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Che cosa leggono gli uomini di Trump? I libri a cui si ispirano per governare l’America

Donald J. Trump, con il suo consigliere Elon Musk, fondatore di Tesla, l’uomo più ricco del mondo e il vicepresidente eletto J.D. Vance in una foto di un mese fa. Foto Getty Images 

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Il presidente non è un gran lettore, i suoi consiglieri purtroppo sì. Ecco chi sono e a quali testi fanno riferimento i nuovi guru della Casa Bianca
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WASHINGTON. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca segna l’inizio di una nuova era politica i cui riflessi, manco a dirlo, riguarderanno il mondo intero. Perché a differenza del 2016, quando il trumpismo era poco più di un movimento spontaneo ancora non strutturato ideologicamente, ora ha programmi e fini ben delineati. Basta sfogliare Project 25, il programma redatto dal think tank conservatore Heritage Foundation nel 2022, mille pagine dove si spiega come smontare l’intero governo federale dal suo interno: ridefinendo pesi e ruoli istituzionali grazie a una interpretazione molto espansiva dei poteri del presidente. Propositi radicali che vanno dall’ulteriore limitazione del diritto all’aborto, e pure dell’uso dei contraccettivi, all’abolizione del dipartimento dell’Istruzione. Suggerendo poi deportazioni di massa dei clandestini, l’eliminazione delle leggi a difesa dei diritti Lgbtq+, la chiusura delle agenzie federali che si occupano di contrastare i cambiamenti climatici e mo…

WASHINGTON. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca segna l’inizio di una nuova era politica i cui riflessi, manco a dirlo, riguarderanno il mondo intero. Perché a differenza del 2016, quando il trumpismo era poco più di un movimento spontaneo ancora non strutturato ideologicamente, ora ha programmi e fini ben delineati. Basta sfogliare Project 25, il programma redatto dal think tank conservatore Heritage Foundation nel 2022, mille pagine dove si spiega come smontare l’intero governo federale dal suo interno: ridefinendo pesi e ruoli istituzionali grazie a una interpretazione molto espansiva dei poteri del presidente. Propositi radicali che vanno dall’ulteriore limitazione del diritto all’aborto, e pure dell’uso dei contraccettivi, all’abolizione del dipartimento dell’Istruzione. Suggerendo poi deportazioni di massa dei clandestini, l’eliminazione delle leggi a difesa dei diritti Lgbtq+, la chiusura delle agenzie federali che si occupano di contrastare i cambiamenti climatici e molto altro.

Durante la campagna elettorale Trump aveva negato di voler seguire i suggerimenti estremi del P25, ma molte di quelle proposte sono comunque entrate nel programma dei primi cento giorni del nuovo governo. Lo dimostra la scelta di figure intransigenti – al limite del sovversivo – in posizioni chiave. Ebbene: molte di quelle proposte sono radicate nel pensiero degli intellettuali cui la destra trumpiana fa riferimento.

Per capire come sarà il Trump che sta per insediarsi per la seconda volta alla Casa Bianca è dunque opportuno sfogliare i testi che ispirano i suoi fedelissimi. Quelli di cui si discute nelle cerchie dei conservatori e nei salotti della cosiddetta tecno-destra, i miliardari di Silicon Valley che, Elon Musk in testa, hanno foraggiato la rielezione del tycoon. Pensatori cui fa spesso riferimento il neo vicepresidente J.D.Vance, scrittore a sua volta con il romanzo Elegia americana. Perché se è vero che “The Donald” non è un accanito lettore, nel suo cerchio magico di idee si dibatte, eccome.

Per dire: l’uomo più ricco del mondo, il controverso imprenditore col sogno di colonizzare Marte «prima che la civiltà crolli» Elon Musk, pal-in-chief, ovvero amico in capo del nuovo presidente – come lo hanno già definito i giornali americani – da tempo predica l’appartenenza ad una élite tecnologica e finanziaria la cui missione è scongiurare la fine dell’umanità, secondo i dettami di una filosofia ben precisa: il “lungotermismo”.

William MacAskill – il futurista

Non è fantascienza, sebbene proprio in quella ha radici il Musk-pensiero, avido lettore del Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov e di Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams. Il “lungotermismo”, nella versione del giovane filosofo scozzese William MacAskill (autore di What We Owe the Future, Cosa dobbiamo al futuro) predica che il benessere delle generazioni future, anche remote, vale più di quelle di oggi. L’obiettivo è infatti evitare l’estinzione a qualunque costo: è dunque più importante pensare a cosa mangeranno i nostri bisnipoti, che cibare gli affamati contemporanei. In tal senso, contano più gli investimenti su viaggi interplanetari per colonizzare nuovi pianeti, che sulla ricerca tesa a porre un freno ai cambiamenti climatici. Princìpi che celano pulsioni elitarie e autoritarie. Passano infatti per l’accettazione di necessari “agenti del caos”: giudicando accettabile affidarsi a chi controlla la tecnologia in quanto più capace di “marciare” verso il futuro a dispetto del dolore seminato lungo il percorso.

