Ma ci serve ancora una sinistra?
di Michele SerraCaro Serra, la sinistra si è imborghesita e ha abbandonato la classe operaia. Mi sorge un dubbio: e se fosse il contrario? Rammento – sono anziano – giganteschi cortei di lavoratori in lotta per migliori condizioni di lavoro, oltre che per solidarietà per altri lavoratori. Mi è capitato di rivedere, anni dopo, tanti di questi compagni (alcuni fra i più esagitati, ai tempi) in preda al più strano degli scetticismi. Cosa era successo nel frattempo? Facciamo un esempio: c’è una località in Liguria dove la speculazione edilizia “made in Fiat” ha dato la possibilità ai propri dipendenti di comprarsi il localino al mare.
È bastato questo tocco magico per passare dalla lotta di classe all’entrata in classe, e addirittura, ma non si deve far sapere, a votare per Berlusconi. E passiamo ai figli di quella generazione (la mia…
Caro Serra, la sinistra si è imborghesita e ha abbandonato la classe operaia. Mi sorge un dubbio: e se fosse il contrario? Rammento – sono anziano – giganteschi cortei di lavoratori in lotta per migliori condizioni di lavoro, oltre che per solidarietà per altri lavoratori. Mi è capitato di rivedere, anni dopo, tanti di questi compagni (alcuni fra i più esagitati, ai tempi) in preda al più strano degli scetticismi. Cosa era successo nel frattempo? Facciamo un esempio: c’è una località in Liguria dove la speculazione edilizia “made in Fiat” ha dato la possibilità ai propri dipendenti di comprarsi il localino al mare.
È bastato questo tocco magico per passare dalla lotta di classe all’entrata in classe, e addirittura, ma non si deve far sapere, a votare per Berlusconi. E passiamo ai figli di quella generazione (la mia): anarcoidi-individualisti, educati a un continuo presente consumistico e quindi privati del domani (e fare figli è anche voglia di futuro); e senza futuro il presente è solo rabbia e rassegnazione. Troppo complicato essere solidali e di sinistra. Non ho paura del colpo di Stato, ma di noi stessi che dopo essere stati da quel potere raggirati, lo invochiamo per la nostra salvezza. Lasciami un ultimo delirio, celebrare l’incelebrabile: l’intellettuale radical chic, con quella sua brutta abitudine di fare cultura (da salotto) che tanto disturba le nostre certezze; quant’è meglio in salotto farci entrare il revolver di Delmastro, acerrimo nemico dell’umano pensare, ma che ti fa sentire, perché vuoi sentirlo, più al sicuro (democrazia all’americana aspettaci! Stiamo arrivando).
Mario Cabella
Caro Cabella, la tua mail mi fa pensare a quello che dice un mio amico, intelligente e disincantato: la sinistra sta scomparendo perché ha vinto, e dunque non serve più. Il suo compito era trasformare i servi in cittadini, i miserabili in classe operaia, dare a tutti il diritto di voto e l’uguaglianza formale. Lo ha fatto, attraverso lotte inenarrabili. Poi è bastato poco – la lavatrice, la casa di proprietà, quel poco o tanto di benessere – perché anche i poveri si sentissero integrati, e la smettessero di protestare, di sfilare in corteo, di organizzarsi in classe. Così come racconti, non è la sinistra che ha abbandonato i lavoratori, sono i lavoratori che, della sinistra, non sanno più che farsene. È uno schemino ruvido ma efficace, in parte anche verosimile. Ma non tiene conto del continuo riprodursi del conflitto sociale in altre forme, con altre parole. L’ingiustizia, la prepotenza, la guerra, la sete di dominio, la riduzione delle persone a merce, il disprezzo per i deboli e gli sconfitti: bussa alle nostre porte, come da sempre, lo scandalo della sopraffazione. Mi basta vedere la ministra americana in divisa da poliziotta, fresca di shampoo, che guida una retata di clandestini e li definisce “sacchi di spazzatura”, perché mi si rimescoli il sangue. C’è ancora tanto da fare, e si farà in forme diverse, e chissà se si chiamerà ancora sinistra: ma si farà. Quella ministra americana non creda di avere vinto. La sua messa in piega sarà sicuramente scompigliata dall’urto della Storia.
