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Le leggi della Natura

PER POSTA: ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. Due lettere sulla caccia, di segno opposto, ricordando la differenza tra “sparacchiatori” e i cacciatori-naturalisti
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Gentile Serra, ho letto la sua risposta al signor Musacchio sulla difficile convivenza con i cacciatori, i cinghialisti in particolare. È evidente che la singola persona possa mostrarsi più o meno amichevole e gentile. Il problema, come lei giustamente ricorda, è legato all’enorme permissività delle leggi, le cui maglie nazionali vengono regolarmente lacerate dai governi regionali di ogni colore, in un contesto di cronica impunità e assenza di controllo sia da parte delle forze dell’ordine sia da parte delle polizie locali. Il fatto che sia permesso il movimento sui fondi privati non significa che sia possibile sparare sempre, comunque, ovunque pur sapendo che ci sono persone e magari animali domestici in circolazione; non autorizza a sparare in prossimità dei lavoratori nel vigneto, pensando siano stranieri che non protesteranno; non solleva lo sparatore dalla sua responsabilità appellandosi al fatto che il cane o il suo proprietario non avevano un giubbetto colorato, magari sulla lo…

Gentile Serra, ho letto la sua risposta al signor Musacchio sulla difficile convivenza con i cacciatori, i cinghialisti in particolare. È evidente che la singola persona possa mostrarsi più o meno amichevole e gentile. Il problema, come lei giustamente ricorda, è legato all’enorme permissività delle leggi, le cui maglie nazionali vengono regolarmente lacerate dai governi regionali di ogni colore, in un contesto di cronica impunità e assenza di controllo sia da parte delle forze dell’ordine sia da parte delle polizie locali. Il fatto che sia permesso il movimento sui fondi privati non significa che sia possibile sparare sempre, comunque, ovunque pur sapendo che ci sono persone e magari animali domestici in circolazione; non autorizza a sparare in prossimità dei lavoratori nel vigneto, pensando siano stranieri che non protesteranno; non solleva lo sparatore dalla sua responsabilità appellandosi al fatto che il cane o il suo proprietario non avevano un giubbetto colorato, magari sulla loro stessa proprietà (come rileva il lettore...). È ben difficile, come lei scrive, “scendere a patti” e avere “rapporti amichevoli”; il quieto vivere è una cosa (spesso amara da perseguire), la correttezza è un’altra. Le raccomando di non vedere in queste primitive esibizioni di forza virile una qualche forma di eroismo o genuinità agreste, né tantomeno di “cultura naturalista e sensibilità ambientale”, che sono le parole tipiche dietro cui i cacciatori trincerano la propria inadeguatezza di fronte al mondo attuale. Non si tratta di essere animalisti da operetta, si tratta solo di guardare in faccia alla realtà: pensa davvero che a questi personaggi interessino i modelli statistici multivariati per determinare l’andamento delle popolazioni di cinghiale? Che si preoccupino di seguire le indicazioni tecniche basate sulle stime di popolazione? Sa chi organizza i censimenti? Sono i cacciatori stessi che raccolgono i dati e li comunicano: pensa siano realistici? O che si curino del fatto che disperdere i branchi li faccia proliferare come il grano seminato? Perché non cerchiamo anche di indagare sulla possibilità che la movimentazione delle carcasse di cinghiale, con il fiorente giro di affari che ne consegue, abbia contribuito al contagio PSA magari più degli individui vivi e vaganti? E sulle pressioni del settore economico delle Aziende Faunistico-Venatorie? Lasci davvero l’espressione “cultura naturalista” fuori da queste bassezze: è degna di miglior causa.

Lettera firmata

Caro Serra, avevo uno zio, mancato 12 anni fa, che aveva due passioni: l’Inter e la caccia. Mi portava a vedere le partite nel Valdarno presso un Inter club intestato ad Angelo Moratti e faceva più di 15 km per andare a vederla con la Panda ai tempi del triplete. Era un cacciatore. Mi ha fatto scoprire il bosco, i tempi dell’autunno e dell’inverno, la ricrescita e la rinascita dello stesso in primavera. Sapeva tutto, riconosceva le foglie del sottobosco, le impronte degli animali, distingueva gli uccelli dal loro canto. Un uomo innamorato della natura al punto di chiamare sempre la Forestale per denunciare l’inciviltà di chi abbandonava rifiuti nel bosco (anche l’amianto) e chi dava il pane ai cinghiali per attirarli. Eppure era un cacciatore. Mi ha spiegato come si facevano le battute. Descritto un mondo che non conoscevo. Ci sono gli ormatori e i battitori, è un mondo affascinante che gli animalisti ottusi non comprenderanno mai (meglio un cane nel passeggino...). È morto un giorno di febbraio nella neve, in mezzo ad un bosco, come avrebbe voluto lui. Aveva disposto di fare piantare dal Comune, fuori dal cimitero dove riposa, due cipressi che chiunque passi può vedere ancora. Sono passati 12 anni e sono cresciuti.

Cristina

La questione della caccia innesca, come dimostrano queste due lettere, sensibilità anche molto diverse. La predazione è antica come la natura (esseri viventi mangiano esseri viventi), ma non c’è dubbio che la smisurata prevalenza tecnologica dell’uomo rende del tutto impari il suo rapporto con le bestie, delle quali è spesso carnefice per puro gioco. E certo la pressione della lobby delle armi e la debolezza o la connivenza della politica non aiutano a regolamentare la caccia in modo più drastico e più compatibile con la presenza umana e al tempo stesso con l’equilibrio della natura. Ma a me sembra che la macro-questione non sia caccia sì/caccia no (anche se fa parte del problema), quanto la complessiva, drammatica perdita di rapporto degli esseri umani con la natura e le sue leggi. Più del passaggio di un cacciatore nei miei campi, mi impressiona saperli rigogliosi di erbe e frutti che nessuno conosce più, nessuno raccoglie più: basterebbe allungare una mano, invece si va tutti, me compreso, al supermercato. I bambini delle valli – non quelli di città – non conoscono più i nomi degli alberi e degli animali, evidentemente introvabili su TikTok. Mi impressiona l’agricoltore che sversa chimica per comodità e in quantità smodate – ho visto con i miei occhi diserbare con il glifosate gli argini dei fossi, così si fa più in fretta e chi se ne infischia se l’acqua si avvelena. Mi impressionano la cementificazione senza freni, l’abbandono dei crinali, gli allevamenti intensivi che hanno trasformato gli animali in pezzi di ricambio. La natura ha crudezza e ferinità (la predazione è l’esempio più emblematico) in quantità pari alla sua meraviglia e alla sua bellezza. Ma va conosciuta, anzi ri-conosciuta, studiata, vissuta, frequentata, altrimenti nessuna cultura naturalistica, se non a livello di ristrette élite, potrà mai svilupparsi. Per questo ho scritto che il cacciatore che conosce nel profondo i ritmi della natura (non, dunque, lo sparacchiatore che si considera, a torto, uno “sportivo”) è una presenza importante e sapiente. Ne ho conosciuti, come lo zio di Cristina, e sì, li ritengo dei naturalisti a pieno titolo. Sono una minoranza? Probabile, anzi sicuro. La tipica minoranza virtuosa.

Sul Venerdì del 31 gennaio 2025

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