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Chi era Ondina Valla, la prima atleta d’oro italiana, vincente contro tutti i pregiudizi

Il traguardo della finale degli 80 metri ostacoli a Berlino 1936: la gara che valse a Ondina Valla (1916-2006) la medaglia d’oro olimpica (Archivio Fotografico Storico “FOTOWALL” di Walter Breveglieri) 
Fu la prima atleta italiana a vincere, nel 1936, una medaglia d’oro olimpica, sul filo di lana. Ora un libro ripercorre la sua storia fatta di ostacoli. Da saltare in pista e pure nella vita
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A ottant’anni, Trebisonda vestiva di rosso sgargiante e metteva a dimora una quercia, identica a quella che le avevano regalato a Berlino dopo la medaglia d’oro nel 1936. Rosso, qualche anno prima, era anche il cabriolet sul quale lei sfrecciava lungo le vie dell’Aquila, rosso come il fuoco che ardeva nel cuore di Ondina Valla, non più Trebisonda, primo oro olimpico di una donna italiana davanti a Hitler nei giorni in cui Jesse Owens umiliava il razzismo ariano in quello stesso stadio. Pionieri di una storia che non finisce mai.

Ondina, com’era stata ribattezzata da un fantasioso cronista dell’epoca, a Berlino aveva solo vent’anni. Era nata infatti nel 1916 in una Bologna dove i maschi erano quasi tutti in guerra, e le donne dovevano fare anche i mestieri degli uomini: le bigliettaie, le spazzine, le operaie. Trebisonda, sorella più piccola di quattro maschi e un “maschiaccio” a sua volta, passava tutto il giorno a correre e saltare in via della Ferriera, zona Santa Viola. Lo racconta…

A ottant’anni, Trebisonda vestiva di rosso sgargiante e metteva a dimora una quercia, identica a quella che le avevano regalato a Berlino dopo la medaglia d’oro nel 1936. Rosso, qualche anno prima, era anche il cabriolet sul quale lei sfrecciava lungo le vie dell’Aquila, rosso come il fuoco che ardeva nel cuore di Ondina Valla, non più Trebisonda, primo oro olimpico di una donna italiana davanti a Hitler nei giorni in cui Jesse Owens umiliava il razzismo ariano in quello stesso stadio. Pionieri di una storia che non finisce mai.

Ondina, com’era stata ribattezzata da un fantasioso cronista dell’epoca, a Berlino aveva solo vent’anni. Era nata infatti nel 1916 in una Bologna dove i maschi erano quasi tutti in guerra, e le donne dovevano fare anche i mestieri degli uomini: le bigliettaie, le spazzine, le operaie. Trebisonda, sorella più piccola di quattro maschi e un “maschiaccio” a sua volta, passava tutto il giorno a correre e saltare in via della Ferriera, zona Santa Viola. Lo racconta benissimo Marco Tarozzi nel libro Ondina, il sorriso che ha cambiato il mondo (Minerva), cronaca di un viaggio dalla Terra alla Luna contro il tempo, i pregiudizi e le mille opposizioni che si facevano alle donne sportive: siamo poi sicuri che sia cambiato molto? Era contraria la Chiesa, e lo era persino il barone Pierre De Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne. Le femmine? Meglio a casa.

Ma nella città in cui gli asili infantili sarebbero diventati famosi per il metodo Montessori, e dove la professoressa Giada Chiara Allegretti sarebbe stata la prima donna in cattedra universitaria a Pedagogia, Ondina Valla non poteva farsi fermare dall’ottusità di massa, dal maschilismo imperante e dalle vedute ristrette. Lei voleva correre e saltare, e questo fece, tutto insieme. A undici anni era già fortissima nel salto in lungo e nel salto in alto quando un tecnico dell’atletica, Vittorio Costa, la notò e le fece iniziare la grande avventura.

