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Veterinari, come cambia il mestiere nell’era dei pet

Due allieve veterinarie nelle stalle dell’università di Bologna durante una radiografia a un cavallo 

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In Italia il 78 per cento cura soltanto cani e gatti. Una rivoluzione che piace tanto alle multinazionali ma che rischia di penalizzare allevamenti e mattatoi. Inchiesta (con un doc in arrivo)
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“A mia madre, le hanno dovuto aprire la pancia per capire che aveva un tumore. Oggi facciamo le Tac ai cani…». Paolo Briguglio, veterinario a Oristano, lo dice nel film Altri Animali di Guido Votano, da cui sono tratte le foto che illustrano questo articolo: un documentario che racconta non solo la storia di questa clinica un po’ speciale, ma come è cambiata profondamente la professione veterinaria, e – se non pare troppo ardito – l’Italia in cui viviamo. Briguglio ha lavorato nelle stalle e nei laboratori ma oggi, a 59 anni, a capo della clinica Duemari, si occupa soprattutto di animali da compagnia. Lui, come il 78 per cento dei vet d’Italia e non solo.

Come bambini

“Ci sono animali in famiglia?” mi chiede garrulo il sito di un grande produttore dove sto comprando bustine per gatti; e poi, ghiotto di dati, vorrebbe anche conoscerne nome e data di nascita. Famiglia è la parola chiave: il cosiddetto “animale d’affezione” ormai ne fa parte a pieno titolo, coperto di premietti, integrat…

“A mia madre, le hanno dovuto aprire la pancia per capire che aveva un tumore. Oggi facciamo le Tac ai cani…». Paolo Briguglio, veterinario a Oristano, lo dice nel film Altri Animali di Guido Votano, da cui sono tratte le foto che illustrano questo articolo: un documentario che racconta non solo la storia di questa clinica un po’ speciale, ma come è cambiata profondamente la professione veterinaria, e – se non pare troppo ardito – l’Italia in cui viviamo. Briguglio ha lavorato nelle stalle e nei laboratori ma oggi, a 59 anni, a capo della clinica Duemari, si occupa soprattutto di animali da compagnia. Lui, come il 78 per cento dei vet d’Italia e non solo.

Come bambini

“Ci sono animali in famiglia?” mi chiede garrulo il sito di un grande produttore dove sto comprando bustine per gatti; e poi, ghiotto di dati, vorrebbe anche conoscerne nome e data di nascita. Famiglia è la parola chiave: il cosiddetto “animale d’affezione” ormai ne fa parte a pieno titolo, coperto di premietti, integratori, giochi e cibi medicati, gelati per cani. Secondo il rapporto Assalco-Zoomarket 2023, nelle case degli italiani ci sono 10,2 milioni di gatti e 8,8 milioni di cani. Solo per il cibo è un giro d’affari da oltre 2,7 miliardi di euro (cifre 2022).

«Siamo una società post riproduttiva, il calo demografico è spaventoso» dice Pippo Russo, sociologo dell’università di Firenze; ma il boom della pet economy riguarda anche le famiglie con figli, perché «i bimbi crescono e se ne vanno. L’animale è il sostituto perfetto, non discute la tua autorità, è completamente dipendente da te e continuerà ad esserlo».

Il regista Guido Votano durante le riprese del documentario Altri animali nella sala di degenza della clinica Duemari di Oristano 

Il veterinario non è più la figura alla James Herriot (Creature grandi e piccole), che si occupa del cane e del gatto (figli nostri) e del vitello e del maialino (che abbiamo mangiato a cena). «Negli anni Ottanta in facoltà gli insegnamenti erano tutti pensati per il cavallo, per il bovino» dice Gualtiero Gandini, ordinario a Bologna di Scienze mediche veterinarie e diplomato europeo del College di neurologia veterinaria. «Dal decennio successivo abbiamo visto una trasformazione, e certi professori dicevano: alla prima crisi il cane, bene voluttuario, verrà abbandonato». Non è andata così. Secondo Vet Survey 2023, il rapporto della Federation of Veterinarians of Europe, bibbia del settore e miniera di dati, in Italia solo il 14 per cento dei veterinari lavora nel settore pubblico e il 6 per cento nell’industria di cibi, farmaci, allevamenti. «Sicuramente ci sono anche aspetti etici» secondo Gandini, «lo studente oggi dà molta attenzione alla sostenibilità, alla cura, vive male il profitto dell’allevamento intensivo».

