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Miliardari e sconosciuti: ecco chi sono gli uomini più ricchi d’Italia di cui non si sente parlare

Casey Martin / Alamy / ipa 

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Pignataro, Devasini, Minozzi… sono in cima alle classifiche dei patrimoni ma i loro nomi compaiono molto poco nelle cronache. Inchiesta sui Paperoni italiani
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Dimenticate i Del Vecchio, i Berlusconi e gli Elkann, Armani, Prada e i Benetton. Per non parlare di Giovanni Ferrero, primo in classifica con un patrimonio di 43 miliardi di dollari e spiccioli. E rispondete invece a questo: che mestiere fa Andrea Pignataro? Chi è Giancarlo Devasini? E vi dice qualcosa il nome di Romano Minozzi? Nelle classifiche che arrivano puntuali ogni anno – l’ultima quella della banca svizzera Ubs, comprensibilmente assai interessata ai super ricchi, prima c’era stata quella di Forbes – sui settanta e passa miliardari ufficiali che l’Italia può vantare non tutti sono celebrità. Anzi, abbondano i nomi conosciuti quasi solo dagli addetti ai lavori.

Il numero due

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Dimenticate i Del Vecchio, i Berlusconi e gli Elkann, Armani, Prada e i Benetton. Per non parlare di Giovanni Ferrero, primo in classifica con un patrimonio di 43 miliardi di dollari e spiccioli. E rispondete invece a questo: che mestiere fa Andrea Pignataro? Chi è Giancarlo Devasini? E vi dice qualcosa il nome di Romano Minozzi? Nelle classifiche che arrivano puntuali ogni anno – l’ultima quella della banca svizzera Ubs, comprensibilmente assai interessata ai super ricchi, prima c’era stata quella di Forbes – sui settanta e passa miliardari ufficiali che l’Italia può vantare non tutti sono celebrità. Anzi, abbondano i nomi conosciuti quasi solo dagli addetti ai lavori.

Il numero due

Andrea Pignataro, CEO di Ion Trading. Foto Hollie Adams/ Getty Images 

Per un viaggio esplorativo alla ricerca del Miliardario Ignoto non si può allora che cominciare da lui, Andrea Pignataro, esploso l’anno scorso come secondo uomo più ricco d’Italia. Classe 1970, laurea in Economia nella sua Bologna, primo dottorato di ricerca in Matematica – sta studiando per il terzo – carriera da trader a Londra con Salomon Brothers, quella di Pignataro pare all’inizio una storia di successo ma non eccezionale. Poi, nel 1997, la decisione di mettersi in proprio. E, da allora, una cavalcata senza soste lo porta con la sua società Ion ad avere un patrimonio stimato in oltre 27 miliardi di dollari – anche se a fronte di una quantità di debiti che nessuno riesce bene a definire, visto che l’architettura di Ion è perlomeno intricata.

Che lavoro fa esattamente Pignataro? Lui ne ha spiegato le origini in un’intervista al Sole 24 Ore, la sola mai concessa, raccontando il suo sbarco nella finanza londinese: «Venivo dal mondo della ricerca ed ero esterrefatto da quanto tempo fosse sprecato quotidianamente da persone sofisticate (molte con Phd): non c’erano né automazione né software». Detto, fatto: la sua missione diventa, appunto, quella di usare i tanti dati a disposizione nella finanza per arrivare ad «automazione di processi e decisioni, liberando energie cognitive per innovazione, creatività e ricerca». Lo fa acquisendo una serie di aziende che si occupano di software, di trattamento dei dati, anche di informazione finanziaria. E lo fa su una scala sempre più vasta, visto che l’anno scorso solo in Italia – dove ha anche comprato quote di alcune banche, tra cui Mps – ha investito circa 6 miliardi di euro.

