Marco Paolini porta Darwin a teatro: “La vera specie in estinzione è il pensiero scientifico”
di Anna BandettiniCosì stanno le cose, ci spiega. Da un sondaggio di qualche anno fa, è emerso che il 38 per cento delle persone pensa che l’uomo sia stato creato da Dio. In Italia, secondo Ipsos, il 39 per cento della popolazione è incerta se sia così o no. «Altro che specie animali. Qui, in via di estinzione, c’è il pensiero scientifico, forse perché più difficile da addomesticare. Che 170 anni anni dopo, ci sia gente che ancora nega la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin per una visione creazionista, beh, mi fa impressione. Tanto più nella prospettiva, a cui oggi siamo chiamati, di dare risposte serie sui destini del pianeta».
Da artista multiforme, da autore di azioni civili a partire dal memorabile Racconto del Vajont di trenta anni fa, da attore-narratore del nostro mondo in Bestiari, Antenati, ITIS Galileo… ma anche da genitore impegnato a preservare il futuro a un figlio di nove anni, Marco Paolini ha voluto scrivere un nuovo racconto: come affrontare lo sviluppo della nostra storia evolut…
Così stanno le cose, ci spiega. Da un sondaggio di qualche anno fa, è emerso che il 38 per cento delle persone pensa che l’uomo sia stato creato da Dio. In Italia, secondo Ipsos, il 39 per cento della popolazione è incerta se sia così o no. «Altro che specie animali. Qui, in via di estinzione, c’è il pensiero scientifico, forse perché più difficile da addomesticare. Che 170 anni anni dopo, ci sia gente che ancora nega la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin per una visione creazionista, beh, mi fa impressione. Tanto più nella prospettiva, a cui oggi siamo chiamati, di dare risposte serie sui destini del pianeta».
Da artista multiforme, da autore di azioni civili a partire dal memorabile Racconto del Vajont di trenta anni fa, da attore-narratore del nostro mondo in Bestiari, Antenati, ITIS Galileo… ma anche da genitore impegnato a preservare il futuro a un figlio di nove anni, Marco Paolini ha voluto scrivere un nuovo racconto: come affrontare lo sviluppo della nostra storia evolutiva e i cambiamenti nel pianeta, preservandoci da disfattismo, pessimismo, “rifiuto della ragione”, sempre più diffusi.
Si chiama Darwin, Nevada e segna un nuovo passo nel suo teatro: intanto, punta a una dimensione internazionale, con attori multilingue, e sono Clara Bortolotti, Cecilia Fabris, Stefano Moretti, Stella Piccioni, più lo stesso Paolini, e la regia di un artista già affermato nella scena europea, lo scozzese Matthew Lenton, e sarà da scoprire l’inedita fusione tra il suo linguaggio visivo e il teatro di narrazione. Poi, Darwin, Nevada nasce dalla collaborazione con un illustre staff di scienziati, da Niles Eldredge, tra i massimi teorici dell’evoluzionismo, a James Moore, biografo di Darwin, al filosofo Telmo Pievani che, con Francesco Niccolini, ha collaborato con Paolini al testo.
Il debutto sarà il 22 gennaio al Piccolo di Milano, coproduttore con Stabile di Bolzano e Emilia Romagna Teatro, poi la tournée che arriverà fino in Scozia.
Darwin, la selezione naturale, le sorti del pianeta… Paolini, cosa ha in mente stavolta?
«Sono partito da una domanda: cosa rimane oggi di una teoria che è stata tra le rivoluzioni scientifiche più importanti? Che è anche tra le più controverse, perchè è difficile accettare che l’uomo non sia frutto di un Dio ma di una evoluzione, e che non ha un posto speciale nell’universo, ma è una delle infinite forme di vita».
Secondo lei quella di Darwin è una verità scientifica in pericolo?
«Quello che vedo è che la paura di un futuro incerto, a partire dai cambiamenti climatici che non sappiamo governare, sta portando a galla pregiudizi antiscientifici e pericolosi fanatismi. Una deriva che aveva già preoccupato Darwin. Prima di pubblicare nel 1859 L’origine della specie, impiega quasi due decenni a cercare prove, riscontri alle sue teorie, consapevole che, nei loro fondamenti, sarebbero entrate in rotta di collisione con il pensiero comune e con le religioni. Questo suo lungo travaglio intellettuale è documentato nei Taccuini, diari di lavoro, preziosi».
Lo spettacolo si è ispirato a questi “appunti”?
«Sì, perché i Taccuini non sono un libro di scienza, ma il dialogo intimo di un uomo di scienza con i propri dubbi che è precisamente quello di cui abbiamo bisogno oggi: la testimonianza del valore di un pensiero razionale, non subalterno a credenze o fanatismi. Darwin, Nevada non è infatti un biopic, né uno spettacolo sulla scienza, ma il racconto di come si forma un pensiero razionale, con la libertà di una storia inventata che porterà Darwin nel nostro tempo, nel cambiamento climatico, nel riscaldamento globale...».
Che storia è?
