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Bill Gates: il mio codice dalla A alla Z

Gates, 69 anni, con la stampa del codice sorgente dell’8080 BASIC, il primo prodotto di Microsoft, uscito 50 anni fa. gates notes/ian allen 

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Nel primo volume della sua biografia il fondatore di Microsoft racconta la sua infanzia («oggi sarei considerato un bambino autistico» e l’adolescenza nerd («con spinelli e un po’ di Lsd»). E con noi si spinge oltre, parlando anche di tasse, social e intelligenza artificiale. Intervista esclusiva
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Autoritratto del profeta dei pc da giovane. Con pennellate che ti aspetti, tipo: «Mi interessavano la lettura, la matematica e pensare per conto mio. Non mi interessavano lo sport, il disegno, la scrittura, i rituali della vita quotidiana e della scuola né quasi tutto quello che mia madre mi diceva di fare». E altre che ti aspetti decisamente meno, come il fatto che a tredici anni «camminavamo per sette o più giorni di seguito, guidati solo dalle carte topografiche, attraverso foreste incontaminate». Insomma, il prevedibile nerd e l’imprevisto esploratore.

C’è la confessione dei primi giovanili whisky e spinelli e una poco convinta sperimentazione con l’Lsd. Ma soprattutto, e per la prima volta, Bill Gates parla di un serio problemino con l’empatia: «Se fossi cresciuto in questi anni mi avrebbero probabilmente diagnosticato un disturbo dello spettro autistico». Che col tempo forse si è un po’ attenuato dal momento che Source Code. I miei inizi, il primo volume di un’autobiografia che …

Autoritratto del profeta dei pc da giovane. Con pennellate che ti aspetti, tipo: «Mi interessavano la lettura, la matematica e pensare per conto mio. Non mi interessavano lo sport, il disegno, la scrittura, i rituali della vita quotidiana e della scuola né quasi tutto quello che mia madre mi diceva di fare». E altre che ti aspetti decisamente meno, come il fatto che a tredici anni «camminavamo per sette o più giorni di seguito, guidati solo dalle carte topografiche, attraverso foreste incontaminate». Insomma, il prevedibile nerd e l’imprevisto esploratore.

C’è la confessione dei primi giovanili whisky e spinelli e una poco convinta sperimentazione con l’Lsd. Ma soprattutto, e per la prima volta, Bill Gates parla di un serio problemino con l’empatia: «Se fossi cresciuto in questi anni mi avrebbero probabilmente diagnosticato un disturbo dello spettro autistico». Che col tempo forse si è un po’ attenuato dal momento che Source Code. I miei inizi, il primo volume di un’autobiografia che ne prevede ben tre, è soprattutto una dichiarazione d’amore lunga 350 pagine che Bill fa ai genitori Gates. I proventi andranno tutti alla United Way, l’ente di raccolta fondi per varie non profit in cui era molto attiva sua madre.

Teams fa le bizze

Sullo schermo di un computer, e dove sennò?, eccolo dunque apparire davanti a me, alla soglia dei suoi 70 anni e dei 50 di Microsoft. L’uomo che aveva previsto “un pc su ogni scrivania” quando i calcolatori erano ancora grandi come armadi e stavano nei centri di ricerca. Che ha inventato il primo sistema operativo di massa, l’Ms-Dos. E Windows, l’interfaccia più brutta e meno intuitiva di quella Apple, che però ha fatto sì che i computer si potessero usare cliccando su icone e menu. E infine Office, che ha cambiato per sempre come le persone scrivono, fanno di calcolo, creano presentazioni.

Io posso vederlo, col suo maglioncino azzurro con zip aperta sul collo, lui per i primi cinque minuti dell’intervista riesce solo a sentirmi perché Teams, altra creatura Microsoft, fa le bizze. Non è grave, ma lui prende il malfunzionamento come una sfida personale, fino a quando il video finalmente si attiva. Tra le leggende che lo riguardano c’è sempre stata l’ipercinesi con cui dissiperebbe l’energia in eccesso. Tutto vero! Mentre ascolta le domande, con lo stesso tipo di bloc notes giallo che è tanto americano quanto la torta di mele e che usa senza sosta dalle elementari, Gates continua a dondolarsi avanti e indietro sulla sedia per concentrarsi meglio.