Ogni tentativo di ritratto è inevitabilmente a due facce: uomo di intelligenza fuori dal comune, pensatore visionario, magnifico affabulatore, e al tempo stesso dedito al più ossessivo micromanagement, come racconta quell’operatore immobiliare milanese che se lo è trovato al telefono per discutere la scelta degli impianti elettrici di un edificio da ristrutturare; e, ancora, spietato businessman e macinatore seriale di collaboratori, ma al tempo stesso generoso donatore per la causa dell’istruzione. In autunno, ad esempio, ha imbarcato sull’aereo – ovviamente il suo – una pattuglia di professori della Bocconi e del Politecnico di Milano per un tour delle università americane in vista del progetto Tech Europe Foundation, un piano ambiziosissimo con cui i due atenei, la sua Fondazione Ion e il fondo Fsi puntano a lanciare mille startup nei prossimi anni. L’obiettivo – ha spiegato Pignataro meno di due mesi fa, nel discorso che ha tenuto per l’inaugurazione dell’anno accademico alla Scuola superiore di Polizia, davanti al ministro degli Interni – è creare «un ecosistema in cui la ricerca di base e l’imprenditorialità plasmino il futuro». La Fondazione Ion finanzia con 10 milioni di euro un Management Science Lab alla Bocconi. Dietro le quinte dell’università circola qualche dubbio sull’opportunità del finanziamento: saranno solo colleghi gelosi della tondissima cifra che quasi nessuna cattedra ha mai visto?

L’isola di Canouan, nelle Grenadine. Foto Getty Images 

Pignataro e la sua immensa ricchezza restano un argomento divisivo. Ne sanno qualcosa i nababbi che hanno casa sull’isola di Canouan, arcipelago delle Grenadine, che è per l’appunto proprietà del Nostro. Nel 2022 i padroni di alcune ville hanno ottenuto dal più alto tribunale locale una misura cautelare contro Pignataro e le sue società con l’accusa di averli sostanzialmente perseguitati in una disputa sulle quote “condominiali” da 250 mila dollari a botta, facendoli seguire e impedendo loro l’accesso a ristoranti, club e spiagge.

Benvenuti in crypto paradise

Su un business squisitamente immateriale puntano anche due miliardari della classifica Forbes, rispettivamente, al quarto e al 26° posto. Sono il torinese Giancarlo Devasini (con un patrimonio valutato 9,2 miliardi di dollari) e Paolo Ardoino (3,9 miliardi di dollari), uniti nell’avventura di Tether, di cui sono cofondatori. Anche in questo caso si tratta di terreni finanziari, esotici per i non iniziati: Tether è una cryptovaluta del genere stablecoin, stabile appunto perché ancorata al valore del dollaro. Devasini, nato nel 1964 e laureato in Medicina a Milano, ha avuto una breve carriera da chirurgo plastico prima di entrare nel mondo della tecnologia: all’inizio dai piani più bassi – è stato oggetto di cause da parte di Microsoft e Toshiba per la sua attività di duplicazione di Dvd – e poi svoltando con quella che oggi è una delle criptovalute più utilizzate al mondo. Tra i suoi sostenitori e soci c’è Howard Lutnick, amministratore delegato della banca d’investimenti Cantor Fitzgerald, ma soprattutto Segretario al commercio della nuova amministrazione Trump.

Giancarlo Devasini, fondatore di Tether. Foto Imagoeconomica 

I legami dei due tecnomiliardari con la destra, del resto, sono forti: appena prima di Natale, Tether ha investito 750 milioni di dollari in Rumble, una piattaforma nata per essere alternativa a YouTube e fondata dal canadese di origini macedoni Chris Pavloovski. Usata anche da Donald Trump, è considerata una delle piattaforme preferite dalla Alt-right americana e non a caso tra i suoi azionisti ci sono Peter Thiel, “papà” di Paypal e tra i grandi sostenitori del nuovo inquilino della Casa Bianca, e lo stesso vicepresidente J.D. Vance. Significativa la dichiarazione di Ardoino in occasione dell’investimento che «riflette i nostri valori condivisi di decentralizzazione, indipendenza, trasparenza, e il diritto fondamentale alla libera espressione», condita dalla riflessione che «la fiducia nei media tradizionali è sempre più erosa, creando un’opportunità per piattaforme come Rumble di offrire un’alternativa credibile e senza censure».

