Gorizia e Nova Gorica: una capitale (della Cultura) per due
dalla nostra inviata
Brunella Giovara
Il valico di Casa Rossa: gli italiani lo attraversavano per comprare in Slovenia carne e benzina a prezzi più bassi (Mirco Toniolo/Agf)
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Con quella storica frontiera a dividerle sembrava favvero una cosa da matti. E invece dall’8 febbraio l’italiana Gorizia e la slovena Nova Gorica saranno più unite che mai. In nome della cultura, dell’Europa, dell’allegria e anche del buon senso. Reportage
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Gorizia-Nova Gorica.Una volta da queste parti è nata una canzone disperata, e faceva così: “O Gorizia tu sei maledetta/per ogni cuore che sente coscienza/dolorosa ci fu la partenza/e il ritorno per molti non fu”. Un canto considerato disfattista, chi lo cantava al fronte veniva fucilato. Cento e sette anni dopo quelle parole, e la fine della Prima guerra mondiale, Gorizia è una città benedetta, e persino ottimista. Però bisogna parlare di Gorizie, perché le città sono due. Quella italiana, Gorizia, quella slovena, Nova Gorica. Dunque, le Gorizie si sono unite in un progetto che sembrava da matti, diventare insieme la Capitale europea della Cultura del 2025. Ci sono riuscite, questo sarà il loro anno. Eppure, sono così diverse. Una con i campanili a cipolla, le strade e i palazzi che sembra di essere a Vienna, o a Praga, ed è il profilo della Mitteleuropa, con un certo profumo di Wiener Schnitzel che va così, verso il cielo. Dall’altra, l’architettura sovietica, basta guardare il munic…
Gorizia-Nova Gorica.Una volta da queste parti è nata una canzone disperata, e faceva così: “O Gorizia tu sei maledetta/per ogni cuore che sente coscienza/dolorosa ci fu la partenza/e il ritorno per molti non fu”. Un canto considerato disfattista, chi lo cantava al fronte veniva fucilato. Cento e sette anni dopo quelle parole, e la fine della Prima guerra mondiale, Gorizia è una città benedetta, e persino ottimista. Però bisogna parlare di Gorizie, perché le città sono due. Quella italiana, Gorizia, quella slovena, Nova Gorica. Dunque, le Gorizie si sono unite in un progetto che sembrava da matti, diventare insieme la Capitale europea della Cultura del 2025. Ci sono riuscite, questo sarà il loro anno. Eppure, sono così diverse. Una con i campanili a cipolla, le strade e i palazzi che sembra di essere a Vienna, o a Praga, ed è il profilo della Mitteleuropa, con un certo profumo di Wiener Schnitzel che va così, verso il cielo. Dall’altra, l’architettura sovietica, basta guardare il municipio con quelle statue di partigiani vittoriosi, mancano solo le bandiere rosse. E un certo profumo di lubianska, la stessa cotoletta, più o meno.Unirle, non è stato facile, le città. Ancora alla candidatura del 2016, «le due comunità si voltavano le spalle e si guardavano in cagnesco» ricorda il sindaco goriziano Rodolfo Ziberna. E diceva il suo predecessore, il senatore Ettore Romoli: «Vincere sarà impossibile». Insomma tutti pensavano male – per quella predisposizione al peggio che si respira su certi confini. E su questo ne sono successe, di disgrazie. Guerre, svariate e sempre più distruttive, e la cesura del 1947, quel muro costruito in fretta e furia, da una parte l’Italia, perdente, dall’altro la Jugoslavia comunista, vincente. Gli americani tracciarono il confine. Una linea dritta che passava attraverso la città, senza andare tanto per il sottile. Così tranchant da dividere case, famiglie, vite, terreni. Infatti c’era una mucca che diventò famosa, nelle foto d’epoca: sue zampe in un Paese, due nell’altro. La frontiera? Una maledizione. Migliaia di esuli, un dolore che fa male ancora adesso. Invece, stavolta la parola magica è stata proprio quella. «Abbiamo vinto solo grazie al confine. Perché era quello che ci divideva, e oggi ci unisce. E poi, noi siamo due aree emarginate», dice Ziberna. Periferiche fin dai tempi dell’Impero austro-ungarico. Province, una cosa lontana. «L’ultimo dei pensieri a Roma, è cosa succede a Gorizia. E lo stesso per Lubiana con Nova Gorica». Anche il sindaco dell’altra parte, Samo Turel, parla al plurale: «Siamo un territorio comune e un fenomeno unico, tant’è che ci affacciamo entrambi sulla stessa piazza Transalpina», che della storia delle Gorizie è il primo simbolo in cui si inciampa. I resti del muro, più che altro un muretto, oggi un cantiere che dovrà essere chiuso l’8 febbraio, giorno dell’inaugurazione. E quanti simboli, in una data. Anniversario della nascita di Giuseppe Ungaretti, combattente su questo fronte, e tornato a Gorizia nel 1966, quando il Carso era ancora completamente pelato. Anniversario della morte diFrance Prešeren, il più grande poeta sloveno, ed è anche la Giornata nazionale della cultura, in Slovenia.
