appartenere a una famiglia così radicata nell’immaginario americano?
«So di appartenere a una famiglia unica e ne sono grata. Ma ci sono nata e non c’è stato un momento in cui mi sono detta: “Oh, sono la nipote di Elvis”. Per me siamo una famiglia normale nel senso che è sempre stata lì. Non ho mai avuto altro con cui comparare la mia storia personale».

Somiglia in particolare a qualcuno?
«Mio nonno, mia nonna, mia mamma, i miei fratelli e sorelle... siamo tutti diversi eppure ci accomuna l’essere profondamente onesti gli uni con gli altri. Ci siamo sempre detti le cose senza girarci intorno. Con amore, mai con cattiveria. Anche perché abbiamo tutti un profondo senso dell’humor. Ecco, humor e onestà sono caratteristiche familiari».

Sua mamma Lisa Marie ha avuto una vita davvero intensa. Ci sono cose che avrebbe preferito non sapere?
«Era appunto molto onesta con me, si è sempre confidata. La fatica più grande è stata ascoltare i nastri da lei registrati mentre affrontavo il lutto e il dolore per la sua scomparsa: e dunque è stato emotivamente molto intenso. Ma non c’era nulla che non conoscessi o scoprissi per la prima volta. Dunque per me non c’è stato nulla di sgradevole. Anzi, dopo un po’ avevo la sensazione di ascoltarla parlare al telefono. Era lì con me, è stato a tratti perfino di conforto. Mi sono sentita fortunata ad avere la voce registrata di mia mamma lì, a raccontarmi la sua intera storia. Ho provato grande tenerezza per lei».

Come la descriveresti?
«Era proprio come la racconto nel libro. Mio nonno Elvis ne aveva fatto una sorta di principessa di Graceland, la dimora di famiglia. Aveva un letto a forma di hamburger e un aereo col suo nome. Vera cocca di papà, fin da bambina girava per i terreni con un piccolo golf cart e minacciava di licenziare chi non le obbediva. Mi piace quel suo aspetto di bambina libera e un po’ selvaggia, il periodo più felice della sua vita. Era un piacere ascoltarla quando ne parlava. La vita però non è sempre stata facile. Elvis aveva serie dipendenze e spesso lei lo trovò svenuto sul pavimento. E lo vide portar via il giorno della sua morte. Aveva 9 anni eppure lo ricordava sempre: “Ricordo pure il colore dei suoi calzini sulla barella” diceva. L’adolescenza fu difficile. Fatta di droghe e fidanzati tremendi: uno orchestrò perfino una trappola coi paparazzi. Con mia nonna Priscilla ebbe un rapporto sempre difficile. Finì per entrare in Scientology. La sua relazione più sana è stata quella con mio padre Danny. Infatti, sono rimasti amici per tutta la vita».

Si sposò molte volte, amava quegli uomini?
«Oh, sì moltissimo. Tutti. Era sempre innamorata».

E lei, a quei mariti di mamma voleva bene?
«Ho voluto molto bene a tutti i suoi compagni. Anzi, quando si lasciavano rimanevo malissimo. Mi arrabbiavo con lei, piangevo. Solo uno non mi piacque: ma non farò il nome e poi non è famoso. Michael Jackson era delizioso, sono stata molto legata a lui. Il loro fu un matrimonio normale. Breve, ma reale. Posso dirlo perché c’ero. Lasciarsi fu difficile per entrambi – lei era stata la sua prima donna – e restarono molto legati. Mia madre non credette mai alla faccenda delle molestie: “Non ho mai visto nulla del genere. Se fosse accaduto lo avrei ucciso con le mie mani”, ripeteva. Ma non ho molto altro di interessante da dire su quella relazione. A renderla straordinaria era solo l’enorme numero di paparazzi che li aspettava sempre fuori casa. Ma dentro non accadeva nulla di particolare. La mattina gli andavo a dare il buongiorno in camera da letto. Poi andavo a scuola e quando tornavo a tavola mi chiedevano come era andata, cose così. Con Nicolas Cage, invece, ebbe una relazione molto divertente sebbene il rapporto non fu mai particolarmente intenso».

Le chiese aiuto per scrivere il libro pochi mesi prima della sua morte. Come andò?
«Mi chiedeva spesso aiuto o consiglio. Quando mi parlò del libro disse: “Tu mi conosci meglio di quanto io conosca me stessa”. All’epoca non ci pensai molto. Risposi “certo” senza sapere cosa significava. Effettivamente, la conoscevo bene. La capivo. Era una persona complicata che faticava ad avere relazioni lunghe perché alzava molti muri. Si fidava davvero solo di chi la amava incondizionatamente. E io ero una di quelle persone. Quando morì, all’improvviso, seppi di dover finire il libro. Lei non aveva scritto una riga ma registrato una montagna di cassette».

È stato difficile?
«Fino ad allora avevo scritto solo racconti di fiction mentre qui sono dovuta entrare nei panni di una persona vera, anche se la conoscevo bene. Allo stesso tempo è stato facile: la struttura è cronologica, ho semplicemente messo in ordine gli eventi. Riempiendo i buchi facendo ricerca e interrogando i suoi amici. Quelle parti sono scritte dalla mia prospettiva, con un carattere diverso per far capire che non è la sua voce».

Ci sono parti molto dolorose. Come la vicenda del cadavere di suo fratello.
«Può sembrare una storia macabra e terribile. Ma io che la amavo so perfettamente che accadde perché non riusciva a staccarsi da lui. A un certo puntò chiamò perfino un tatuatore perché voleva copiasse il tatuaggio sulla mano di Ben. Lo voleva identico e nel medesimo posto: e gli mostrò il cadavere. Lo fece con tale naturalezza che quello non fiatò».

Lisa Marie era molto legata a Graceland. Qual è il suo rapporto con quel luogo così caro ai fan di Elvis?
«Lei lo amava molto, era il luogo della sua infanzia. Per me è diverso. Ci sono cresciuta ma era già un museo. Resterà così: un luogo per i fan di giorno e la casa dove si ritrova la famiglia la sera».

Ha raccontato in una intervista a Oprah Winfrey che sua madre piangeva sempre quando ascoltava la musica di Elvis.
«È vero, piangeva. Parlava di lui con piacere ma non spessissimo: solo se qualcosa le risvegliava un ricordo – ad esempio davanti alle montagne russe, dove lui la portava spesso. Ne parlava normalmente, come si fa di qualcuno che si è molto amato e non c’è più».

Lei che rapporto ha con quei brani?
«L’emozione che provo non è quella di una fan qualsiasi. So bene che era mio nonno».

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