Daron Acemoglu: non capisco tutto questo tecno ottimismo
di Giuliano Aluffi«L’intelligenza artificiale porterà molta meno crescita di quanto si crede. E Trump non difenderà i lavoratori da disoccupazione e disuguaglianze legate all’IA». A dirlo è un economista che di crescita si intende: Daron Acemoglu, docente al Mit, che insieme a Simon Johnson e James A. Robinson ha vinto il Premio Nobel per l’economia 2024 per aver mostrato che “le società con uno Stato di diritto scadente e istituzioni che sfruttano la popolazione non generano crescita”, come scritto dal Comitato del Nobel nella motivazione del premio. Insomma, «io non capisco tutto questo tecno-ottimismo».
Professor Acemoglu, vorremmo partire dall’inizio: come è nata la sua passione per l’economia?
«Crescendo a Istanbul, da ragazzo, visto lo stato di povertà e di forti diseguaglianze che vedevo in Turc…
«L’intelligenza artificiale porterà molta meno crescita di quanto si crede. E Trump non difenderà i lavoratori da disoccupazione e disuguaglianze legate all’IA». A dirlo è un economista che di crescita si intende: Daron Acemoglu, docente al Mit, che insieme a Simon Johnson e James A. Robinson ha vinto il Premio Nobel per l’economia 2024 per aver mostrato che “le società con uno Stato di diritto scadente e istituzioni che sfruttano la popolazione non generano crescita”, come scritto dal Comitato del Nobel nella motivazione del premio. Insomma, «io non capisco tutto questo tecno-ottimismo».
Professor Acemoglu, vorremmo partire dall’inizio: come è nata la sua passione per l’economia?
«Crescendo a Istanbul, da ragazzo, visto lo stato di povertà e di forti diseguaglianze che vedevo in Turchia dopo una dittatura militare, ho iniziato a farmi domande sulla relazione tra il potere politico e il benessere della popolazione. Pensavo che lo studio dell’economia potesse darmi le risposte. Poi all’Università di York ho capito che gli economisti in realtà studiano cose un po’ diverse, ma a quel punto ormai mi piaceva molto l’idea di applicare metodi matematici e quantitativi per rispondere a domande sociologiche, quindi ho continuato a studiare economia. Capii che ragionando intorno alla crescita economica – quali istituzioni la favoriscono, in che modo viene distribuita tra la popolazione – potevo tornare ad affrontare le domande che mi facevo da ragazzo».
Ha mai avuto un tentennamento nel suo percorso di ricerca?
«Sì, ma è durato pochissimo: ho fatto uno stage di tre mesi in una banca, perché volevo capire se mi sarebbe piaciuto fare carriera in quell’ambiente. Ma non lo sopportavo».
E invece quale è stato il momento “eureka!” che l’ha indirizzata verso il Nobel?
«Quando io e James Robinson abbiamo iniziato a pensare alla democratizzazione. C’erano già stati lavori sulla crescita economica e sulla ridistribuzione, ma sempre all’interno di contesti democratici dove gli elettori possono ottenere più equità tramite il voto. Con Jim abbiamo pensato alla questione da una prospettiva più storica: “Bene, ma queste nazioni sono state tutte non democratiche fino a un certo punto. Se la democrazia porta ridistribuzione, perché permangono molte diseguaglianze tra nazioni ricche e nazioni povere?”. Così abbiamo iniziato a studiare il modo in cui avvengono le transizioni alla democrazia e il nesso con la prosperità delle nazioni».
Lo studio del colonialismo è stato importante?
«Abbiamo visto il colonialismo europeo come un laboratorio ideale per capire gli effetti delle istituzioni sul destino economico, e anche perché certe società rimangano intrappolate in istituzioni nocive».
Può farci qualche esempio?
«Il colonialismo europeo ha avuto diverse facce. Ha fondato istituzioni e sistemi politici estrattivi in quelle colonie dove lo scopo principale era lo sfruttamento a breve termine delle risorse e della popolazione indigena, anche per via dell’esiguità numerica dei coloni rispetto alla dimensione della popolazione, come gli inglesi in India. E invece ha fondato istituzioni inclusive là dove lo scopo era istituire un sistema che creasse prosperità e stabilità a lungo termine per le generazioni successive dei coloni: questo è avvenuto dove i coloni erano presenti in grandi numeri, come in America».
Qual è l’humus ideale per istituzioni inclusive?