C’era una volta…

Ma nel mondo dei miliardari c’è anche chi ha creato la sua azienda in settori più classici, portandola a grandi risultati. Storia da Italia del Boom, anche se ben fuori tempo massimo, è ad esempio quella di Giuseppe Crippa. Nato a Merate nel 1935, comincia la sua carriera da perito elettronico. E la finisce allo stesso modo a sessant’anni, quando appena andato in pensione dalla STMicroelectronics, dopo una carriera che lo ha portato a diventare un esperto di microchip senza pari, trasforma in azienda quella che nel corso degli anni era diventata una vera ossessione: creare in Italia uno strumento in grado di “provare” il funzionamento di quelle fettine di silicio. Il classico garage, sebbene in versione prealpina e non californiana, cui si aggiunge anche la mansarda: nel 1996 nasce ufficialmente Technoprobe, oggi un colosso proprio nel settore dei test per i chip. Con la quotazione in Borsa, nel 2022, Crippa si ritrova con un patrimonio stimato attorno ai 4,7 miliardi di dollari. Nessuna stravaganza, però, per l’uomo che si è scoperto in classifica a 87 anni: accanto allo stabilimento di Cernusco Lombardone, dove l’azienda continua a essere di stampo familiare, ha creato un orto solidale con una cooperativa che dà lavoro a persone con disabilità.

Attaccati al Vinavil

Romano Minozzi, patron di Iris Ceramiche. Foto Sergio Olivero/Imagoeconomica 

In un altro settore, lo stesso ha fatto l’emiliano Romano Minozzi, finanziere e soprattutto fondatore della Iris Ceramiche, un uomo da 1,4 miliardi di dollari tra partecipazioni industriali e finanziarie.C’è anche chi ha avuto eredità stratosferiche che ha fatto fruttare, come nel caso di Sergio Stevanato: dal padre Giovanni ha ereditato un’azienda che ha trasformato in un leader mondiale di imballaggi per medicinali, quotata a Wall Street, per cui ora è al settimo posto in classifica con 7 miliardi di dollari. Anche Giorgio Squinzi, che fu patron del colosso dei collanti Mapei, presidente di Confindustria e vulcanico presidente del Sassuolo in Serie A, pur non rinunciando alla fede rossonera, ha lasciato un patrimonio stimato poco più di 1 miliardo di dollari sia ai due figli Veronica e Marco, sia alla nipote Simona Giorgetta: tre miliardari grazie – anche – al Vinavil.

Tutto in una notte

L'armatore Manfredi Lefebvre d'Ovidio. Foto Bloomberg via Getty Images 

Sempre verso il fondo della classifica – ma chi non vorrebbe comunque esserci? – ecco un altro erede d’oro. Lui si chiama Manfredi Lefebvre d’Ovidio di Balsorano di Clunières, ma è anche Cavaliere dell’Ordine di Saint-Charles et des Grimaldi per concessione di Alberto di Monaco, nel cui principato si è convenientemente trasferito anni e anni fa. Figlio del noto giurista Antonio, coinvolto nello scandalo delle tangenti Lockheed, è diventato miliardario con un colpo di penna e in una notte, quando nel 2018 ha ceduto agli americani di Royal Carribean, per 1,4 miliardi di euro, i due terzi della sua Silversea Cruises, specializzata in crociere per più che abbienti. Discretamente mondano, grande frequentatore di simposi come quelli dell’Aspen Institute, Manfredi ha visto poche settimane fa la Cassazione mettere fine a suo favore a una causa ventennale che, nella migliore tradizione delle grandi ricchezze familiari, aveva visto il fratello Francesco, all’epoca liquidato dal padre con una serie di importanti partecipazioni immobiliari, combattere nei tribunali.

Tallonare re Giorgio

Nel novero dei miliardari grazie al “grande colpo”, la vendita dell’azienda, rientra Alessandro Rosano, poco più di 50 anni e un profilo blindatissimo. Nato in Toscana, pare che adesso risieda a Hong Kong. Un’onesta carriera da imprenditore specie nel settore delle scarpe e poi, nel 2018, la svolta: nella patria della calzatura di lusso, Rosano crea HeyDude, scarpa che fin dal nome non brilla esattamente per l’estetica ma punta sulla comodità e sul fatto di poter essere indossata senza calzascarpe. In un mondo che invecchia, con qualche problema articolare e un po’ di pancia, la scarpa comoda è un successo. Con il Covid, mentre un popolo in tuta cerca calzature adeguate e lo shopping compulsivo online si afferma tra le principali attività, è un trionfo. Al punto che nel 2022 si fa avanti Crocs – altro colosso per cui la bellezza non è tutto – per comprare a un prezzo stimato di 2,5 miliardi di dollari la HeyDude. Rosano ne incassa 1,4 e finisce nella stessa classifica, chissà se ha mai osato anche solo immaginarlo, di Giorgio Armani.

Sul Venerdì del 17 gennaio 2025

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