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Raffa, l’ombelico del mondo è in mostra

Raffaella Carrà (1943-2021) con uno dei classici completi che lasciavano scoperto il ventre. Mondadori Collection 

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A Trieste (e dove, sennò?) si possono ammirare gli indimenticabili abiti della Carrà collezionati con infinito amore da due fan che da qualche anno li portano in giro per l’italia. Solo uno manca all’appello, quello del Tuca Tuca...
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Trieste. Lo spirito amoroso di Raffaella Carrà soffia tra questi abiti meravigliosi – volant, perline e ricami, trasparenze e altre audacie – ora esposti al Magazzino 26 del Porto Vecchio fino al 16 marzo. Titolo: Com’è bello da Trieste in giù (ma lei diceva anche “far l’amore”… non possiamo dimenticarlo).

Era la sigla d’inizio di Ma che sera, e con quel programma del 1978 la Carrà tornava in Italia dopo molti trionfi all’estero. E questa mostra non è una cosa per soli fan, perché qui c’è anche un pezzo di storia della società italiana, quella che guardava i grandi programmi tv, adorando o criticando quanto vedeva. Le donne, però, si ispiravano alla moda che passava anche attraverso il piccolo schermo di allora. Quante si sono vestite (o hanno sognato di farlo) truccate e soprattutto pettinate come lei, tentando di imitarne il caschetto biondo, e se non i passi di danza, almeno la sua eleganza.

Trieste. Lo spirito amoroso di Raffaella Carrà soffia tra questi abiti meravigliosi – volant, perline e ricami, trasparenze e altre audacie – ora esposti al Magazzino 26 del Porto Vecchio fino al 16 marzo. Titolo: Com’è bello da Trieste in giù (ma lei diceva anche “far l’amore”… non possiamo dimenticarlo).

Era la sigla d’inizio di Ma che sera, e con quel programma del 1978 la Carrà tornava in Italia dopo molti trionfi all’estero. E questa mostra non è una cosa per soli fan, perché qui c’è anche un pezzo di storia della società italiana, quella che guardava i grandi programmi tv, adorando o criticando quanto vedeva. Le donne, però, si ispiravano alla moda che passava anche attraverso il piccolo schermo di allora. Quante si sono vestite (o hanno sognato di farlo) truccate e soprattutto pettinate come lei, tentando di imitarne il caschetto biondo, e se non i passi di danza, almeno la sua eleganza.

Era uno stile «seducente, intrigante, mai volgare», dice Vincenzo Mola, che questi pezzi storici li possiede assieme all’amico Giovanni Gioia. È la Collezione Carrà, 350 abiti di scena, datati dal 1976 al 2012, raccolti dai due con pazienza e amore, che è poi la parola chiave di tutto, qua dentro. E quante volte si sente “amore”, nelle canzoni che accompagnano ogni abito. Con Raffaella lì, viva e ballante (“e volerò con te/nuvola tra le nuvole”), nei video abbinati ai costumi. In alto, incombe una grande palla stroboscopica: la discoteca anni Settanta.

Esposti, trentacinque, più due appartenenti all’autore Rai Massimiliano Canè. Pezzo forte, il “18 mila Swarovski”, indossato nella prima puntata della quarta edizione di Carramba che fortuna, ed era il 2008. Che meraviglia. E quello rosso fuoco, che agli esperti dell’alta moda può ricordare un Capucci? «È vera arte sartoriale» dice Mola «abiti completamente cuciti a mano, una grande bellezza». Come anche la camicetta indossata all’inaugurazione della mostra dalla figlia di Giovanni (che si chiama? dite un nome a caso). Ricamata con cannette di cristallo rosso, e indossata per la prima volta alle prove di Buonasera Raffaella, nel 1985 a New York.

Bisogna dire che non è la prima volta che questi abiti girano l’Italia, ma sempre diversi, scelti via via nella collezione. E a parte Cinecittà, finora li si è visti in provincia, Lucca, Sanremo, Agropoli, Messina, Reggio Calabria e Salerno, la città dei due proprietari, «perché andiamo dove ci chiamano, ma questo per noi è un hobby, e quindi abbiamo bisogno che qualcuno si accolli le spese di trasporto e assicurazione».

Mola è un funzionario pubblico, Gioia è responsabile dei punti vendita di una catena di supermercati, si conoscono da quando insegnavano tra elementari e materne, anni fa. Quando devono allestire una mostra, si mettono in ferie e partono, con i preziosi reperti piegati nelle casse tra molte veline, e poi li sistemano personalmente sui manichini (e ogni volta serve anche una stiratrice davvero capace). E come gli sia nata questa passione, spiega Vincenzo che è tutta colpa del socio, «un vero fan, che da ragazzo scappava da scuola per prendere la linea con Pronto Raffaella, e indovinare i fagioli. Non ci riuscì mai, ma nel ’90 sì, su Radio Italia: lei presentava il disco Inviato speciale, Giovanni riuscì a parlarle al telefono». Potete immaginare l’emozione, anche perché quella volta Raffaella gli disse «ma chi pensi che io sia?», come a dire «sono una persona normale, semplice». Poi lo invitò a Roma, allora faceva Ricomincio da due. Insomma, Giovanni venne accolto con amore, lei lo fece sedere in un posto strategico, «così verrai inquadrato, e a casa ti vedranno».