«La democrazia, che è anche – come mostra il mio lavoro empirico – un motore di crescita economica. Senza trascurare le difficoltà: le democrazie possono crollare, o creare nuovi conflitti. Ma sono la chiave per la crescita economica sostenibile».
Perché, una volta che in una società si formano istituzioni estrattive, o le si eredita dal passato coloniale, è difficile riformarle?
«Innanzitutto perché chi è al potere ci rimetterebbe. Inoltre le istituzioni estrattive creano le condizioni perché certi gruppi possano sfruttare certi altri, e anche se l’élite corrente viene estromessa, rimane per i loro successori l’incentivo a usare quegli stessi mezzi estrattivi».
È una visione pessimistica?
«Su questo tema molti sono ottimisti perché – a differenza di fattori impossibili o molto difficili da cambiare, come la geografia o la cultura di una nazione – le istituzioni possono essere cambiate. Ma bisogna anche essere realisti e capire che quando le istituzioni diventano oppressive, la strada per cambiarle è in salita. Se guardo agli Stati Uniti vedo che abbiamo un terribile presidente in arrivo, e molte istituzioni sono in uno stato di particolare fragilità. Quindi il pessimismo è giustificato. Bisogna anche però pensare che questa nazione ha sofferto problemi simili nel suo passato e li ha sempre superati. Quindi c’è ancora speranza».
A proposito di governanti ingombranti come Trump: in dicembre il nostro governo ha dato la cittadinanza onoraria a Javier Milei, il presidente ultraliberista dell’Argentina…
«Voglio anch’io la cittadinanza italiana. Tenetemi presente».Bene, ma di Milei che cosa pensa?«Beh, devo dire che lo preferisco a Trump. Anche se non lo capisco molto, perché ha anche delle posizioni non così liberiste. Però in generale penso che stia reagendo a qualcosa che si vede in Argentina ma anche negli Usa e in Italia: un gran numero di regole che sono diventate al tempo stesso molto inefficienti e politicizzate. I personaggi come Milei o Trump vengono fuori quando il popolo è stanco. Io rimango convinto che una società abbia bisogno di una forte regolamentazione dell’economia – per proteggere i cittadini dai monopoli o dagli scompensi occupazionali dell’Intelligenza Artificiale – ma credo che il nostro corrente assetto di regole non stia funzionando».
Una sua frase famosa è che “i mercati senza regole si scavano la fossa da soli”. Ci spiega perché?
«Perché certe aziende possono formare monopoli e riempire il mercato di prodotti di bassa qualità e nocivi per la salute. Un contesto regolatorio è cruciale perché i mercati funzionino. I mercati sregolati sono molto rischiosi per i loro effetti sulla distribuzione della ricchezza: se ci sono troppo pochi vincitori e troppi perdenti, se tanti fanno la fame, ciò finisce per distruggere i mercati. Vediamo qualcosa di simile in America Latina, dove oggi c’è molta poca fiducia nei mercati tra la popolazione, perché si è visto come i mercati abbiano lungamente favorito le principali aziende o i già ricchi. E però questa comprensibile sfiducia poi dà luogo ad ancora peggiori politiche contro i mercati. E la povertà rimane».
Dal pessimismo al tecno-ottimismo sull’intelligenza artificiale che vediamo ovunque sui media: che ne pensa?
«Secondo le previsioni di Goldman Sachs, il Pil globale nei prossimi anni potrebbe crescere del 7 per cento ogni anno grazie all’impatto dell’Ia sulla produttività. Altre stime parlano di un 3/4 per cento di crescita annua. Mi sembra davvero un’esagerazione tecno-ottimista. Io in uno studio pubblicato quest’anno ho stimato, considerando il fatto che i guadagni in produttività non si tradurranno a mio avviso in paghe più alte per il grosso dei lavoratori, che si avrà una crescita intorno all’1 per cento in 10 anni. Inoltre l’Ia aumenterà il divario tra il capitale e il lavoro».
Trump lascerà mano libera ai colossi della Silicon Valley?
«Lo ha già dichiarato, e poi tra i suoi maggiori supporter ci sono molti dei venture capitalist della Silicon Valley più allergici alle regole. L’ordine esecutivo per limitare i rischi dell’Ia firmato da Biden era già molto debole, al massimo poteva essere visto come un primo passo. Trump ha già detto che lo invaliderà e che spingerà per una maggiore diffusione delle criptovalute, che sono già uno dei fattori più rischiosi nell’ecosistema della Silicon Valley».