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+972 e Local call: notizie dall’altro Israele

Local call e +972 MAGAZINE sono due testate online – una in ebraico, l’altra in inglese – che si occupano di Israele e dei Territori palestinesi 

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Dal 7 ottobre 2023 i media di Tel Aviv non mostrano le stragi compiute a Gaza dall’esercito. Con una piccola eccezione,un giornale online fatto da palestinesi e israeliani. Reportage
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Tel Aviv. Ogni settimana si riuniscono di domenica mattina in un edificio della zona Est di Tel Aviv. Non ci sono insegne fuori: bisogna attraversare un cortile, superare un meccanico, salire un piano di scale ed entrare nello spazio che condividono con un’agenzia di cinema e pubblicità. Qui, dietro a una porta a vetri, c’è la redazione del giornale, anzi di due giornali: tre stanze, una tv, un angolo caffè e un grande tavolo. Alle pareti, fotografie che non troverete nelle stanze di nessun altro media qui in Israele: una ragazza con la kefiah che sorride mentre la arrestano. Due bambini davanti a un bulldozer in Cisgiordania. Una donna nella tenda in cui vive a Gaza. Immagini uniche e anche un po’ sovversive se si considera che questo è un Paese che da sedici mesi ha eliminato dalla sua vista “l’altro”, ovvero i palestinesi. Ma unico e anche un po’ sovversivo è il luogo in cui ci troviamo.Siamo nella redazione di Local call/+972 magazine, testate online, gemelle o quasi: una in ebrai…

Tel Aviv. Ogni settimana si riuniscono di domenica mattina in un edificio della zona Est di Tel Aviv. Non ci sono insegne fuori: bisogna attraversare un cortile, superare un meccanico, salire un piano di scale ed entrare nello spazio che condividono con un’agenzia di cinema e pubblicità. Qui, dietro a una porta a vetri, c’è la redazione del giornale, anzi di due giornali: tre stanze, una tv, un angolo caffè e un grande tavolo. Alle pareti, fotografie che non troverete nelle stanze di nessun altro media qui in Israele: una ragazza con la kefiah che sorride mentre la arrestano. Due bambini davanti a un bulldozer in Cisgiordania. Una donna nella tenda in cui vive a Gaza. Immagini uniche e anche un po’ sovversive se si considera che questo è un Paese che da sedici mesi ha eliminato dalla sua vista “l’altro”, ovvero i palestinesi. Ma unico e anche un po’ sovversivo è il luogo in cui ci troviamo.Siamo nella redazione di Local call/+972 magazine, testate online, gemelle o quasi: una in ebraico, l’altra in inglese. Si occupano dell’attualità in Israele e nei Territori palestinesi guardandola dai due lati della barricata. Giornalisti ebrei israeliani lavorano insieme ad arabi israeliani e a palestinesi. Due lingue di lavoro – l’inglese e l’ebraico – una in costante sottofondo – l’arabo – un solo obiettivo: sfidare la narrativa a senso unico dei media israeliani per dare voce a entrambi i lati della Storia.

Se telefonando

972 è il prefisso internazionale per chiamare sia Israele che la Palestina. Una delle poche cose che i due Paesi hanno in comune e che nessuno contesta. E +972 magazine è la testata che è nata prima, dodici anni fa. Quasi naturale che, due anni dopo, quando è stato deciso di fare uno spin off in ebraico, il nome fosse simile: ed ecco dunque la chiamata locale, Sikha Mekomit, ovvero Local call. A finanziare il tutto sono per un terzo i lettori, per un terzo fondazioni e per un terzo singoli donatori: non si accettano soldi da governi, enti di cooperazione o organizzazioni non governative.Da anni, queste due testate – ciascuna con i suoi reporter, nove per la versione ebraica, tre per quella internazionale, con un paio di inviati in comune, molti collaboratori esterni e un coordinamento costante, con +972 magazine che traduce spesso il lavoro di Local call – si sono fatte un nome fra chi segue le vicende di questo spicchio di mondo. Ma è dopo il 7 ottobre, e con la guerra a Gaza, che l’audience è decollata, raggiungendo numeri mai visti prima.Due in particolare le chiavi del successo: l’aver raccontato sin dal primo momento Gaza dall’interno, con giornalisti palestinesi che scrivevano già da prima della strage di Hamas ma che da allora hanno trovato un pubblico ben più vasto. La seconda, le inchieste condotte da un team di reporter capitanato da Yuval Abraham sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte delle Forze armate israeliane (Idf) per scegliere gli obiettivi nella Striscia: un modus operandi che ha allargato in maniera esponenziale i target rispetto al passato. E che ha fatto arrivare alle stelle il numero delle cosidette “vittime collaterali”: donne, bambini, anziani, gente comune che si trova vicino all’obiettivo quando viene colpito.Le inchieste su Lavander (il nome del sistema di Ia) sono state riprese dai giornali di tutto il mondo, raggiungendo un pubblico amplissimo che in parte è poi arrivato sul sito di 972 magazine: non a caso, nonostante siano state pubblicate da più di un anno, sono ancora i pezzi più letti della pagina web, con centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Prima e dopo