Ondina Valla ai lavori donneschi

«Una ragazza filiforme, dalla folta e crespa capigliatura e con un nome impossibile». Così la descrivevano, finché dal guscio di Trebisonda non uscì la leggerezza di Ondina, già in luce alla Coppa del Littoriale 1928 e protagonista di un duello con l’amica e rivale Claudia Testoni, pure lei bolognese. Si sfideranno fino a Berlino e oltre, anche se prima dovranno andare a scuola e studiare “lavori donneschi”.

Nulla che vieti a Ondina Valla di proseguire con la testardaggine dei pionieri e i risultati dei campioni. Lei sarebbe già pronta a battersi ai Giochi del 1932, ma Los Angeles è troppo lontana e bisogna raggiungerla via mare: impensabile che una ragazza possa salire a bordo di una nave piena di giovani maschi, e restarci per settimane. È solo per questo motivo che Ondina Valla dovrà aspettare altri quattro anni per vivere, e vincere, un’Olimpiade.

Cosa dice l’uomo coi baffetti?

Il giorno dei giorni è il 6 agosto 1936. Ci sono 100 mila spettatori nello stadio di Berlino, e la regista Leni Riefenstahl è pronta a immortalare il più grande evento della propaganda nazista. Claudia Testoni deve gareggiare con le mestruazioni e non può dirlo a nessuno, di certe cose a quel tempo non si parla. Invece Ondina, per farsi coraggio e darsi un po’ di energia, ma soprattutto per combattere il freddo e i crampi, si affida a qualche zolletta di zucchero imbevuta nel cognac.

La finale degli 80 metri ostacoli appare più che mai aperta, e Claudia parte fortissimo, è in testa fino al quarto ostacolo ma Ondina comincia la formidabile rimonta. Al traguardo arrivano in quattro praticamente insieme, e occorrerà attendere un’ora e mezza perché il fotofinish dichiari, infine, che la vincitrice è proprio Ondina Valla. Il filo di lana che le passa sotto la gola nella memorabile fotografia disegna una delle immagini immortali dello sport azzurro.

Anche Hitler vuole congratularsi con questa ragazza esile come un giunco ma potente e velocissima: Ondina dirà di non avere capito nemmeno una parola di quell’uomo, e nessuno traduce. Come premio, insieme alla medaglia d’oro che un giorno le verrà rubata in casa e mai più ritrovata, le consegnano un cronometro e una piantina di quercia: Ondina la metterà a dimora davanti allo stadio di Bologna, dove resisterà per alcuni decenni fino ad essere sostituita dalla stessa Valla, aiutata nella cerimonia da Sara Simeoni, la seconda azzurra ad avere vinto un oro nell’atletica, 44 anni più tardi a Mosca. «Lei è stata la mia ispirazione», scrive Simeoni nell’introduzione del libro. «Ondina Valla è stata la “primadonna” dello sport italiano, ha indicato la strada. Io e lei abbiamo dato l’esempio. Una rivoluzione nata dalla passione».

Ondina Valla strumento del regime

Dopo il trionfo berlinese, anche chi era contro questa ragazza cambia registro. Ondina viene addirittura ricevuta da Pio XI e dal Duce, che le regala una medaglia d’oro e cinquemila lire (un operaio a quel tempo ne guadagna 400 al mese, e la celebre Topolino ne costa 8.500).

Suo malgrado, però, Ondina Valla diventa uno strumento di propaganda del regime, e comincia a vincere di meno. Questo non le impedisce di stabilire il record italiano di salto in alto che resisterà per 18 anni, ben oltre il suo ritiro dalle gare, nel 1943, anche per colpa di non pochi guai fisici. Il resto della vita non sarà una passeggiata: il suo grande amore, il marito Guglielmo De Lucchi, celebre ortopedico, morirà giovane dopo avere aperto un’avveniristica clinica all’Aquila, e Ondina sarà costretta a venderla. Ma tra alti e bassi, gioie e dolori, ricordi e oblio, la pioniera del nostro sport raggiungerà i novant’anni prima di andarsene in un colpo di vento come quel giorno a Berlino.

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