È stata una folgorazione, «poi Giovanni mi ha contagiato con la sua passione. Nel 2009 siamo andati a un raduno di fan, e per la prima volta è venuta anche lei, entrando dalla porta di servizio e dicendo «mi fermo solo due minuti!». Invece restò con noi due ore, a raccontarsi. Eravamo increduli, tutti». E i costumi? «Abbiamo conosciuto il suo sarto, Gabriele Mayer, ci invitò a visitare l’atelier, poco prima che chiudesse. Lì vedemmo un miniabito, poi un altro… Ne abbiamo comprati tanti». Altri sono stati scovati dopo, firmati da Graziella Pera, Luca Sabatelli, Corrado Colabucci. Siete i più grandi collezionisti? «Ci sono molti collezionisti di riviste, dischi e gadget di Raffaella. Ma di vestiti sì, siamo i primi. La stessa Rai ne ha forse una ventina, tutti precedenti al 1978».

Manca il famoso, e malizioso, abitino del Tuca Tuca, quel primo completo pantaloni e corpetto (la pancia, l’ombelico scoperti!) che creò un bello scandalo nell’Italia del 1971. Carrà, quasi 50 anni dopo, disse «lo ballai con Enzo Paolo Turchi e fu considerato troppo trasgressivo. Lo cancellarono dalla televisione. Ci fu anche un articolo dell’Osservatore Romano, e così lo tolsero anche dalla classifica. Poi una sera invitai a cena Alberto Sordi e glielo feci riascoltare. Fu lui a volerlo riportare in tv. E a lui non potevano dire di no».

A Canzonissima, bisogna rivedere (su YouTube) il balletto Sordi-Carrà, con lui che entra in scivolata, e alla fine dice «Ma come, uno viene a Canzonissima, e non tuca tuca Raffaella?». Grande. Una rivoluzione. Così la rivoluzione sessuale avanzava anche nella tv di Stato.

Però, quel completino non si trova, «e nessuno sa dove sia finito. Forse è andato distrutto. Del resto, i magazzini Rai hanno subito un’alluvione. Probabilmente è perduto per sempre». Era tutta un’altra epoca, e anche un’altra televisione. E lei poi, non facilmente imitabile, tanto che migliaia di ammiratori si radunano ancora oggi, in Italia e fuori, per celebrarne bravura, simpatia, e tutte le doti che vanno a creare la professionalità di un artista, e anche il mito. Le aveva tutte, compresa la capacità di osare – con garbo – gli spacchi, le trasparenze, il vedo/non vedo. Erano costumi di scena, alcuni sono abiti da sera indossabili ancora oggi a un gala. «In Spagna ha osato anche di più, ma senza volgarità», spiega Mola.

Un abbraccio forte forte

E osservandoli da vicino, ecco qualche filo tirato e alcune perline mancanti, il che fa pensare che la Carrà li ha proprio usati. «Che emozione, lei è davvero entrata qui dentro», diceva una signora in visita, indicando all’amica un abito di chiffon, e il minuscolo girovita. Le taglie vanno dalla 38 alla 40, «ma quando lavorava tantissimo dimagriva, e rientrava nella 38», spiega Mola. «Forse negli ultimi anni era una 42…».

E visto che i due sono diventati filologi dello stile Carrà, possono anche raccontare che in alcuni casi si può ricostruire «come l’abito nasceva, e come lei lo ha modificato. Perché li voleva vedere prima», e quindi su alcuni bozzetti ci sono le sue indicazioni: “Non tuta, ma abito”, “No rosso ma bianco”, “non gonna ma pantalone”, perché alcuni erano proprio vestiti da ballo, e servivano tessuti morbidi, elastici, comodi. E vi siete mai spiegati il successo eterno di questa – non si sa mai come definirla al meglio – artista? «Portava nelle case degli italiani la sua umanità, e tutti la sentivano vicina, dai bambini ai nonni. Come se fosse una parente, che ne rappresentava le gioie, i dolori, le speranze. Perciò oggi continua ad esistere». Perciò qualcuno si commuove leggermente, a sentirla dire «un grande abbraccio/e ve lo do forte forte...», oggi come ieri, in quei filmati che girano all’infinito.

La mostra Com’è bello da Trieste in giù è promossa dal Comune di Trieste, curata da Federico Prandi e organizzata da Prandicom - Ies Magazine Lifestyle, alla Sala Sbisà del Magazzino 26, Porto Vecchio di Trieste, fino al 16 marzo.

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