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Billy Bob Thornton, protagonsita di “Landman”: “Non sono cattivo ma vorrei uccidere quel Tom Cruise”

Billy Bob Thornton, 69 anni, con Ali Larter nella serie Landman, in streaming su Paramount+ 
All’artista americano non dispiace affatto alimentare la fama di attore destinato a ruoli negativi. Eppure stavolta, nella serie “Landman”, interpreta un padre super protettivo. Intervista
4 minuti di lettura

Billy Bob Thornton è un’onda in costante movimento. Quando non è sullo schermo – come nella recente serie Landman, su Paramount+, ambientata nel mondo delle piattaforme petrolifere – è sempre in giro a fare «altro». A quasi 70 anni, l’attore americano, premio Oscar per la sceneggiatura di Lama tagliente, ancora si vede appioppare ruoli da dannato e maledetto, o per lo meno antagonista.

A questo punto della carriera, lo vorrebbe un bel ruolo da eroe?
«Da anni dico ai miei agenti che mi sono rassegnato a fare il cattivo, soprattutto se è per un film indipendente, ma per una volta sarebbe il caso di cambiare. Non facendo il buono, però. Mi piacerebbe provare a uccidere Tom Cruise: l’America mi si rivolterebbe contro e io avrei svoltato. Oppure Tom Hanks. Insomma, un qualsiasi Tom amato dal pubblico. Ma non devono morire: si sa che nel loro caso non succede mai, e poi il Bene deve trionfare».

È sempre stato così filosofico?
«La vita è fatta di gioia e tristezza, pericoli e certezze. E una b…

Billy Bob Thornton è un’onda in costante movimento. Quando non è sullo schermo – come nella recente serie Landman, su Paramount+, ambientata nel mondo delle piattaforme petrolifere – è sempre in giro a fare «altro». A quasi 70 anni, l’attore americano, premio Oscar per la sceneggiatura di Lama tagliente, ancora si vede appioppare ruoli da dannato e maledetto, o per lo meno antagonista.

A questo punto della carriera, lo vorrebbe un bel ruolo da eroe?
«Da anni dico ai miei agenti che mi sono rassegnato a fare il cattivo, soprattutto se è per un film indipendente, ma per una volta sarebbe il caso di cambiare. Non facendo il buono, però. Mi piacerebbe provare a uccidere Tom Cruise: l’America mi si rivolterebbe contro e io avrei svoltato. Oppure Tom Hanks. Insomma, un qualsiasi Tom amato dal pubblico. Ma non devono morire: si sa che nel loro caso non succede mai, e poi il Bene deve trionfare».

È sempre stato così filosofico?
«La vita è fatta di gioia e tristezza, pericoli e certezze. E una buona scrittura – come in Landman – riproduce questi alti e bassi, la realtà nelle sue contraddizioni. E a me sta benissimo così».

Glielo hanno insegnato gli inizi difficili?
«Sono cresciuto nella povertà più nera, quindi se qualcuno pensa che io sia solo un privilegiato che fa le bizze ignora cos’ho vissuto in passato. Sono andato via da casa a 16 anni per suonare e solo la musica mi ha salvato già da quando ne avevo nove».

Anche oggi ha un ruolo cruciale nella sua vita?
«Sono in tour almeno una volta l’anno e spesso in studio di registrazione. La musica è la linfa della mia esistenza, da quando ho lasciato l’Arkansas per la California e mi sono trovato per caso a fare una particina. Erano gli anni 80, recitavo per tenermi a galla: è stato l’unico momento in cui non ho suonato, ma mi davano 361 dollari al giorno e a me sembrava un miracolo. Ma da lì piano piano è cresciuto anche l’amore per la recitazione. Però, diciamolo, gran parte del mio successo come attore arriva dalla mia ignoranza professionale: non so far altro che comportarmi con naturalezza, essere me stesso».

È ancora così?
«Almeno il 70 per cento di quello che si sono io, anche in situazioni più personali. Ad esempio in Landman sono un padre protettivo, ed è così anche nella realtà. Se hai figli maschi sono come compagni d’avventure e se stai facendo campeggio con loro e si tagliano un labbro scalando una montagna ti preoccupi ma non ne fai un dramma. Se hai una femmina, come nel caso di mia figlia Bella, diventa a tal punto il centro del tuo universo che vai nel panico per qualsiasi cosa, vuoi tenerla lontana da ogni incidente di percorso o imprevisto».