Il lavoro dei sogni

Però per fare il veterinario (sogno di tanti bambini), amare gli animali non basta. Non è mai bastato, oggi men che mai di fronte ai proprietari, alle sfide tecniche, burocratiche ed economiche, alla richiesta di specializzazione. «Vedo al primo anno degli studenti, magari molto bravi, che “amano gli animali” senza nessuna attitudine alla cura medica, al fronteggiare la sofferenza» spiega Gandini. Oggi poi bisogna anche mediare con i conflitti del proprietario-tutore. In genere i figli ci sopravvivono, i pet no, e faremmo di tutto per tenerli con noi (e infatti si sta sviluppando un ricco business di assicurazioni).

Un cinghiale viene sottoposto a Tac nel corso di controlli per arginare la peste suina in Sardegna 

Il cliente vuole le migliori cure per il figlio a quattro zampe, «però quando gli presenti la fattura, comincia a storcere il naso», osserva Russo, che sul burnout dei veterinari sta elaborando una ricerca col collega Sandro Landucci. «Di professionisti ne vedo tanti; i loro bilanci sono davvero risicati», spiega Gandini. «Il fiorire di discipline specialistiche ha affinato diagnosi e terapie; il proprietario, abituato al sistema sanitario nazionale, si sorprende per le tariffe, ma chi compra una macchina per risonanza magnetica ad alto campo spende centinaia di migliaia di euro». I piccoli ambulatori privati, dove ci sono ancora, fungono da medici generalisti. Ma quanti hanno modo di creare una clinica specialistica?

E qui entrano in gioco anche le multinazionali. Secondo Vet Survey, in Europa il 51 per cento dei vet lavora in ambulatori indipendenti ma ormai il 16 per cento, e sono tutti giovani, opera nella clinica di un gruppo. «Le corporate» prosegue Gandini «stanno inglobando le cliniche. Mettendole in network da un lato si ottimizza il lavoro, con aspetti anche positivi». Dall’altro lato, però, il rapporto si fa molto più impersonale. In Italia spiccano, adesso con decine di strutture, VetPartners, gruppo britannico; le italiane Anicura, BluVet, Gruppo Animalia, recentemente acquisito dal fondo d’investimento Charme Capital di Matteo di Montezemolo (i pet sono un affare anche per i fondi pensione), in un panorama continuo di acquisizioni anche internazionali.

Il dottore dei bovini

Tuttavia, la presenza dei veterinari è indispensabile tutela per la salute umana, e anche per la qualità di vita degli animali in canili, mattatoi, laboratori, allevamenti. Sono i vet a dover garantire quel benessere che la nostra coscienza vorrebbe. Infatti ne vanno fieri i buiatri – cioè i medici dei bovini – della bassa Lombardia, epicentro degli allevamenti in Italia. Mino Tolasi, già vicepresidente della Sivar, la Società italiana veterinaria degli animali da reddito, una vita passata a occuparsi di mucche e tori, ha vissuto le trasformazioni del settore: «Io dico sempre: lavoravamo con guanti e bisturi, oggi lavoriamo col computer». Non è il numero dei bovini ad essere cambiato, ma l’entità delle strutture. Spiega il collega Angelo Ruggeri: «Oggi gestiamo allevamenti con 1.500 animali, non 50, ed è un altro mestiere. Bisogna fare molta più prevenzione, bisogna conoscere le dinamiche di mandria». E la qualità di vita? «Le garantisco» dice Tolasi «che i bovini da noi sono in condizioni ben più che accettabili. Chi pensa che occuparsi di cani sia più nobile vuole scimmiottare i medici. Ma a mio avviso i veri veterinari siamo noi, non i canari».

La clinica Duemari di Oristano, dove è stato girato Altri Animali (dopo un tour nelle sale sarde, l’anteprima romana è il 21 gennaio e poi andrà in giro nella penisola), è una media struttura ancora a conduzione familiare, che inoltre cura gratis e fa adottare circa duecento randagi l’anno grazie all’opera della chirurga Monica Pais. Nel film, anche Paolo Briguglio rimpiange «i tempi in cui tutte le mattine andavo nei pascoli. I proprietari di cani e gatti potrebbero arrabbiarsi, però lavorando con gli allevatori avevo l’impressione di fare qualcosa di più utile». La sua Sardegna è un territorio in bilico: ha il tasso di natalità più basso d’Italia, 0,90 figli per donna, ma è ricca di fauna selvatica e profondamente legata alle radici agricole. «Fino a pochi anni fa» dice Briguglio «gli allevatori si vergognavano di venire con un cane da curare. Non era moralmente accettabile spendere soldi per loro. Poi una sera, mentre stavo chiudendo, un anziano pastore mi ha portato quasi di nascosto il suo cane, in braccio, per un problema che avevo visto la mattina durante la visita in azienda. Lì ho capito che qualcosa stava davvero cambiando».

Sul Venerdì del 17 gennaio 2025

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