«Abbiamo immaginato una ghost town dell’America profonda, in mezzo al deserto, Darwin, che nella realtà è in California, ma abbiamo giocato di fantasia spostandola in Nevada, dove una apocalittica alluvione mette in crisi quattro personaggi: Emma, che ha il nome della moglie di Darwin, e poi una biologa attivista, una che bazzica Wall Street e uno sceriffo trumpiano, patito delle farfalle monarca. La loro storia si incrocia con il furto dei taccuini di Darwin, cosa realmente accaduta nel Duemila, quando un ladro, rimasto sconosciuto, li trafugò e 22 anni dopo li restituì alla biblioteca di Cambridge. Noi giochiamo sull’identità del ladro di quei quaderni, e su come il loro contenuto cambia la vita dei personaggi di fronte alla catastrofe ambientale. Gli ultimi rapporti, dopo la Cop29 di Baku, sono apocalittici. Nulla sarà facile. Ma condivido quello che scrive Gaia Vince, la giornalista britannica, in Il secolo nomade, dove introduce un pensiero radicale positivo, incitando a fare».
Lei si sente ecologicamente corretto?
«A me la natura piace, ma non per questo vivo su un albero. Trovo che contrapporre il mondo naturale all’artificiale sia una follia, perché, come ogni specie sulla Terra, anche l’uomo modifica la nicchia in cui vive. Noi umani siamo sicuramente invasivi, ma abbiamo uno strumento per cambiare rotta ed è quello culturale, la conoscenza, che non c’entra con le fedi religiose o i fanatismi ideologici che deformano la realtà. E noi lo sappiamo bene».
Lei si sente all’opposizione in questa Italia governata dal centrodestra?
«Sì, ma mi chiedo anche perché dovremmo attendere di ragionare sui problemi con chi ci sta più simpatico. Rispetto a una volta, non è più tempo di aspettare la linea da qualcuno. Te la devi fare tu la linea, sapendo che le belle azioni individuali portano a un risultato insoddisfacente».
E allora?
«A me sembra che sia il momento giusto per individuare delle persone, dei civil servant, con cui condividere degli obiettivi e con cui immaginare e dare risposte efficaci immediate, in politica, sull’ambiente, sui servizi... Risposte che non riguardano nemmeno più l’orizzonte politico attuale. Anzi, darsi da fare, oggi, è qualcosa di prepolitico, è agire per costruire un cambiamento. Questo ci hanno chiesto l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, o i Fridays for Future: cambiamo passo noi, insieme».
Rispetto a tutto questo, il teatro che cos’è? Lei si sente cambiato rispetto alle denunce civili dietro a tragedie come il Vajont?
«Il teatro civile venticinque anni fa era la memoria, adesso è il presente. Senza nulla togliere a chi vuole fare il lavoro sul passato. Il teatro, e in generale la cultura a cui oggi penso, sono quelli legati direttamente alle imprese, intese come azioni, iniziative».
Per esempio?
«La scorsa estate ho realizzato Mar de Molada, ricognizione sul problema acqua. Oggi è diventato la base di “Atlante delle Rive”, una rete con autorità di bacino, Arpa regionali, Protezione Civile Nazionale, associazioni degli agricoltori... Anche loro sono convinti che il teatro sia una strada privilegiata per influire sui comportamenti, per tradurre una preoccupazione generale, come è l’amministrazione della risorsa idrica, specie in Sicilia, Calabria, in soluzioni concrete. Insieme stiamo lavorando, in Veneto, sulla ricarica della falda, grazie a nuove tecnologie di infiltrazione dei terreni messa a punto dagli istituti di agronomia sperimentali regionali con finanziamenti europei. In sostanza, si ricaricano le falde sotterranee, in maniera che non si chiudano le risorgive da cui nascono 900 fiumi della regione. Pensare globale, agire locale».
Un nuovo teatro civile?
«Sì. Un nuovo teatro civile, un nuovo repertorio legato ad azioni concrete che forse ancora non esiste, ma che si può realizzare. Il teatro, in questo, è privilegiato. Per sua natura, è un luogo di più facile resilienza, perché non si è soli, si è parte di una comunità. E oggi, ripeto, non si può più agire da soli. In giro vedo arrivare una radicalizzazione dei conflitti, il prevalere dell’insofferenza e della rabbia… Se sei solo è tutto meno sopportabile. Per questo ho anche voluto che Darwin, Nevada portasse il marchio di “Fabbrica del Mondo” che, dalle tre puntate su Rai Tre nel 2022, è diventato un laboratorio, terreno di incontro tra gente con mestieri disparati che pensano a un futuro diverso, e di cui faccio parte con Pievani, aperto ad altri artisti impegnati a un cambiamento di passo anche in teatro. Ecco, da teatrante io mi sforzo di creare iniziative così. Altri colleghi lo fanno a modo loro, come Marco Martinelli coi suoi lavori partecipativi, Gabriele Vacis, il giovane Michele Dell’Utri. Questo oggi deve essere il teatro civile: non più il racconto di un solista, ma pratica di cori civili».
Sul Venerdì del 17 gennaio 2025