Venticinque anni fa su di lui avevo scritto una biografia non autorizzata e antipatizzante. Subito dopo iniziò la svolta filantropica per cui ha elargito già quasi 50 miliardi di dollari. Oggi, sarà che il tempo passa per tutti, da manager feroce e aspirante monopolista che era, mi sembra quasi tenero nella pervicace rievocazione in scala 1 a 1 che fa nel libro delle res gestae dei prof che ha avuto, dei giochi con le sorelle, delle virtù complementari di papà e mamma. E poi il resto del mondo è andato così a destra che lui, essendo rimasto dov’era, tra Musk “braccio destro” di Trump e Zuckerberg e Bezos in prima fila, è l’unico gigacapitalista che nella foto dell’Inauguration Day a Washington non c’era e quindi oggi brilla come sincero democratico. Panta rei.

Dalle escursioni nella natura, a lasciare Harvard, a incaponirsi sulla licenza del software: la parola “rischio” viene fuori spesso nella sua autobiografia. Ma il rischio di solito è associato all’essere ribelli e al pensare fuori dagli schemi: Out of the box, come da celebre spot Apple di molti anni fa. Con questo libro lei vuole anche mettere i puntini sulle i per quanto riguarda la sua percezione pubblica? (Ovviamente penso alla rivalità con Steve Jobs, ma evito di provocare subito).

«Non credo ci sia nulla da correggere riguardo la mia percezione esterna. Volevo piuttosto condividere quanto i miei genitori e alcune amicizie chiave, oltre al fatto di essere stato esposto così presto ai computer – per non dire della mia personalità, talento e fortuna – insomma il “codice sorgente” del titolo, abbiano contribuito a fare di me quello che sono. Ho avuto un’infanzia piuttosto formidabile, in cui l’unico evento traumatico è stata la morte del mio amico Kent Evans. Quanto all’attitudine al rischio, ha a che fare anche col mio ottimismo e con l’idea che, tendenzialmente, le cose andranno a finire bene. Io mi sono sempre visto come un ribelle. Nel senso che, dopo che Paul (Allen, il cofondatore di Microsoft, ndr) mi mostrò i miglioramenti esponenziali dei microprocessori e io imparai così bene a scrivere software, insieme abbiamo capito che straordinario strumento sarebbe diventato. E abbiamo deciso di aiutare quella trasformazione scrivendo non un singolo software, ma tutti quelli che potevano servire. Una cosa che i nostri concorrenti non hanno colto subito. Mentre io sono stato un evangelista dei personal computer e delle grandi cose che avremmo potuto farci».

Da sua madre dice di aver imparato l’ordine, dal rifare il letto a varie altre cose non entusiasmanti per un ragazzino. Da suo padre l’organizzazione: «Sii organizzato» è stata la sua raccomandazione per tutta la vita. Lei cosa ha insegnato ai suoi figli?

«Mio padre mi ha insegnato soprattutto con l’esempio. Quando si era finalmente liberato il suo lavoro dei sogni, giudice federale, rinunciò perché non voleva lasciare nelle peste i soci del suo studio da avvocato. Forse io e Melinda non abbiamo lasciato liberi i nostri figli di andare nei boschi, come invece capitò a me da piccolo. Siamo stati un po’ più cauti. Ma dal momento che con me i miei genitori sono stati così fantastici, beh, ho provato a fare alcune delle cose che ho imparato da loro: festeggiare i ragazzi per qualcosa di ben fatto, andare alle gare sportive, conoscerne gli amici. Riconosco, in questo, un grosso merito a Melinda perché nei primi tempi, proprio come mio padre, anch’io lavoravo moltissime ore e il grosso era tutto sulle spalle di mia moglie».

«Mamma, sto pensando!»

In questo primo blocco di intervista sull’infanzia, abbiamo tralasciato alcuni aneddoti raccontati nel libro. Tipo quando, all’età di dodici anni, Bill è così allergico alle regole familiari che sua madre gli sequestra tutti gli abiti che trova sul pavimento facendosi pagare 25 centesimi per la loro restituzione (lui semplicemente comincia a indossarne meno). O di quella volta in cui sempre lei, tentando di farlo uscire dal mutismo, riceve un secco: «Sto pensando! Tu non pensi mai? Prova a farlo, una volta tanto!». Fino a quando, esasperata, lo porta da uno psicologo che emette la seguente sentenza: «Arrendetevi, vincerà lui». Grazie a un altro terapeuta arriveranno alla conclusione che serve un cambiamento radicale: iscriverlo, non senza attenta valutazione («I miei stavano bene, ma rispetto alle famiglie dei nuovi compagni eravamo tra i più poveri»), alla leggendaria Lakeside School.