«Yuval aveva cominciato a lavorare sull’intelligence militare prima del 7 ottobre» ci spiega Meron Rapoport, fra i veterani della redazione «quindi quando si è trattato di vedere come l’Idf operava a Gaza, aveva già ottimi contatti. Ma non credo sia stata la singola storia a portarci dove siamo ora». Un attimo di pausa, ed ecco la spiegazione più profonda. «Raccontando il 7 ottobre 2023 e tutto quello che è venuto dopo» insiste «non abbiamo mai dimenticato che c’era anche un 6 ottobre. Ovvero, il contesto in cui c’è stato l’attacco. Questo non significa giustificare la violenza degli uomini di Hamas, i bambini uccisi, le case bruciate, gli ostaggi: significa ricordare che questo è avvenuto nel contesto di 17 anni di assedio a Gaza e dell’apartheid che c’è in Cisgiordania. Partendo da questo punto di vista, abbiamo capito subito cosa sarebbe stato l’8 ottobre: la violenza e il desiderio di vendetta che hanno animato Israele da allora». Ecco dunque le storie in prima persona su famiglie palestinesi sterminate dalle bombe o in fuga costante, sui medici presi di mira, sulle violenze dei coloni in Cisgiordania. Ma anche quelle su come i manuali scolastici israeliani cancellino la questione palestinese e gli appelli di chi, senza remore, anche fra gli ebrei israeliani, definisce quello che sta accadendo «un genocidio».«Sono cose davanti agli occhi di tutti, ma che la maggioranza degli israeliani sceglie di non vedere», sostiene Dana Mills, coordinatrice di Local Call. Il loro pubblico è costituito, oltre che dagli stranieri e dalla diaspora, anche dalla minoranza di israeliani che invece vuole vedere. Un piccola fetta del Paese, ma in crescita: gli accessi a Local Call sono triplicati in un anno, e quelli di +972 magazine sono cresciuti ancora di più.

La guerra dentro

Per comprendere quanto questo tipo di approccio qui sia unico, bisogna tenere conto del fatto che in questi 16 mesi sulle tv e sui giornali israeliani non sono mai passate parole o immagini su quello che stava accadendo a Gaza che non fossero quelle dell’Idf o dei singoli soldati israeliani. E che in primo piano è sempre rimasta la narrazione degli orrori causati da Hamas. Da mesi, il Paese vive in un unico, infinito giorno: il 7 ottobre 2023, appunto.Eccezione, parziale, quella di Haaretz, il quotidiano dell’intellighenzia liberal, che dopo essere stato nei primi mesi sulla stessa lunghezza d’onda dei giornali concorrenti, ha ricominciato a bilanciare i pezzi, dando spazio anche all’ “altro”. «Io credo che a spingerli a cambiare sono stati anche i nostri pezzi. Il fatto che noi ci occupavamo costantemente di temi che loro ignoravano», suggerisce durante la riunione Alon Rejwan, coordinatore di Local call. I vertici di Haaretz, interpellati dal Venerdì, preferiscono non rilasciare commenti sulla copertura degli eventi dal 7 ottobre in poi, ma Dahlia Scheindlin, che di 972 magazine è fra i fondatori e sul quotidiano di Tel Aviv scrive regolarmente, concorda in linea di massima. «Haaretz sta facendo un ottimo lavoro: ma è vero che ci ha messo tempo a riprendersi dallo shock che ha travolto il Paese».

Non a caso, per quello che ha scritto negli ultimi mesi, il giornale è finito nel mirino del governo. Gli è stato negato l’accesso a qualunque tipo di finanziamento pubblico e vietata la pubblicità da parte di enti pubblici e la direzione ha denunciato un tentativo di strangolamento economico.Questo non è accaduto a Local call e +972 magazine: «Siamo piccoli e diamo meno fastidio. Nessun attacco a noi» sorride Orly Noy, caporedattrice «preferiscono ignorarci o definirci radicali di sinistra. Ma in privato ci arrivano i complimenti». È andata diversamente ad Abraham, l’autore delle inchieste sull’intelligenza artificiale. Il giornalista, insieme al collega palestinese Basel Adra, ha trasformato il suo lavoro in un documentario, No Other Land, vincitore della Berlinale, storia di un villaggio palestinese in Cisgiordania preso di mira dai coloni, ora candidato all’Oscar. Il discorso di Abraham a Berlino in Israele ha fatto scandalo e lui è stato minacciato: «Io e Basel» aveva detto nella serata di premiazione «siamo qui insieme, ma quando torneremo a casa, io sarò libero di muovermi, lui no. Io sarò sottoposto alla legge civile, lui a quella militare. Questo perché lui è palestinese e vive nella Cisgiordania occupata. L’apartheid deve finire». Hanno provato a dargli dell’antisemita» commenta con noi Rapoport «ma come fa a essere antisemita un ebreo israeliano? La verità è che noi siamo la voce dell’altro Israele: quello che cerca una soluzione diversa e capisce che la sicurezza non si fa solo con le armi. E non abbiamo intenzione di restare in silenzio».

Sul Venerdì del 31 gennaio 2025

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