Io sto con l’asino e non con la Ia
Caro Serra, un medico a Gaza, dopo l’annuncio della tregua ha detto: «ora ci vogliono più asini e carri». L’asino, umile e utile animale domestico sinonimo per noi di ottusità, aiuta i palestinesi a salvare le loro vite. L’intelligenza artificiale invece, meravigliosa invenzione, aiuta l’uomo nelle sue funzioni superiori, ad esempio uccidere più efficacemente i nemici. Io sto con il primo, e rileggo il meraviglioso e poetico ritratto dell’asino Platero fatto da Juan Ramon Jimenez, che restituisce l’umile animale all’onor del mondo. Mi piace pensare che a Gaza dire «sei un asino» sia un complimento.
Angelo Pavani – Sestri Levante
Anche io sto con l’asino. Non che l’intelligenza artificiale mi spaventi in sé: mi spaventa chi la maneggia per i suoi interessi economici e le sue mire politiche e non per il bene dell’umanità. L’asino è un animale sacro in molte culture, e nel dopoguerra, prima che arrivassero la Vespa e l’Ape (nomi di animali, come la Topolino), era il mezzo di trasporto più diffuso nelle campagne e nei paesi. Più vivo più le bestie mi affascinano, ci avvicina a loro il mistero della nascita e della morte, ce le fa sentire prossime, compagne di strada, compagne di avventura. Kubrick ha immaginato, in Odissea nello spazio, che anche il cervellone elettronico dell’astronave avesse paura di morire. Era un modo per umanizzarlo, per renderlo più prossimo agli uomini e agli asini. Quando anche l’intelligenza artificiale avrà imparato a ragliare, non avrà comunque il calore tranquillo che emana dal corpo di un asino, e la misteriosa luce del suo sguardo.
Le foto della shoah e i clandestini in catene
Caro Michele Serra, leggevo stamane sull’ultimo numero del Venerdì il bello e istruttivo articolo di Michele Smargiassi sulla documentazione fotografica, da parte degli stessi nazisti, della deportazione e dello sterminio degli ebrei. Sembra quasi che il Male voglia mostrare se stesso quale sistema, e fine ultimo per la “civilizzazione” del mondo. E contemporaneamente in televisione scorrevano le immagini degli uomini in catene, mostrati sul sito social dell’uomo più potente del mondo. Non diversamente le foto dei lager in Libia, di cui noi italiani siamo in una qualche misura corresponsabili. Capisco che il parallelo con la Shoah di quanto succede oggi possa sembrare improprio, ma il Male non conosce il grigio e le sue gradazioni: o c’è, o non c’è. Occorre vederlo, e riconoscerlo.
Francesco De Angeli
Tra le ragioni fondative del Giorno della Memoria c’è anche la volontà di riconoscere il Male ovunque si riformi. È quel “mai più!” che la Shoah ci impone di adottare. Il colono israeliano che considera suo diritto occupare con le armi, nel nome di una specie di mandato biblico, la Cisgiordania, che lui chiama Giudea e Samaria (sarebbe come se noi italiani, rifacendoci all’Impero Romano, pretendessimo di chiamare Tracia la Romania, o Illiria la Dalmazia), non ha riflettuto sull’universalità del Male. Lo riproduce senza saperlo. Oppure – peggio – sapendolo, ma considerando la forza dalla sua parte, e la debolezza un problema d’altri. Purtroppo, in questo momento storico, quel colono è al governo di Israele. E odia gli ebrei che, anche in Israele, denunciano il suo abuso e la sua violenza. Li chiama “antisemiti”. Un bel paradosso, l’ebreo antisemita…
Io dicevo a mio figlio che quel Fedez lì…
Caro Serra, piccola soddisfazione personale: sono cresciuto sapendo che quel che hai lo ottieni con le tue capacità e le scorciatoie sono pericolose. Ho cercato di trasmettere questa mentalità ai miei figli che stravedevano per Fedez, e io inutilmente dicevo: guardate che è aria fritta, prima o poi cascherà. Ieri uno dei miei figli mi dice: sai, avevi ragione, sono stato un coglione.
Stefano Galvagni – Trento
Si dice: il tempo è galantuomo.
Sul Venerdì del 7 febbraio 2025