In una scala da 0 a 10, quanto ha influito nel renderla chi è oggi aver frequentato quella scuola privata?«Moltissimo. Direi 8 o 9. C’erano bravissimi insegnanti e classi poco numerose, da 15 ragazzi. Quando frequentavo invece la scuola pubblica, essendo un po’ diverso dagli altri studenti, la mia reazione era stata di rifiuto. Avevo una grafia sciatta, facevo battute, non stavo alle regole accademiche. Anche alla Lakeside i primi due anni ero ancora un po’ apatico, e non mi trattavano da persona intelligente – perché ero pigro. Però nella stanza dei computer ho conosciuto Kent e poi Paul (di nuovo Allen, ndr) ed è stato lì dentro, a quattoridici anni, che mi sono messo a fare sul serio. Se non fossi andato in quella scuola probabilmente non avrei fondato Microsoft».

A quei tempi vi inventavate di tutto pur di avere accesso al computer scolastico. Eravate, in buona sostanza, degli hacker. Non molto diversi da quei primi informatici amatoriali che si impadronirono di alcune copie del vostro software per l’Altair e contro i quali lei scrisse poi una lettera di fuoco definendoli “ladri”. Non ci vede una contraddizione?«Di certo per imparare abbiamo usato computer che non avevamo il permesso di usare. Abbiamo scroccato. Ed è vero che, quando mi sono trovato dall’altra parte, sono stato infastidito dall’atteggiamento da hippy per cui il software deve essere libero e gratuito: io volevo assumere nuovi programmatori alla Microsoft e non potevo farlo se la gente non pagava. Quindi sì, c’è un piccolo paradosso. Però ero sicuro che l’informatica avrebbe portato a una maggiore produttività e che allora le persone avrebbero trovato normale pagare. E volevo arrivare a quel momento il più velocemente possibile. E poi, quando ho scritto quella lettera molto dura, avevo diciott’anni. E quasi subito ho dovuto fare marcia indietro rispetto all’epiteto di “ladri”».

A proposito di Paul Allen e del suo peculiare contributo alla sua “educazione sentimentale”: oltre a prestarle una macchinona con cui lei si schiantò contro un muro, rientra il fatto di averla introdotta a whisky, spinelli e – lo rivela qui per la prima volta – all’Lsd?«Direi di sì. Paul aveva due anni più di me. E c’era la prima volta che mi sono ubriacato o ho fumato erba, anche con il retropensiero di risultare cool alle ragazze – cosa che non ha funzionato benissimo. E certamente l’idea di usare l’Lsd fu sua. Io ero solo super curioso e disposto, appunto, a correre il rischio. Ma devo dire che ho smesso quasi subito, giusto un paio di volte: ci tenevo troppo al mio cervello».

Sessanta a quaranta

A dispetto del fatto che fosse più grande e teoricamente scafato, Allen accetterà, sin da subito, una divisione iniqua di Microsoft: il 40 per cento contro il 60 di Bill. Che poi diventerà 36 e 64. Furono, quelli degli inizi ad Albuquerque, gli anni selvaggi di lavoro matto e disperatissimo, di cibo indecente («non cucinavamo mai a casa e, a parte un vasetto di piedini di porco in salamoia comprato per scherzo, il frigo era sempre vuoto») e docce rare come la pioggia in New Mexico. Di ragazze, neanche a dirlo, assenti come l’ombra nel deserto. C’è anche, nel libro, la cronaca (assai smussata) dei rapporti burrascosi col suo primo importante datore di lavoro, Ed Roberts, per il cui microcomputer Altair aveva sviluppato il primo linguaggio di programmazione Basic. Riuscendo poi, al termine di una causa feroce, a sganciarsi e a mantenere la titolarità del codice sorgente che l’avrebbe reso multimiliardario. Senza spoilerare il secondo volume, vi basti sapere che se uno dovesse riassumere in una singola intuizione lo strepitoso successo di Microsoft sarebbe l’aver capito, nel lontano 1981, che era di gran lunga meglio “noleggiare” – e restare padrone del source code – invece che “vendere” il sistema operativo alla Ibm rinunciando alle royalty future.