Nova Gorica: il municipio, costruito nel 1950 per volere di Tito con le statue dei partigiani. (Mirco Toniolo / Agf)
La rotta dei migranti
«Siamo una twin city», ovvero «città gemelle, non gemellate», spiega Romina Kocina, direttrice di Gect Go, l’ente pubblico promosso dalle due nazioni e dai due comuni, a cui bisogna aggiungere il paese di Šempeter, la vecchia San Pietro, che nella divisione decisa dai Trattati di Parigi, nel 1947, finì in Jugoslavia. «In tutto, neanche 80 mila abitanti», che pure hanno vinto una grande cosa. Questo Gect lavora allo sviluppo di strategie comuni, ed è gestore del programma condiviso. Ma quanti sono i progetti, non lo sa ancora neanche la Kocina. «I nostri sono 56, quelli della Regione, un centinaio. Poi ci sono quelli sloveni… Arriveremo al migliaio». Poi domanda: «Ma è andata alla Casa Rossa?». Sì, siamo alla Casa Rossa, un posto mitico per entrambe le parti. Da attraversare con una certa preoccupazione, quando gli italiani andavano di là, a comprare la carne e la benzina dei comunisti, e gli sloveni venivano a comprare quello che non avevano, cioè quasi tutto. E lì, ferma, c’è una macchina della polizia italiana, che sorveglia cosa, però: il passaggio clandestino dei migranti disgraziati che percorrono la rotta balcanica, dalla Bosnia alla Croazia e poi attraverso la Slovenia, l’Italia. E non passano certo dalla vecchia dogana anni Sessanta, ma dal Carso, dai boschi. Il grande piazzale parcheggio diventerà un’arena per concerti, 10 mila posti, uno dei 60 cantieri che hanno afflitto i goriziani, ma poi saranno tutti contenti.
Oggi il confine politico esiste ma, come i bambini, si può giocare a passare da una parte all’altra, cadute le reti nel 2004, quando la Slovenia entrò in Europa. Schengen poi, sospeso solo nell’era Covid, ma anche lì, il sindaco Ziberna confessa di «aver violato alcune leggi, assieme all’allora sindaco Klemen Miklavic, attraverso il valico del Rafut. Ci nascondevamo in una tavernetta…», e mica per bersi un bicchierino di slivovec. «Ci scambiavamo materiali per le ambulanze, oltre che dati e informazioni, discutevamo di protezione civile», per dire quanto già erano vicine, le Gorizie.«Siamo una piccola città, con una storia importante», e così complessa che ci vogliono molti libri per studiarla, dice Adriano Ossola, nella storica Libreria Editrice Goriziana. Una città «terribilmente segnata» dalla Grande guerra, e poi «dal confine nato dopo la Seconda, quando siamo diventati terre straniere. E a noi italiani la Jugoslavia di Tito faceva anche un po’ paura». Il padre Giorgio, 95 anni, c’era, e ricorda anche «quando arrivarono i tedeschi, dopo l’8 settembre. Gorizia li accolse a braccia aperte, temendo l’arrivo dei partigiani sloveni». C’era «un motivo etnico», in un posto che, volendone contare le radici, ha «una identità slovena, e ebraica, tedesca, friulana, italiana». La città multipla, «che oggi fa convivere le sue anime e lingue». E anche qui, per dire la mescolanza di genti in quest’area, elenca Giorgio Ossola che «fino all’Isonzo si parlava friulano. In città, il veneto-giuliano. La periferia era compattamente slovena. E all’inizio del Carso, dove Ungaretti era in trincea, si parlava il dialetto vicentino. In pianura, il bisiacco. E sull’isola di Grado, l’antico dialetto gradese».«La lingua è un ostacolo, ma si può superare», ci dice Kocina. E per un territorio transfrontaliero come è questo, multistrato come una torta Sacher, o meglio, come la famosa Pischinger, questo sforzo vuol dire molto. «Il messaggio che arriva dalla vecchia Europa è che anche in tempo di conflitti si può convivere pacificamente. C’è il modo», basta guardare i progetti che uniscono, e il motto scelto per la Capitale della Cultura: Go! Borderless, vai, andiamo senza più confini. «Le due città stanno cercando di coordinare anche le linee di bus. Un segno tangibile per le persone», spiega Stojan Pelko, direttore artistico del programma generale.