Concede loro una vita nel lusso?
«No, so di essere stato fortunato ma non m’interessa essere milionario. Con i soldi guadagnati per prima cosa ho comprato una casa per la mia famiglia ed è quello che voglio continuare a fare per le persone nella mia vita e negli amici. Poi ho creato un fondo per il college dei figli e cose simili. E per il resto, a parte un tetto sulla testa e una macchina per me e mia moglie (Connie Angland è la sesta, in passato è stato sposato anche con Angelina Jolie, ndr) non mi serve altro. Ho conoscenti che volano su jet privati e preferiscono questo tipo di sfarzo, ma a me non attira».

Spazia dal cinema alla televisione con progetti di prim’ordine come Goliath e Fargo. Le è rimasto nel cuore qualche collega con cui ha lavorato?
«Demi Moore in Proposta indecente, in cui avevo due scene, di cui una è stata tagliata. Era il 1989 e da allora siamo amici con lei e Bruce Willis, con cui ho fatto tre film. Ogni volta che ero sul set con uno di loro portavano dietro le figlie, che allora erano bambine e ora sono madri a loro volta».

Come se la cava con le regole?
«Non benissimo, se devo applicarle su di me. Infatti sul set vado a briglia sciolta, improvviso, faccio quello che mi pare, ma ho la fortuna di avere chi mi copre le spalle come Taylor Sheridan, lo showrunner di Landman».

Come vi siete conosciuti?
«Di solito scrive i copioni con personaggi ispirati a gente che conosce o ad artisti che gli piacciono. Ha una sensibilità fuori dal comune e un talento eccezionale nel mettere in scena le relazioni umane. La serie parla di petrolio ma solo come cornice, per il resto si basa sulle persone. Mi ha contattato per un cameo in 1883 dicendomi: “Ho scritto la parte per te. Devi venire sul set un paio di giorni per due scene: uccidi tutti nel saloon e te vai”. Gli ho risposto: “L’ho già fatto in passato, nessun problema”».

Si ritorna al fatto che dall’esterno la percepiscono come il cattivo di turno. Possibile che non le dia fastidio?
«Si tratta solo di un pregiudizio, basato forse sui ruoli, ma alcuni villain sono iconici come in Fargo. Spesso sono solo personaggi fuori dagli schemi, che ci piace etichettare. La gente non ha amato Il padrino? Oggi sembra che gli spettatori giudichino l’attore che invece sta solo facendo il suo lavoro. Non è che se interpreti un assassino allora sei davvero un serial killer. E se lo fai bene è ingiusto che ti vedano come un criminale da odiare. Ma sono in pochi a pensarla così».

C’è qualcosa che un po’ la spaventa?
«Sono leggermente claustrofobico e quando mi mettono sulla testa un cappuccio e sono legato per esigenze di copione temo sempre che se ne vadano a pranzo e si dimentichino che sono lì. Ancora più terrificante è solo restare bloccato in un ascensore».

Un ruolo che ha rifiutato?
«Mi avevano proposto un ruolo in The Big Bang Theory, credo sei o sette anni fa, e avevo detto no. Poi il creatore, Chuck Lorre, mi prese in contropiede: “Questa è la serie preferita di tua madre. Vuoi davvero deluderla?”. All’epoca aveva 78 anni o giù di lì, allora ci siamo fatti una risata e ho detto ok. Lo ricordo come uno dei momenti più divertenti della mia carriera e non solo perché conosco da quando erano ragazzini sia Kaley Cuoco che Johnny Galecki. È stato come a teatro, un po’ terrificante con il pubblico dal vivo, le prove e tutto il resto. Ma ne è valsa la pena».

Da Armageddon a Babbo bastardo ha spaziato tra molti generi. Oggi tratta temi attuali come le lobby petrolifere. C’è qualche altro argomento d’attualità verso cui nutre interesse?
«Di sicuro l’intelligenza artificiale, che ormai non è una visione, ma una realtà. O lo stesso internet: io sono cresciuto con tre canali tv e i giornali, oggi si ha accesso a qualsiasi informazione e non è detto che sia attendibile. Soprattutto i più giovani hanno perso quell’innocenza della scoperta, eppure fa parte del processo evolutivo e dell’istinto di sopravvivenza: ma si deve stare al passo con i tempi, come succede fin dall’epoca degli uomini delle caverne».

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