Patrick Deneen – il rivoluzionario

University of Notre Dame 

Nel suo Perché il liberalismo ha fallito, (pubblicato in Italia da La Vela nel 2018), Patrick Deneen ha sostenuto il fallimento del pensiero liberale focalizzato sulla difesa dei diritti e delle libertà personali: avrebbe prodotto le ineguaglianze sociali. Col successivo Regime Change, spesso citato da Vance, indica una nuova via: sostenendo la necessità di creare uno Stato che promuova virtù cristiane tra i cittadini attraverso un “pacifico ma vigoroso rovesciamento della classe dirigente liberale e corrotta allo scopo di creare un ordine post liberale”. Un pensiero che somiglia inquietantemente alle tesi del Project 25. Allude infatti alla sostituzione degli attuali funzionari di governo con persone fedeli alla nuova etica restrittiva in senso religioso. Alcune delle idee proposte nel libro sono d’altronde già nel programma di governo: a partire dall’aumento dei dazi per meglio sostenere la manifattura interna.

James Burnham – il manager

Nei circoli dei miliardari della right tech si discute anche di un altro libro: The Managerial Revolution, scritto nel 1941 dal filosofo James Burnham. In buona parte sostiene la visione statalista cara agli intellettuali del secolo scorso, ma anticipa lo scontro fra amministratori delegati conservatori e dipendenti progressisti. In pratica quel woke – parola che sta “risveglio” e indica una gamma di posizioni identitarie, dal femminismo all’opposizione al razzismo – bollato da Musk come “virus” da sradicare e base pure delle sue posizioni antisindacali. Secondo Burnham, i manager comprendono meglio dei capitalisti mercato e sistema di produzione e devono trovare un modo per prendere il controllo totale.

Curtis Yarvin – il tecno-monarchico

Imprenditore di Silicon Valley, blogger noto anche come Mencius Moldbug, partendo da Deneen sostiene che il «regime liberale va rovesciato». E, come Burnham, ritiene che la società sia definita dalla lotta per il potere tra gruppi d’élite in competizione. Interpreta il futuro come una sorta di monarchia aziendale: «Capace di assumere le persone giuste, spendere il denaro giusto e fare le cose giuste. Bisogna dunque trovare la persona giusta da mettere al comando». Più che Trump, vede Elon Musk come potenziale Ceo/dittatore.

Harvey Mansfield – il machista

Ultranovantenne ex politologo di Harvard, nel 2006 ha pubblicato l’antifemminista Manliness, secondo cui l’obiettivo finale delle donne che si battono per i loro diritti è in realtà «una società di genere neutrale». Gli stereotipi su maschi e femmine, dice, «sono veri» (e proprio a lui si riferiva Vance definendo Harris «gattara senza figli»). L’identità trans «non esiste». Sebbene abbia più volte definito Trump «un demagogo volgare» ne elogia il machismo: «Primo politico americano a vincere con una dimostrazione di virilità e attacchi alla correttezza politica». La virilità, per lui, è infatti risolutezza autoritaria.

Christopher Caldwell – L’anti-migranti

Giornalista, membro del think tank conservatore Claremont Institute, è autore fra l’altro de L’ultima rivoluzione dell’Europa, (Garzanti 2009) dove si scagliava contro le politiche migratorie europee. Nel successivo The Age of Entitlement, scrive che la legge americana contro le discriminazioni varata nel 1964 ha portato i bianchi a «occupare il gradino più basso della gerarchia di razze». Sposando l’idea che l’America discrimini i bianchi, cara pure a Stephen Miller, principale consigliere di Trump sull’immigrazione. Ha scritto diversi articoli in difesa di leader autoritari come l’ungherese Viktor Orbán.

Elbridge Colby – Il negazionista

È stato recentemente scelto da Trump come vice segretario alle politiche del Pentagono, una scelta che riflette la volontà del presidente di rafforzare la postura americana nella competizione con la Cina e ridefinire i rapporti con gli alleati. Le sue posizioni sono riassunte nel suo The Strategy of Denial, dove afferma che l’ascesa cinese rappresenta la maggior minaccia per gli Stati Uniti. La “strategia di negazione” consiste in buona sostanza nel ridimensionare gli impegni (ad esempio in Ucraina e nella Nato) per concentrarsi interamente nell’area asiatica. L’America deve prepararsi a una guerra su Taiwan: «Farsi trovare pronti è il modo migliore per evitare una lotta con la Cina»

Sul Venerdì del 17 gennaio 2025

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