Ci vediamo a metà strada
Per arrivare nella sua sede di Nova Gorica, si passa il confine invisibile, si costeggiano i vari casinò che in Slovenia sono centinaia– pieni di italiani – come il Perla (un grattacielo a specchi), e l’Admiral, il Park, il caffè Dolce Vita, e i grandi blocchi delle case popolari, l’urbanistica socialista povera ma necessaria, nel disegno razionalista dell’architetto Ravnikar che era stato allievo di Le Corbusier. Tutto molto in ordine, fosse così anche per le case popolari italiane, costruite negli stessi anni Cinquanta e ora decrepite. E nella sede di GO! 2025, Pelko ci offre un caffè fatto nella moka, non alla turca come si beve da queste parti. «Ha visto la città? È diversa da Gorizia, certo. Ma io parlo di conurbazione. Due città che si riuniscono», e un anno fa hanno condiviso il piano regolatore (e investimenti infrastrutturali per 200 milioni, grazie alla Capitale della Cultura). Ma lei, è un architetto? «No, sono un filosofo». Perciò spiega che «nell’Europa unita che siamo, le due realtà sono state in grado di superare i traumi del passato. Perché l’approccio non è più politico, ma storico. Scientifico. Artistico». Però ora bisogna andare in un valico più piccolo della Casa Rossa, ed è quello del Rafut, quello dove i sindaci si trovavano di nascosto durante il Covid. Si capiscono tante cose, al Rafut. Rossana Puntin, funzionaria del Comune di Gorizia, mostra il museo del Lasciapassare/Prepustica (nelle due lingue). Una minuscola casetta confinaria, «un valico agricolo», dove fai dieci passi e sei dall’altra parte. «Qui, per la prima volta, abbiamo accostato memorie diverse. Tito? Per alcuni era il mostro, il dittatore. Per altri era una figura innovativa, un liberatore».
Si guardano quindi le interviste ai testimoni, e i filmati dell’epoca, quando si fondava la città di Nova Gorica. Immagini trionfali, gli scavi e gli operai giovani, entusiasti, arrivati da tutta la Jugoslavia per costruire la città nuova. Ma, c’è il racconto parallelo del massacro delle foibe, gli italiani e gli sloveni accusati di essere “nemici del popolo”, e perciò uccisi. C’è anche la famosa mucca tagliata a metà, ma nessuno ricorda come si chiamasse – in un’epoca in cui le mucche avevano un nome. Dieci passi più in là, c’è una identica casetta confinaria, dove David Kožuh curatore del Goriški muzej, ci spiega che «il confine era sempre permeabile, e dal 1955 tutti i residenti entro i 10 chilometri avevano un lasciapassare». Poi, c’era il contrabbando. Dall’Italia, il caffè buono, nascosto nei fustini del Dash. I mandarini, e la letteratura vietata, come Boris Pahor. Le riviste porno (i Caballero…), i jeans, le calcolatrici, i dischi di musica classica che in Italia erano scarsi ma arrivavano in Jugoslavia dalla Germania e poi a Gorizia. «Cerchiamo di far capire che qui non c’era un vero muro, come a Berlino» anche se molti lo hanno classificato così. «C’era il filo spinato, ma le persone avevano i permessi. Vada al cimitero di Merna, gli americani l’avevano tagliato a metà…», perciò hanno rifatto quel lasciapassare, un gadget divertente, ché di disgrazie qui ne abbiamo avute troppe.