All’epoca lei lavorava come un matto. In una lettera in cui chiede al suo amico Rick di venire a Microsoft, gli dice che per un certo progetto servirebbero vari “mesi-Gates” alludendo al fatto che a un comune mortale ne occorrerebbero molti di più. Oggi si è dato una calmata?«A vent’anni ero davvero estremo. Niente fine settimana, niente vacanze. Per circa dieci anni ho persino represso la grande voglia di tenermi aggiornato sulle novità in biologia e matematica. Ma dal 2000, quando mi sono dimesso e Ceo di Microsoft è diventato Steve Ballmer, ho recuperato il tempo perduto. Poi verso la fine dei miei trent’anni mi ero sposato, e anche già molto ammorbidito. Ora lavorerò poco più di 40 ore a settimana. Gioco molto a tennis. Mi prendo belle vacanze. E durante le vacanze leggo».

Sempre per la serie “rivelazioni”, a un certo punto scrive che se fosse cresciuto in questi anni, probabilmente sarebbe stato diagnosticato nello spettro autistico. Perché lo pensa?«Sì, è la prima volta che ne parlo apertamente. Negli Stati Uniti la definizione di spettro autistico è molto ampia. Racchiude il fatto che avessi capacità sociali inferiori alla media. E che non sapessi cogliere, negli altri, i segnali sociali. È un tratto che, se sfruttato nel modo giusto, può diventare un punto di forza. Con un’altissima capacità di concentrazione – che fosse una tesina scolastica di ben centosettantasette pagine sul piccolo stato del Delaware o di pensare, durante le lunghe camminate in montagna, a come scrivere un pezzo spinoso di software. Per me è stata una caratteristica molto preziosa. Detto questo, mia madre organizzava molte occasioni di incontro con adulti intorno e io mi sentivo senz’altro più a mio agio a parlare con loro che con i miei coetanei. Anche questo mi ha poi aiutato nel lavoro. Oggi probabilmente mi avrebbero dato delle medicine e diagnosticato anche un disturbo da deficit di attenzione e iperattività a causa dei miei livelli di energia».

Nove dollari all’ora

Se non abbiamo parlato dei giorni calamitosi che viviamo tra guerre, “Trump 2 la vendetta” e altre bazzecole che avremmo voluto far commentare alla sua intelligenza ad ampio spettro, è perché gli addetti stampa avevano preventivamente chiarito che le domande avrebbero dovuto essere solo su questo libro. E sul breve periodo biografico che copre: quand’era Bill o al massimo cominciava a essere Bill Gates. Consegna che ho preso sul serio per la prima metà della conversazione. Per provare a sterzare, nella seconda, su qualche argomento di interesse più universale di quelli che accendono la comprensibile saudade sua e dei suoi familiari superstiti. E lui non si è sottratto.

All’inizio di Microsoft, lei aveva fissato per i primi dipendenti una retribuzione oraria di 9 dollari l’ora. Quasi cinquant’anni dopo il salario minimo federale in America è ancora più basso di quel livello. Cos’è andato storto?«Il salario minimo importante, negli Stati Uniti, è quello statale. Mentre quello a livello federale non viene aggiornato da tempo. E dubito che ci siano molte aziende che riuscirebbero ad assumere attenendosi a quel salario. Quanto a me, ero ossessionato che i nostri clienti non ci pagassero e volevo assicurare ai miei dipendenti una retribuzione decente. Io potevo tornare a Harvard, ma gli altri, magari già con famiglie? In generale, ho sempre avuto riserve in banca per pagare i dipendenti qualsiasi cosa fosse successa e non ho mai preso uno stipendio troppo elevato dall’azienda. Ho cercato di non essere troppo avido in termini di paga».(E qui ci sarebbe stata benissimo una chiosa sui 56 miliardi di dollari annuali che invece Elon Musk vuol fare riconoscersi dal cda di Tesla. Ma, appunto, è una domanda troppo sull’attualità, dunque off-limits).

In What’s Next, una docuserie Netflix, lei parla di intelligenza artificiale. Sulla solita scala 0-10, quanto ne è eccitato o preoccupato? Lo chiedo anche alla luce del fatto che tra i libri dell’anno che consiglia sul blog Gates Notes c’è quello di Mustafa Suleyman che in un’intervista al Venerdì si diceva piuttosto preoccupato…

«Sono entusiasta tra 9 e 10. Chiunque dica che la Ia non è una cosa gigantesca, vuol dire che non ha capito – se parliamo di aiutare le scoperte scientifiche o migliorare istruzione e salute. Ma sono anche preoccupato tra 9 e 10 su come noi, in quanto società, sapremo gestire questa produttività extra. Peraltro sto finendo di leggere Nexus, di Yuval Harari, che spiega che non basta acquisire nuove capacità per stare meglio. Io stesso, all’inizio della rivoluzione digitale, ero solo un entusiasta. Fin quando, con l’arrivo dei social network, mi sono accorto anche degli effetti collaterali. Con una quantità di matti che si ritrovano online o adolescenti sempre più aggressivi. Insomma, mi sono reso conto che il mezzo potenziava alcune debolezze umane. L’analogia che Harari fa col passato è che quando hanno inventato la stampa c’erano mille volte più libri sulle streghe di quanti ce ne fossero su Copernico che scopre le leggi della fisica».

Visto che ha citato i social e anche consigliato il molto critico La generazione ansiosa di Jonathan Haidt, quanto è preoccupato dal loro effetto sulle giovani generazioni e più in generale sulla polarizzazione della società?

«Penso che quello di Haidt sia un libro molto importante e profondo. E sono pienamente d’accordo sui problemi che identifica: il fatto che i ragazzi – anche le ragazze, ma meno – siano troppo protetti nel mondo reale e troppo poco in quello online. Abbiamo ancora del lavoro da fare perché, in settori come la politica o la scienza, le ragazze abbiano un ruolo di primo piano. Ma abbiamo anche un grosso problema con i ragazzi, dal momento che la percentuale di quelli che si iscrivono all’università e la completano è in calo. Per non dire dei loro livelli di maturità e capacità di socializzare. Tra le varie idee c’è quella di mandarli a scuola un po’ più tardi o dare loro più libertà. Oppure, come in Australia, vietare i social fino ai 16 anni. Penso che dobbiamo andare avanti a ragionare su queste cose e spero che altri Paesi si facciano avanti e dimostrino che ci sono modi migliori di adesso con cui gestire i ragazzi».

Un’altra puntata della docuserie riguarda la ricchezza. È corretto dire che lei, che da decenni è stabilmente tra i dieci più ricchi al mondo della classifica Forbes, è a favore di una tassa del 60 per cento sulle grandi ricchezze, inclusa la sua?«Allora, io non intendo una tassa sulla ricchezza in cui si prende il proprio attuale livello di ricchezza e se ne sottrae una certa percentuale. Penso che pochissimi Paesi otterrebbero un consenso sufficiente su un’ipotesi del genere. E, se la percentuale fosse troppo alta, le persone fuggirebbero all’estero. Sono invece un gran sostenitore del tentativo di trovare un modo per tassare di più le plusvalenze. Anche quelle maturate ma non realizzate. E sono anche decisamente a favore di una imposta di successione, donazioni comprese. Noi ce l’abbiamo ma molti Paesi no (l’Italia, col 4 per cento, è stata definita a questo proposito un paradiso fiscale, ndr). In sintesi: vorrei un sistema fiscale molto più progressivo, forse non ai livelli dell’economista Thomas Piketty e di certo non come il senatore democratico Bernie Sanders. Il quale, una volta raggiunta una certa soglia, tipo un miliardo di dollari, vorrebbe introdurre un’imposta del 100 per cento. Diciamo che sono decisamente più progressista del sistema statunitense di oggi, ma non quanto Piketty o Sanders».

Ciò non toglie che Gates abbia avuto l’intelligenza di confrontarsi con Sanders, sempre in quel documentario, e di non impallidire quando questi gli diceva sul muso che i miliardari, lui, li abolirebbe. Musk, per dire, con una battuta di stupefacente cattivo gusto dal momento che parliamo di un ultra-ottuagenario, chiosò così una proposta del senatore del Vermont di introdurre una patrimoniale sui miliardari: «Bernie, ogni volta mi dimentico che sei ancora vivo». I soldi non comprano la buona educazione. E, a proposito dei primi, il ben più urbano Gates in privato aveva confessato di aver dato 50 milioni di dollari a Kamala Harris per la sua campagna elettorale. Non sono bastati. Forse anche per questo oggi preferisce parlare solo dei suoi primi vent’anni, e non del secondo The Donald. Al momento dell’intervista il presidente non aveva ancora annunciato che gli Stati Uniti non finanzieranno più l’Organizzazione mondiale della sanità. Lasciando in cima al podio dei donatori dell’Oms non uno Stato ma un individuo. Quello la cui faccia da bambino sdentato è sulla copertina del libro di cui abbiamo parlato sin qui.

Sul Venerdì del 31 gennaio 2025

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